In un mondo in cui la crisi climatica è sotto gli occhi di tutti e la sensibilità verso la tutela dei diritti umani è sempre più diffusa, è impossibile trascurare i fattori ESG (Environmental, Social e Governance) nei processi di investimento. Aziende e attori finanziari, ormai, sono abituati ad attribuire un certo peso all’analisi dei criteri della sostenibilità. Inoltre, è largamente diffusa l’idea che perseguire il guadagno economico e rispettare l’ambiente e i diritti umani non siano in contrapposizione, anzi. Sempre più analisi, infatti, riscontrano come gli investimenti ESG siano in grado di garantire maggiori rendimenti rispetto a quelli tradizionali, soprattutto grazie a una gestione migliore dei rischi, a una migliore analisi dei fondamentali e a esposizioni a fattori più favorevoli. Altrettanti studi, inoltre, dimostrano che le aziende più competitive sono quelle che hanno adottato politiche che tengano in considerazione i fattori ambientali, sociali e di buona governance.
Indice
- 1 Cosa significa ESG?
- 2 Perché l’ESG è al centro dell’agenda sostenibile oggi
- 3 I criteri ESG
- 4 Calcolare la sostenibilità in ambito ESG
- 5 ESG e obiettivi internazionali
- 6 Vantaggi per aziende e investitori
- 7 Criticità e rischi
- 8 Adozione in Italia: stato attuale e best practice
- 9 Strategie per implementare l’ESG
- 10 Il futuro dell’ESG
Cosa significa ESG?
Prima di parlare delle tre dimensioni dell’ESG e dei rischi associati alla sostenibilità e di quanto sia importante conoscerli e gestirli per aziende e investitori, iniziamo dalla definizione dell’acronimo protagonista della finanza sostenibile.
Definizione di ESG
I criteri ESG definiscono un quadro di riferimento che aiuta gli stakeholder a capire come un’organizzazione gestisce gli impatti, i rischi e le opportunità legati ai fattori ambientali (environmental), sociali (social) e di governance. Negli ultimi anni l’ESG ha cambiato il modo in cui le decisioni di allocazione del capitale vengono prese da molte delle più grandi società di servizi finanziari e gestori patrimoniali del mondo.
Origini e storia del termine
La prima a coniare l’espressione ESG è stata nel 2004 l’iniziativa Global Compact delle Nazioni Unite nel rapporto “Who Cares Wins“. Ma è nello studio dell’Iniziativa finanziaria del Programma ambientale delle Nazioni Unite (United Nations Environment Programme Finance Initiative, UNEP FI) nel Rapporto Freshfields (“A legal framework for the integration of environmental, social and governance issues into institutional investment”) dell’ottobre 2005 che si approfondisce il significato di ESG e si sottolinea l’importanza delle tre dimensioni per la finanza. Una curiosità: secondo il direttore dell’analisi, Paul Clements-Hunt, l’acronimo avrebbe dovuto essere “GES”, poiché si riteneva che la governance fosse l’area più importante, seguita da quella ambientale e sociale. Alla fine si decise di porre prima la E seguita dalla S e dalla G perché si pensava suonasse meglio.
Il documento dell’UNEP FI intende fornire delle linee guida e delle raccomandazioni su come integrare le questioni ambientali, sociali e di governance nel processo di investimento. L’idea di partenza è che senza considerare le tematiche ESG, in un mondo globalizzato, interconnesso e complesso come quello attuale, le aziende non possono competere con successo nel mercato. Infatti, sempre più leader aziendali devono confrontarsi con il fatto che gli stakeholder, ovvero i dipendenti, i clienti, i fornitori, gli azionisti, le autorità di regolamentazione e la società in generale, si aspettano che contribuiscano attivamente a risolvere le sfide globali. Inoltre, è ormai opinione diffusa che la finanza debba fungere da catalizzatore per mobilitare le risorse verso quelle organizzazioni e attività che hanno un impatto positivo (o quantomeno non negativo) su ambiente e società.
Perché l’ESG è al centro dell’agenda sostenibile oggi
Da tempo le questioni ambientali dominano la scena politica ed economica globale. Ma l’anno di svolta è stato il 2015, con la firma dell’Accordo di Parigi con cui i 195 Paesi membri della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si sono impegnati a contenere il riscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali, facendo tutto il possibile per restare vicini alla soglia degli 1,5 gradi.
