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Cambiamento climatico

Clima, superare la soglia dell’1,5°C è ormai inevitabile, ma per l’UNEP tornare indietro si può, ecco come

Mentre l’Italia si appresta ad accogliere una nuova ondata di calore nel weekend che proseguirà fino al 9 settembre con picchi di 38°C in molte città dello Stivale, arriva la conferma dell’UNEP: il mondo si avvia a superare la soglia di 1,5°C di riscaldamento globale nei prossimi anni e, anche nello scenario più favorevole, il termometro potrebbe arrivare a 1,8°C prima di iniziare a scendere. È la fotografia tracciata dall’UNEP, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, nel nuovo rapporto Limiting Overshoot – Navigating exceedance of 1.5°C and pathways towards return, che segna un cambio di prospettiva nella lotta al cambiamento climatico. La partita, però, non è finita. L’obiettivo di lungo periodo resta quello indicato dall’Accordo di Parigi, ma bisognerà ormai ragionare su come attraversare l’overshoot, limitarne l’entità e la durata e riportare il riscaldamento sotto la soglia.

L’UNEP non considera infatti il superamento di 1,5°C una nuova soglia di sicurezza, né propone di sostituire l’obiettivo con un livello più alto. Al contrario, il rapporto avverte che non esistono scenari “benigni” oltre 1,5°C. Ogni frazione di grado aggiuntiva aumenta i rischi e rende più difficile l’adattamento.

Perché la soglia di 1,8°C non può essere un’opzione permanente

La differenza tra un overshoot contenuto e un riscaldamento che continua a crescere è enorme. Secondo l’UNEP, le traiettorie climatiche non devono essere valutate soltanto in funzione della temperatura massima raggiunta, ma anche della durata della permanenza a livelli elevati. Più alto sarà il picco e più a lungo il pianeta resterà sopra 1,5°C, maggiori saranno i danni e il rischio di superare soglie oltre le quali alcuni cambiamenti potrebbero diventare difficili o impossibili da invertire.

Il rapporto richiama gli effetti già osservabili e quelli che potrebbero intensificarsi con l’aumento delle temperature: ondate di calore ed eventi estremi più severi, incendi, accelerazione della perdita di ghiaccio e innalzamento del livello dei mari, pressione sugli ecosistemi e sulle risorse idriche e alimentari. Ad esempio, i ghiacciai potrebbero perdere oltre un quarto della loro massa entro il 2100, causando un innalzamento del livello del mare compreso tra 9 e 12,5 cm (in caso di riscaldamento fino a/inferiore a +3°C) e alterando permanentemente la disponibilità idrica in molte aree. I rischi riguardano anche infrastrutture, città, sistemi energetici e salute pubblica. E ci sono i cosiddetti tipping points, punti di non ritorno potenziali che riguardano, tra gli altri, le grandi calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, la circolazione oceanica atlantica e l’Amazzonia.

Gli impatti, sottolinea l’UNEP, si propagano inoltre tra settori. Agricoltura e sicurezza alimentare, acqua, insediamenti e infrastrutture, salute e mezzi di sussistenza sono tutti esposti a rischi che possono sommarsi e rafforzarsi a vicenda. Nel caso dell’agricoltura, il rapporto cita stime secondo cui la produzione alimentare globale potrebbe diminuire fino al 14% entro il 2050 in assenza di misure di adattamento efficaci. Anche un aumento di 0,5°C è associato a una riduzione della produttività agricola nella maggior parte delle regioni.

Per le infrastrutture il problema è particolarmente rilevante perché le loro vite utili possono durare decenni o addirittura secoli. Strade, reti elettriche, sistemi idrici, edifici e impianti progettati sulla base di condizioni climatiche storiche rischiano quindi di essere messi alla prova da eventi che superano sempre più spesso gli standard per i quali sono stati concepiti. Il rischio, osserva l’UNEP, è quello di creare oggi un “lock-in” di vulnerabilità che sarà difficile e costoso correggere in seguito.

Il rapporto sottolinea inoltre che alcuni effetti non verrebbero semplicemente “cancellati” da un eventuale ritorno della temperatura sotto 1,5°C. L’innalzamento del livello del mare, le estinzioni, la trasformazione permanente di alcuni ecosistemi, lo spostamento di popolazioni e attività economiche e i cambiamenti nell’agricoltura possono infatti lasciare conseguenze durature. In altre parole, tornare sotto la soglia non significherebbe tornare al clima precedente.

È per questo che l’UNEP insiste sul valore di ogni decimo di grado evitato e di ogni anno di overshoot accorciato. La differenza non è soltanto statistica, significa ridurre l’esposizione ai rischi e mantenere aperta la possibilità di un successivo ritorno.

