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Intervista

SFDR 2.0: come allineare i mercati privati alla sostenibilità

Con la proposta di revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR 2.0), la Commissione europea punta a rafforzare la trasparenza, contrastare il greenwashing e orientare i flussi di capitale verso investimenti sostenibili. Il nuovo impianto introduce una classificazione più chiara dei prodotti finanziari, articolata in tre categorie (“Transition” (art. 7), “ESG Basics” (art. 8) e “Sustainable” (art. 9)), accompagnate da criteri di esclusione vincolanti e da una soglia minima del 70% di investimenti allineati.

Una riforma ambiziosa che promette maggiore chiarezza per gli investitori, ma che solleva anche interrogativi rilevanti per i mercati privati, caratterizzati da fondi blind pool e strutture complesse. In questa intervista, Christian Schütz, Managing Director e Head of Sustainable Investing di Golding Capital Partners, individua tre aree chiave su cui intervenire per rendere la SFDR 2.0 realmente applicabile al private equity, al credito privato e alle strategie illiquide.

La proposta di SFDR 2.0 introduce una nuova classificazione dei prodotti. Cosa ne pensa?

A prima vista, la proposta rappresenta un passo nella giusta direzione. La classificazione in tre categorie, Transition, ESG Basics e Sustainable, risponde a una richiesta di chiarezza che il mercato avanza da tempo, soprattutto dopo anni di interpretazioni eterogenee degli articoli 8 e 9. L’obiettivo di ridurre il greenwashing e migliorare la comparabilità è condivisibile.

Detto questo, la bozza appare ancora fortemente orientata ai mercati liquidi. Per i mercati privati, così come è formulata oggi, non è ancora “pronta per il mercato”. Con alcuni aggiustamenti mirati, tuttavia, potrebbe diventare uno strumento efficace anche per le strategie illiquide, senza creare blocchi normativi indesiderati.

Partiamo dal tema delle esclusioni: quali criticità emergono per i fondi dei mercati privati?

La proposta collega le nuove categorie SFDR ai criteri di esclusione dei Paris Aligned Benchmark (PAB). Tali criteri PAB riguardano le attività legate ad armi controverse, tabacco e carbone, e si applicano anche alle aziende le cui pratiche violano i principi del Global Compact delle Nazioni Unite o le Linee guida dell’OCSE per le imprese multinazionali. In linea di principio, queste esclusioni sono coerenti con l’obiettivo di promuovere la sostenibilità.

Il problema nasce nell’applicazione ai mercati privati. Se al momento dell’investimento è possibile verificare la conformità, non è chiaro come i fondi debbano comportarsi in caso di violazioni emerse successivamente, durante il periodo di detenzione. Una distinzione tra violazioni “attive” e “passive”, come già previsto nelle linee guida ESMA sui nomi dei fondi, consentirebbe ai fondi private market di applicare criteri di esclusione in modo pragmatico e realistico.

Per i prodotti che restano fuori dalle nuove categorie quali sono le restrizioni previste? E qual è il rischio?

La bozza introduce limiti molto stringenti alle dichiarazioni relative alla sostenibilità per i prodotti che non rientrano nelle tre nuove categorie. Tali dichiarazioni non devono essere “centrali”, non devono comparire nei “documenti chiave”, né assomigliare a determinate tipologie di affermazioni.

Se questo approccio può essere comprensibile per la tutela degli investitori retail, rischia però di essere sproporzionato nel contesto degli investitori professionali. Un fondo che integra attivamente fattori ESG e promuove miglioramenti nelle società in portafoglio, ma che non soddisfa la soglia del 70% o i criteri di esclusione, non potrebbe comunicare il proprio approccio né l’integrazione degli aspetti di sostenibilità. Una distinzione più pragmatica tra fondi retail e professionali permetterebbe di mantenere trasparenza e informazione senza penalizzare strategie legittime.

La soglia del 70% è forse l’aspetto più discusso. Perché è problematica per i fondi private market?

La soglia del 70% sembra concepita per portafogli liquidi, con valorizzazioni giornaliere e una struttura tipica dei fondi indicizzati. I fondi dei mercati privati sono invece blind pool, attraversano fasi di investimento e disinvestimento e includono componenti liquide o di copertura che rendono difficile applicare rigidamente questa percentuale.

Inoltre, il controllo è generalmente possibile sul capitale investito, non sulle valutazioni correnti o sul NAV. Per questo, il calcolo della quota dovrebbe tenere conto del ciclo di vita del fondo e consentire deviazioni “passive”. Solo così la SFDR 2.0 potrà allineare efficacemente i mercati privati agli obiettivi di sostenibilità europei, senza ostacolarne il funzionamento.

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