Le aziende sono parte attiva di questo percorso: soprattutto quelle che appartengono a settori particolarmente critici, in primis i combustibili fossili, sono chiamate quindi ad adottare piani di transizione climatica credibili. Tra le più proattive in Italia c’è Enel. Il problema è che nel 2022, secondo CDP (Carbon Disclosure Project), solo lo 0,4% delle aziende ha presentato piani di transizione climatica credibili, un dato decisamente allarmante. Le imprese che scontano questo ritardo si trovano esposte ai cosiddetti rischi climatici, tanto fisici (vale a dire le conseguenze di eventi meteo estremi e altri impatti diretti del riscaldamento globale) quanto di transizione (in cui incorre chi non resta al passo con le evoluzioni normative, tecnologiche e di mercato). Non solo: rischiano anche di andare incontro ad azioni legali o subire ripercussioni negative sul proprio rendimento finanziario. È il caso della compagnia petrolifera anglo-olandese Shell, il cui CDA è stato citato in giudizio perché accusato di avere una strategia climatica “imperfetta” dall’organizzazione legale ambientalista ClientEarth. A maggio 2022, invece, era stata la società di gestione Schroders a pronunciarsi sui piani di transizione di Shell, Chevron ed ExxonMobil, esortando le aziende a un passaggio più rapido a un’economia net zero.
Il concetto di ESG serve anche per non incorrere nell’errore di ricondurre le politiche di sostenibilità esclusivamente all’aspetto ambientale. I diritti dei lavoratori, per esempio, stanno assumendo una rilevanza sempre maggiore anche per le autorità di regolamentazione. Lo dimostra il percorso dell’Unione europea per rafforzare la rappresentanza dei lavoratori all’interno delle multinazionali e, al tempo stesso, obbligarle a vigilare sul rispetto dei diritti umani nella filiera.
Iniziative come queste sono utili per stimolare tutti i Paesi e i settori a rispettare e tutelare i diritti dei lavoratori e delle comunità, ma lo sono soprattutto in quei contesti dove il rischio di violazioni è più elevato. Un esempio è quello che ha riguardato Nestlé nel 2012, quando sei lavoratori delle piantagioni di cacao in Mali, dopo anni di silenzio, hanno accusato l’azienda per averli costretti a lavorare per 14 ore al giorno nelle piantagioni quando erano solo bambini. La controversia legale, oltre ad aver portato alla luce una situazione drammatica, ha consentito a Nestlé di intraprendere azioni volte e migliorarsi. Ha iniziato così ad affrontare il problema del lavoro minorile e forzato nella sua catena di approvvigionamento del cacao, collaborando con la Fair Labor Association (FLA), un’iniziativa no-profit multi-stakeholder. Alla fine, sulla base della raccomandazione dell’FLA, Nestlé ha messo in atto un piano d’azione per prevenire le violazioni dei diritti umani nella propria catena di approvvigionamento.
Ma la sostenibilità non si esaurisce con le dimensioni ambientale e sociale: la governance è il pilastro che tiene insieme l’intero sistema ESG. Senza una governance efficace, le migliori strategie rischiano di rimanere sulla carta. Oggi gli investitori e le autorità di regolamentazione chiedono sempre più trasparenza nelle decisioni aziendali, allineamento degli incentivi del management agli obiettivi di lungo termine e meccanismi di controllo interni solidi per prevenire corruzione, conflitti di interesse e pratiche scorrette. È il motivo per cui i consigli di amministrazione sono chiamati a integrare le metriche ESG nelle proprie agende, assumendosi la responsabilità diretta dei risultati. In Europa, il nuovo quadro normativo — dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) alla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) — rafforza proprio questo principio: le imprese non devono solo rendicontare le loro performance, ma dimostrare che le decisioni prese a livello di governance sono coerenti con gli impegni di sostenibilità e con le aspettative degli stakeholder.
I criteri ESG
Fondamentalmente, i criteri ESG vengono usati dal settore finanziario per misurare, valutare, monitorare e comparare le performance ambientali, sociali e di governance delle aziende, alla pari dei loro risultati economici. Negli anni sono stati sviluppati dati e metriche ESG, che vanno poi a comporre il rating ESG di un’azienda, che è estremamente utile per definire il livello dell’impresa nell’attuazione di politiche di sostenibilità.