Cosa fare per tornare sotto 1,5°C

La seconda parte della sfida è ancora più complessa. Una volta raggiunto il picco, per riportare il riscaldamento verso 1,5°C non sarà sufficiente arrivare a emissioni nette zero. Sarà necessario entrare in una fase di emissioni nette negative, con una rimozione della CO₂ dall’atmosfera superiore alle emissioni residue prodotte dall’economia mondiale. È una prospettiva che rende centrale il tema del carbon dioxide removal (CDR), dalle soluzioni basate sulle foreste alle tecnologie di cattura e stoccaggio.

Il rapporto, però, invita a non trasformare la rimozione della CO₂ in una scorciatoia. Il CDR, sottolinea l’UNEP, deve aggiungersi a una drastica riduzione delle emissioni, non sostituirla. Le capacità di rimozione oggi disponibili non sono sufficienti a compensare un rinvio della decarbonizzazione e l’espansione su larga scala delle tecnologie comporta costi, vincoli fisici, rischi ambientali e questioni di governance. Anche nello scenario più ottimistico, il contributo del CDR alla riduzione della temperatura nel corso di questo secolo sarebbe probabilmente limitato a pochi decimi di grado.

Ma la priorità, prima ancora delle emissioni negative, resta tagliare quelle che possono essere evitate. Qui il rapporto individua margini significativi in diversi settori. Le misure ad alto potenziale considerate dall’UNEP, dalla riduzione delle emissioni nel settore energetico e nell’industria agli interventi su trasporti, edifici, agricoltura e rifiuti, potrebbero arrivare complessivamente a circa 41 GtCO₂e di abbattimento annuale entro il 2035, a un costo inferiore a 200 dollari per tonnellata di CO₂ equivalente. Circa metà di questo potenziale sarebbe disponibile a meno di 20 dollari per tonnellata. È una stima costruita ipotizzando che l’azione fosse iniziata nel 2020; il ritardo accumulato riduce quindi il potenziale effettivamente raggiungibile, ma non ne elimina la rilevanza.

Tra le leve più immediate c’è il metano. L’UNEP ricorda che questo gas è responsabile di circa 0,5°C del riscaldamento globale attuale e che tagliarne rapidamente le emissioni può rallentare il riscaldamento nel breve periodo.

Sul fronte energetico, invece, gli scenari compatibili con un overshoot limitato indicano la necessità di portare le rinnovabili al 60-70% della generazione elettrica globale già entro il 2030, accompagnandole con investimenti nelle reti, nello storage e nella flessibilità della domanda. Il tema non è quindi soltanto sostituire una fonte con un’altra, ma evitare che nuove infrastrutture ad alte emissioni rimangano operative per decenni. Secondo il rapporto, le infrastrutture fossili esistenti e pianificate potrebbero da sole superare del 120% le emissioni di CO₂ compatibili con 1,5°C nel 2030, oltre a consumare una quota rilevante del carbon budget residuo per 2°C.

Il rapporto indica quindi una sequenza precisa. Prima di tutto servono tagli rapidi e profondi alle emissioni, con un’attenzione particolare anche al metano. Il net zero deve diventare una tappa verso emissioni nette negative, mentre parallelamente devono essere rafforzate le politiche di adattamento. Una volta raggiunto il picco, la riduzione delle emissioni dovrà continuare fino a produrre un bilancio netto negativo sufficientemente ampio e prolungato da consentire, nel tempo, una diminuzione delle temperature. È una prospettiva tutt’altro che immediata. L’UNEP sottolinea che un ritorno sotto 1,5°C richiederebbe emissioni nette negative di CO₂ su scala globale per decenni o addirittura secoli, oltre a una forte riduzione delle emissioni di metano. E quanto più alto sarà il picco, tanto più difficile diventerà questa operazione: oltre circa 1,8°C, la possibilità di tornare a 1,5°C entro questo secolo diventa progressivamente più problematica.

Il nodo, dunque, non è scegliere tra mitigazione e adattamento. Le due strategie devono procedere insieme. Mentre la decarbonizzazione cerca di contenere il picco futuro, l’adattamento deve preparare società, infrastrutture ed economie a condizioni climatiche che saranno comunque più difficili di quelle del passato. L’UNEP avverte che anche le strategie di adattamento tradizionali potrebbero diventare insufficienti in presenza di cambiamenti più rapidi e intensi, con il rischio di generare a loro volta forme di maladattamento.

Il dato più importante del rapporto, alla fine, è proprio questo: il superamento di 1,5°C non deve diventare una giustificazione per smettere di perseguire l’obiettivo. Al contrario, cambia la natura dell’urgenza. Se evitare completamente l’overshoot appare ormai fuori portata, ridurne il picco e accorciarne la durata diventa la nuova priorità. Le decisioni prese ora determineranno non soltanto quanto il pianeta si scalderà, ma anche se sarà ancora possibile invertire la traiettoria.


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