Criterio ambientale
La E di environment racchiude i vari impatti di un’azienda sull’ambiente, tra cui:
- emissioni di gas serra (Scope 1, 2 e 3);
- inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo;
- uso e gestione delle risorse naturali (acqua, suolo, minerali, materie prime);
- efficienza energetica e ricorso a energie rinnovabili;
- strategie di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici;
- resilienza ai rischi climatici fisici (inondazioni, incendi, ondate di calore, siccità);
- impatti su ecosistemi e habitat naturali;
- impatto sulla deforestazione e pratiche legate all’uso del suolo;
- gestione dei rifiuti (percentuali di riciclo, indicatori legati all’economia circolare e alla riduzione degli scarti);
- pratiche di approvvigionamento responsabile e selezione di materiali a basso impatto;
- gestione dell’acqua: prelievi, scarichi e rischi legati alla scarsità idrica;
- rispetto di leggi, regolamenti e standard legati all’ambiente;
- investimenti in ricerca e sviluppo di tecnologie e prodotti a ridotto impatto ecologico.
La sfera sociale si riferisce alle relazioni dell’organizzazione con gli stakeholder, interni ed esterni, diretti e indiretti. Tra i fattori che possono essere utili per misurare il livello di sostenibilità sociale di un’azienda vi sono:
- condizioni di lavoro e tutela dei diritti dei lavoratori;
- politiche retributive eque e trasparenti;
- salute, sicurezza e benessere dei dipendenti;
- formazione e sviluppo delle competenze del personale;
- livello di engagement e soddisfazione dei dipendenti;
- politiche di Diversity & Inclusion e pari opportunità;
- rappresentanza e coinvolgimento dei lavoratori nei processi decisionali;
- gestione dei rapporti con le comunità locali e contributo al loro sviluppo;
- rispetto dei diritti umani lungo tutta la catena del valore;
- pratiche di approvvigionamento etico e monitoraggio dei fornitori;
- tutela dei dati personali e della privacy degli stakeholder;
- iniziative di responsabilità sociale d’impresa (CSR) e investimenti nella comunità;
- relazioni costruttive con clienti, fornitori e partner commerciali.
Criterio di governance
La dimensione della governance riguarda il modo in cui un’organizzazione è diretta e controllata. Gli analisti ESG valutano le politiche, i codici di condotta e le strutture decisionali, verificando come vengano gestiti i diritti degli azionisti, l’allineamento tra gli incentivi del management e gli obiettivi di sostenibilità, nonché l’efficacia dei controlli interni per garantire trasparenza e responsabilità. I temi più rilevanti includono:
- diversità e indipendenza del consiglio di amministrazione;
- compensazione dei dirigenti e legame con obiettivi ESG;
- etica aziendale e codici di condotta;
- trasparenza e strategia fiscale;
- conformità alle normative vigenti, incluse quelle ESG;
- sistemi di gestione e controllo del rischio;
- prevenzione della corruzione e delle pratiche anticoncorrenziali;
- protezione dei dati, privacy e cybersicurezza;
- struttura decisionale e responsabilità in materia ESG;
- controlli interni sulla qualità e affidabilità dei dati ESG;
- rendicontazione e divulgazione delle performance ESG.
Calcolare la sostenibilità in ambito ESG
Esistono metriche e dati per ciascuna dimensione della sostenibilità. Per gli investitori e gli attori finanziari in generale, infatti, è fondamentale valutare le aziende da tutti e tre i punti di vista: quello ambientale, sociale e della governance aziendale.
I rating ESG
È impensabile che il singolo investitore monitori per suo conto le performance ambientali, sociali e di governance di tutte le società dell’universo investibile. Di norma ci si affida ai rating ESG, valutazioni sintetiche basate su metriche standardizzate. Questi rating, elaborati da agenzie specializzate, permettono di comprendere quanto un’azienda sia esposta ai rischi legati alla sostenibilità e quanto sia preparata a cogliere le opportunità connesse alla transizione ecologica e sociale.
A livello internazionale, i principali attori del settore sono MSCI ESG Ratings, Sustainalytics (parte del gruppo Morningstar), ISS ESG, Moody’s ESG Solutions e S&P Global ESG Scores, che forniscono analisi approfondite integrate nei processi decisionali di banche, fondi e grandi investitori istituzionali. In Italia, oltre a Standard Ethics, operano Cerved Rating Agency e Modefinance, mentre CRIF ha recentemente sviluppato, in collaborazione con l’Università Bocconi e Ambromobiliare, un indice ESG dedicato alle piccole e medie imprese (PMI), spesso meno strutturate nell’adozione di strategie di sostenibilità.
ESG e obiettivi internazionali
L’approccio ESG non è solo una strategia aziendale, ma si inserisce in un quadro più ampio di impegni globali. Qualsiasi obiettivo di sostenibilità fissato a livello nazionale o sovranazionale diventa percorribile soltanto se le imprese private li integrano nelle proprie decisioni strategiche e se i capitali privati di banche e investitori istituzionali si orientano verso le realtà più virtuose.
SDGs e Agenda 2030
Parlando di impegni sovranazionali, è impossibile non citare l’Agenda 2030 sottoscritta dai Paesi membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nel 2015. Si tratta di un grande piano d’azione per il Pianeta, le persone e la prosperità che consta di 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) da raggiungere entro la fine di questo decennio.
Net‑Zero e carbon neutrality
Un’azienda può dichiarare di aver raggiunto la carbon neutrality quando ha messo in campo un piano di riduzione delle proprie emissioni di gas serra, accompagnato dalla compensazione (offsetting) di quelle residue, fino a raggiungere il saldo zero per l’anno solare considerato. Il net zero, invece, non è un concetto “puntuale” riferito a un singolo anno. Al contrario, è un percorso di medio-lungo termine con cui l’impresa vuole azzerare le proprie emissioni nette entro il 2050. Un piano che risulta quindi compatibile con l’obiettivo più ambizioso dell’Accordo di Parigi sul clima, cioè il contenimento del riscaldamento globale a fine secolo entro gli 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli preindustriali.
Vantaggi per aziende e investitori
Quando si parla di fattori ESG, bisogna sgombrare il campo da un equivoco: una società (finanziaria e non) che orienta le proprie politiche e i propri investimenti in questa direzione non lo sta facendo un sacrificio per il bene collettivo. Al contrario, sta gettando le basi per la sua stessa resilienza e competitività nel medio-lungo termine.
Riduzione del rischio e performance finanziaria
Per rischi ESG si intendono quei fattori sociali, ambientali e di governance che possono avere un impatto sul successo finanziario e sulla gestione di un’azienda. Tali rischi sono rilevanti per le aziende di tutte le dimensioni: saperli comprendere e monitorare significa investire nella competitività e nella resilienza dell’impresa nel medio-lungo termine.
Una corretta valutazione del rischio ESG di un’impresa deve avvenire attraverso un’analisi approfondita di ciascuna categoria (ambientale, sociale e di governance). A sostenerlo è anche l’agenzia di rating MSCI in un recente studio in cui ha valutato i punteggi relativi all’esposizione al rischio e quelli relativi alla gestione del rischio delle aziende. I risultati hanno mostrato che nel quinquennio 2017-2022 le società con punteggi di gestione dei rischi ESG più alti, e quindi con rating ESG migliori, hanno registrato un rischio specifico per i loro titoli azionari inferiore rispetto ai loro competitor.
Oltre a migliorare i rendimenti finanziari, un’efficace gestione dei rischi ESG presenta altri benefici, tra cui l’aumento dell’interesse da parte degli investitori, sempre più attenti ai temi della sostenibilità. Anche i clienti sono più sensibili e si affidano di più ad aziende attente alle variabili ESG e che hanno stabilito piani di gestione del rischio ESG credibili.
Anche nel settore bancario l’analisi e la gestione dei rischi ESG sono sempre più rilevanti. A ottobre 2022 l’EBA (European Banking Authority) ha pubblicato un rapporto in cui afferma con convinzione la necessità di integrare le considerazioni ESG nell’ambito dell’esame di vigilanza, laddove i fattori e i rischi ESG potrebbero influire sul profilo di rischio dell’impresa di investimento. E, dato che i rischi e le condizioni possono cambiare nel tempo, gli istituti di credito sono tenuti a fornire una valutazione prospettica dei rischi ambientali o sociali che possono impattare sulla loro attività.
Insieme alle banche, anche le assicurazioni stanno incorporando sempre di più nelle pratiche assicurative la considerazione dei rischi ESG, soprattutto quelli legati al fattore ambientale. Ad aprile 2023, ad esempio, l’EIOPA (Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali) ha pubblicato un documento sui rischi legati alla natura, come la perdita di biodiversità e i danni agli ecosistemi, e sulla loro rilevanza per il settore assicurativo.
Vantaggio competitivo e accesso al capitale
Tra le tante fonti che dimostrano come l’integrazione dei fattori ESG determini vantaggi concreti in termini di competitività e accesso al capitale, citiamo quest’analisi di McKinsey che li suddivide in cinque categorie:
- Crescita dei ricavi (Top-line growth)
Un solido posizionamento ESG permette alle aziende di aprire nuove opportunità commerciali, conquistando la fiducia delle autorità e ottenendo più facilmente licenze e autorizzazioni, ma anche intercettando le preferenze di consumatori sempre più attenti alla sostenibilità. Le ricerche mostrano infatti che una quota significativa di clienti, fino al 70%, sarebbe disposta a pagare un sovrapprezzo per prodotti “green” che garantiscano le stesse performance delle alternative tradizionali. Non è un valore solo teorico: Unilever, ad esempio, con il lancio di Sunlight, un detersivo per piatti a basso consumo d’acqua, ha superato del 20% la crescita media della categoria nei mercati più critici a livello idrico. Anche Neste rappresenta un caso emblematico: nata come raffineria di petrolio, oggi ottiene oltre due terzi dei suoi profitti dai biocarburanti e da prodotti sostenibili. - Riduzione dei costi (Cost reductions)
Investire in efficienza e sostenibilità ha un impatto diretto sulla riduzione dei costi operativi. Migliorare l’uso delle risorse, come energia, acqua e materiali, può incidere fino al 60% sui margini operativi, creando un vantaggio competitivo significativo. 3M lo ha dimostrato con il programma “Pollution Prevention Pays”, avviato nel 1975, che ha portato a un risparmio complessivo di 2,2 miliardi di dollari. Nel settore logistico, FedEx ha avviato un piano per elettrificare la propria flotta di 35mila veicoli: con il 20% già convertito, ha ridotto di circa 190 milioni di litri il consumo di carburante.
- Minori interventi normativi e legali (Regulatory and legal interventions)
Un profilo ESG forte permette di ridurre il rischio di sanzioni, multe e restrizioni, offrendo alle aziende una maggiore libertà strategica e, in molti casi, l’accesso a incentivi e sussidi pubblici. I dati evidenziano quanto sia rilevante questo fattore: in media, circa un terzo dei profitti aziendali è esposto a potenziali rischi derivanti da interventi statali, una percentuale che in settori come il bancario, l’automotive o il tecnologico può salire fino al 60%. Un approccio proattivo alla sostenibilità, dunque, non è solo un modo per prevenire problemi, ma diventa un asset per dialogare con i regolatori, costruire fiducia e guadagnare vantaggi competitivi. - Maggiore produttività dei dipendenti (Employee productivity uplift)
Le aziende che investono seriamente in ESG riescono ad attrarre e trattenere i talenti migliori, aumentare la motivazione interna e migliorare complessivamente la produttività. La soddisfazione dei dipendenti ha dimostrato di avere una correlazione positiva con i rendimenti azionari: secondo uno studio della London Business School, le imprese incluse nella lista “100 Best Companies to Work For” hanno registrato performance azionarie superiori del 2,3-3,8% annuo rispetto ai concorrenti in un arco di 25 anni. I gruppi che applicano criteri ESG lungo tutta la filiera contribuiscono a migliorare le condizioni di lavoro dei fornitori e, così facendo, rafforzano le relazioni con loro con ricadute produttive sulla stabilità e la produttività.
- Ottimizzazione degli investimenti e del capitale (Investment and asset optimization)
Integrare i criteri ESG nella strategia di investimento consente di allocare meglio il capitale, privilegiando progetti sostenibili e con prospettive di lungo termine, ed evitando asset destinati a diventare “stranded” (incagliati). Continuare a investire in strutture obsolete o energivore è controproducente in vista di normative più restrittive e tassazioni sulla CO2. Guardare avanti significa anche riconvertire gli asset in declino: alcune città, ad esempio, stanno trasformando i parcheggi in eccesso in spazi abitativi o per servizi alla comunità. In un’ottica di lungo periodo, la sostenibilità rappresenta una vera occasione di crescita: basti pensare che in Cina la lotta all’inquinamento potrebbe generare oltre 3mila miliardi di dollari di opportunità di investimento entro il 2030, spaziando dai sistemi di monitoraggio della qualità dell’aria alla purificazione indoor, fino a processi industriali meno impattanti.
Coinvolgimento stakeholder e reputazione
Diverse analisi di società di consulenza del calibro di PwC e McKinsey affermano con forza che la comunicazione di metriche ESG è fondamentale per instaurare relazioni di reciproca fiducia con gli stakeholder principali. Un’azienda che adotta una solida strategia ESG, infatti, si dimostra all’altezza delle grandi sfide poste dal presente, invece di limitarsi a subirle. Da un sondaggio condotto nel 2024 emerge che il 59% dei dirigenti ritiene che il primo motivo per investire in ESG sia il miglioramento della reputazione aziendale: completano il podio le pressioni da parte degli stakeholder (46%) e il rendimento di lungo periodo (45%). In Italia, l’ESG Perception Index stilato da Reputation Manager vede al primo posto A2A, Intesa Sanpaolo ed Eni.
Criticità e rischi
Prima di analizzare nel dettaglio le tre dimensioni e il significato di ESG, è doveroso sottolineare che l’attuazione di una strategia ESG può rappresentare una sfida, sia per le aziende sia per gli investitori.
Greenwashing e over‑investment ESG
Si parla di greenwashing quando un’azienda si attribuisce una veste sostenibile che però non corrisponde al vero. Nella comunicazione al pubblico, a giudicare dai dati sembrerebbe quasi la norma: dalle rilevazioni della Commissione europea emerge come il 53% dei green claim (dichiarazioni ambientali) dia informazioni vaghe, fuorvianti o infondate e il 40% non sia supportato da prove. Ma questo rischio è concreto anche nel mondo della finanza: Urgewald e Facing Finance hanno analizzato 14mila fondi ESG negoziati nei mercati europei, scoprendo che oltre un terzo ha investito in aziende che stanno espandendo la produzione di combustibili fossili o che non hanno un piano di transizione credibile, per un totale di oltre 123 miliardi di euro.
Se un’azienda investe in progetti ESG solo sulla spinta delle normative o della reputazione, senza una strategia per la creazione di valore a lungo termine, rischia di ricadere in quello che in gergo si chiama over-investment ESG. In sostanza, disperde le proprie risorse in progetti eccessivamente frammentati o non coordinati, slegati dal core business o rilevanti più in termini di marketing che in termini di impatto. Descrive bene il fenomeno un’analisi di Harvard Business Review.
Critiche metodologiche e mancanza standard
Se esiste un margine così ampio per il greenwashing è anche perché spesso mancano dati affidabili e trasparenza sulle questioni ambientali e sociali, rendendo difficile la definizione di obiettivi chiari. Sempre da un’indagine di Harvard Business Review emerge come la mancanza di dati solidi sia tra i principali ostacoli all’adozione degli standard ESG percepiti dagli investitori americani (46%), seguito dal timore di greenwashing (37%) e di sacrificare i rendimenti (49%). Ed è qui che si inserisce il fenomeno della ricca proliferazione normativa degli ultimi anni sull’argomento, che rappresenta il tentativo delle autorità di regolamentazione di sopperire a questa carenza.
Sfide per le PMI italiane
Di norma, i casi d’eccellenza in materia ESG riguardano quasi solo le grandi imprese. Non è una casualità: è difficile che una Pmi abbia le risorse – in termini economici, tecnologici e di competenze – per strutturare una strategia ESG che guardi al medio-lungo periodo. Il World Economic Forum insieme a Schneider Electric ha interpellato sessanta imprese manifatturiere in tutto il mondo. Il 53% del campione indica priorità contrastanti, come la pressione sui costi e l’espansione, come il principale ostacolo all’attuazione della sostenibilità. Altre hanno indicato l’incertezza politica (47%) e i vincoli finanziari (42%). Un altro punto critico sta nell’incoerenza tra i vari standard, soprattutto per chi opera con un orizzonte internazionale. Un tema che si fa centrale in Italia poiché, su un tessuto imprenditoriale composto da circa 5 milioni di soggetti, il 99% rientra proprio nella categoria delle piccole e medie imprese. Anzi, al suo interno sono soltanto 221mila le aziende con più di 9 addetti: tutte le altre sono microimprese.
Adozione in Italia: stato attuale e best practice
In Italia l’adozione dei criteri ESG sta crescendo rapidamente, spinta sia dalle nuove normative europee sia dalla crescente attenzione di investitori e consumatori. Tuttavia, il livello di maturità varia molto a seconda dei settori e delle dimensioni aziendali.
Dati e percentuali di integrazione
La seconda edizione del Synesgy Global Observatory fa sapere che gli score ESG delle aziende di tutto il mondo stanno migliorando: il punteggio medio, che nel 2021 si fermava a “D” (sufficiente), nel 2024 è passato a “C” (soddisfacente). L’Italia rispecchia pienamente questo trend, con un punteggio ESG medio salito da D a C e il 49% delle aziende che utilizza energie rinnovabili. La dimensione più debole è quella sociale, col permanere del divario di genere tanto nei ruoli di leadership quanto in quelli operativi. Ancora più indicativa è l’analisi dell’affidabilità finanziaria di tali imprese. Quelle con un alto punteggio ESG registrano un ritardo medio nei pagamenti pari a 7,7 giorni, esattamente la metà rispetto ai 15,4 giorni delle aziende con un basso punteggio. È anche più comune che le aziende con una forte vocazione ESG dimostrino una gestione sana del debito, puntualità nei pagamenti e una buona reputazione.
Esempi concreti di imprese italiane virtuose
Sono 24 le aziende italiane citate nel Sustainability Yearbook 2025 di S&P Global CSA, una delle più note valutazioni a livello mondiale sulle performance di sostenibilità delle imprese. Cinque sono state inserite nella top 1% del proprio settore per sostenibilità: tra le multiutility c’è Hera, nel settore del gas Italgas, nei servizi energetici Saipem, nelle componenti per auto Pirelli e nella moda Moncler. Altre due, Poste Italiane e Prysmian, rientrano nella top 5%. Infine, Assicurazioni Generali, Terna, Intesa Sanpaolo, Iveco Group, Snam, Telecom Italia sono annoverate nella top 10% del loro settore.
Strategie per implementare l’ESG
Adottare l’approccio ESG non significa solo definire obiettivi di sostenibilità, ma anche e soprattutto integrarli nella gestione aziendale, nei processi decisionali e nella comunicazione verso gli stakeholder. Le strategie più efficaci combinano governance dedicata, strumenti di rendicontazione trasparenti e l’allineamento alle normative europee, creando così un percorso concreto e misurabile verso la sostenibilità.
Governance integrata ESG
Se gli investimenti ESG procedono su un binario parallelo rispetto alla strategia industriale dell’impresa, sono destinati a esprimere soltanto in minima parte il loro potenziale. O, peggio ancora, a rivelarsi manovre di marketing con scarse ripercussioni concrete. Un modello efficace di governance integrata ESG implica l’inserimento dei temi ambientali, sociali e di governance nei vertici decisionali e nei processi aziendali fondamentali, trasformando l’ESG in una leva strategica centrale. Varie analisi dimostrano che le aziende più affidabili dal punto di vista ESG sono quelle che coinvolgono le figure C-Suite e investono in sistemi sofisticati di misurazione, reporting e compliance (supportati da audit esterni). C’è anche chi collega la remunerazione dei dirigenti al raggiungimento di determinate performance Esg.
Reporting, disclosure e compliance (CSRD, SFDR)
Sul piano degli investimenti, il regolamento SFDR (Sustainable Finance Disclosure Regulation) – entrato in vigore nel 2021 – introduce una classificazione dei fondi a seconda del loro livello di integrazione della sostenibilità. I fondi articolo 6 sono quelli “tradizionali” che non prendono esplicitamente in considerazione istanze di sostenibilità degli investimenti ma possono limitarsi a spiegare se e come valutano i rischi ESG. Quelli articolo 8 (light green), invece, promuovono caratteristiche ambientali e/o sociali pur non considerandole l’obiettivo principale. Cosa che invece fanno i fondi articolo 9 (dark green), tenuti a dichiarare quali obiettivi sostenibili intendono raggiungere e come li misurano.
Eppure, nonostante l’alto livello di dettaglio della normativa, esso non è ancora sufficiente per placare i dubbi degli attori finanziari, tanto che le ESA hanno richiesto più volte chiarimenti a riguardo alla Commissione UE. Con l’entrata in vigore degli ultimi standard tecnici molto più restrittivi, si è assistito a un’ondata di declassamenti dei fondi articolo 9 da parte di grandi gestori tra cui Amundi, DWS e BNP Paribas AM.
Sul piano aziendale, l’intervento normativo si è concentrato per lo più sulle guide da fornire alle imprese per comunicare in modo trasparente agli stakeholder, e quindi anche ai potenziali investitori, le proprie strategie ESG. Per elaborare degli standard di riferimento aggiornati l’UE ha approvato CSRD (Corporate Sustainability Reporting Standard Directive), entrata in vigore a partire da gennaio 2024, con scadenze scaglionate a seconda delle dimensioni aziendali. Rispetto alla precedente Non-Financial Reporting Directive (NFRD), la CSRD si distingue per una standardizzazione molto più stringente dei requisiti di rendicontazione e per la formalizzazione del concetto di doppia materialità.
Il futuro dell’ESG
Anche in virtù del diffuso interesse nei confronti della sostenibilità, negli scorsi anni l’Unione europea ha assunto un ruolo da capofila sul fronte della regolamentazione, con un fitto quadro di direttive e regolamenti che vogliono rendere più trasparenti, comparabili e attendibili le informazioni sugli aspetti ambientali, sociali e di governance. Il risultato, però, è stato da più fronti percepito come un eccesso di norme e requisiti che rischia di risultare oneroso soprattutto per le piccole e medie imprese, spostando le loro risorse dall’implementazione alla compliance. Per questo, la Commissione ha avviato un percorso di semplificazione (ribattezzato “Simplification Agenda”) che ha portato a febbraio 2025 alla presentazione del primo pacchetto Omnibus, a cui ne seguiranno altri.
Evoluzione normativa (CSRD, EU taxonomy)
Tra le misure su cui il pacchetto Omnibus vuole intervenire in modo più incisivo c’è la direttiva CSRD sulla rendicontazione di sostenibilità. Più nel dettaglio, con lo stop the clock è già slittata di due anni l’applicazione da parte della seconda e terza ondata di imprese coinvolte. Un lasso di tempo durante il quale la Commissione intende alleggerire gli obblighi di rendicontazione e ridurre in modo netto il perimetro delle imprese coinvolte.
Un altro riferimento normativo importante quando si parla di sostenibilità è la tassonomia Ue, che serve a stabilire con chiarezza quali settori e attività possono essere considerati sostenibili a livello ambientale; manca all’appello la definizione di una tassonomia sociale. Il regolamento sulla tassonomia ambientale è entrato in vigore nel 2020 e i suoi obblighi di rendicontazione si applicano dal 2022. Il pacchetto Omnibus annunciato, tuttavia, prevede di semplificarlo, riducendo i dati da rendicontare, il perimetro delle attività economiche da valutare e gli obblighi per banche e imprese.
Il ruolo dell’AI e tecnologia nel mondo ESG
Data la rilevanza e la complessità della gestione dei rischi legati alla sostenibilità, gli strumenti di analisi basati sull’intelligenza artificiale possono rivelarsi preziosi. Di seguito qualche esempio:
- La piattaforma Ecovadis mette a disposizione delle imprese IQ Plus, una soluzione di intelligenza predittiva che permette loro di considerare i rischi di sostenibilità della propria supply chain.
- Clarity AI è una soluzione completa che analizza a intervalli bisettimanali milioni di datapoint, ripulendoli, verificandoli e arricchendoli, per poi generare automaticamente report che supportano le aziende nei processi decisionali e nella compliance normativa.
- Sustainalytics (che fa parte di Morningstar) integra i suoi rating ESG tradizionali con un modello predittivo basato su machine learning per stimare rischi ESG di oltre 30mila aziende pubbliche, incluse le micro‑cap, spesso non oggetto di analisi approfondite.
- C3 AI ESG è una piattaforma basata su machine learning, NLP (Natural Language Processing) e AI generativa che unifica dati ESG disparati, automatizza il reporting normativo e calcola le emissioni, al fine di gestire i rischi in modo strategico.
