Giornata mondiale dell'Ambiente

Approfondimento

Giornata mondiale dell’Ambiente 2026: perché c’è ancora speranza per il clima (nonostante i nuovi record)

Il 5 giugno si celebra la Giornata mondiale dell’Ambiente, la principale ricorrenza delle Nazioni Unite dedicata alla sostenibilità e alla tutela degli ecosistemi. Istituita nel 1972 in occasione della Conferenza di Stoccolma, rappresenta oggi uno dei momenti più importanti per fare il punto sullo stato di salute del pianeta e sulle prospettive della transizione ecologica.

L’edizione 2026 arriva però in un contesto particolarmente complesso. Da una parte la scienza continua a lanciare segnali d’allarme sempre più chiari: il riscaldamento globale accelera, i fenomeni estremi aumentano e la soglia simbolica di 1,5°C fissata dall’Accordo di Parigi appare sempre più vicina. Dall’altra emergono però segnali incoraggianti che mostrano come alcune delle tecnologie necessarie per ridurre le emissioni stiano finalmente entrando in una fase di diffusione di massa.

È questa la fotografia che emerge da due rapporti pubblicati negli ultimi giorni. Il primo, elaborato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM/WMO), descrive un pianeta destinato a vivere altri anni di caldo record; il secondo, pubblicato dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), individua invece una serie di “punti di svolta positivi” che potrebbero accelerare la decarbonizzazione dell’economia globale. La partita è, quindi, tutt’altro che chiusa.

Il clima continua a scaldarsi: altri cinque anni vicino ai record

Secondo il nuovo “Global Annual to Decadal Climate Update” dell’Organizzazione meteorologica mondiale, le temperature globali rimarranno a livelli record o prossimi ai record almeno fino al 2030.

Le previsioni indicano che ciascun anno compreso tra il 2026 e il 2030 registrerà una temperatura media globale compresa tra 1,3°C e 1,9°C sopra i livelli preindustriali del periodo 1850-1900. Si tratta di una fascia estremamente elevata che conferma come il sistema climatico terrestre stia entrando in una nuova normalità caratterizzata da temperature costantemente superiori rispetto a quelle osservate per migliaia di anni prima dell’era industriale.

Il dato più significativo riguarda però la soglia di 1,5°C. Gli scienziati attribuiscono una probabilità del 91% al fatto che almeno uno dei prossimi cinque anni superi temporaneamente questo limite.

Fonte: Global Annual to Decadal Climate Update, Organizzazione metereologica mondiale, 2026

Ancora più rilevante è il fatto che la probabilità che l’intero quinquennio 2026-2030 registri una temperatura media superiore a 1,5°C sia salita al 75%.

Solo pochi anni fa una simile prospettiva appariva molto meno probabile. Il confronto storico mostra infatti quanto rapidamente si stiano modificando le condizioni climatiche globali. Nel rapporto pubblicato nel 2020, la probabilità che almeno un anno superasse temporaneamente 1,5°C era inferiore al 25%. Oggi supera il 90%.

L’OMM stima inoltre che vi sia una probabilità dell‘86% che almeno un anno tra il 2026 e il 2030 diventi il più caldo mai registrato, superando il primato stabilito nel 2024 (1,55 °C). Resta invece estremamente improbabile, con una probabilità inferiore all’1%, che venga superata la soglia dei 2°C entro i prossimi cinque anni.

Gli esperti sottolineano che il superamento temporaneo di 1,5°C non equivale automaticamente al mancato raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, che vengono valutati su periodi pluridecennali. Tuttavia rappresenta un indicatore inequivocabile della traiettoria lungo cui si sta muovendo il sistema climatico globale.

A contribuire all’aumento delle temperature potrebbe essere anche il ritorno di condizioni assimilabili a El Niño nel Pacifico tropicale. Le previsioni mostrano una crescente probabilità di sviluppo del fenomeno tra il 2027 e il 2028. Come già accaduto in passato, El Niño potrebbe fornire un ulteriore impulso alle temperature globali, aumentando il rischio di nuovi record.

Fonte: Global Annual to Decadal Climate Update, Organizzazione metereologica mondiale, 2026

Artico, precipitazioni e fenomeni estremi: i segnali più preoccupanti

Tra gli aspetti più allarmanti del rapporto emerge ancora una volta la situazione dell’Artico, che continua a riscaldarsi molto più velocemente della media globale. L’OMM prevede che nei prossimi cinque inverni estesi dell’emisfero settentrionale, da novembre a marzo, la temperatura artica sarà mediamente di 2,8°C superiore rispetto alla media del periodo 1991-2020. Si tratta di un’anomalia oltre tre volte e mezzo superiore rispetto a quella prevista a livello globale nello stesso arco temporale. Il fenomeno è noto come “amplificazione artica” e rappresenta uno degli indicatori più evidenti del cambiamento climatico. Lo scioglimento del ghiaccio riduce infatti la capacità della superficie terrestre di riflettere la radiazione solare, accelerando ulteriormente il riscaldamento.

Le previsioni mostrano inoltre una continua diminuzione della concentrazione di ghiaccio marino nel Mare di Barents, nel Mare di Bering e nel Mare di Okhotsk, aree fondamentali per gli equilibri climatici dell’emisfero nord.

Anche il ciclo globale delle precipitazioni continua a modificarsi. Secondo il rapporto, il periodo 2026-2030 dovrebbe essere caratterizzato da precipitazioni superiori alla media nel Sahel, nell’Europa settentrionale, in Alaska e in Siberia, mentre l’Amazzonia rischia condizioni più secche del normale. Si tratta di una tendenza coerente con quanto previsto dai modelli climatici da anni: un’atmosfera più calda trattiene maggiori quantità di vapore acqueo, aumentando il rischio di eventi estremi e accentuando le differenze tra aree più umide e aree più aride.

Per l’Europa sud-orientale, una regione che negli ultimi anni ha vissuto periodi di forte siccità, le previsioni indicano un possibile ritorno a condizioni più piovose nel periodo 2026-2030, anche se l’affidabilità delle stime regionali resta inferiore rispetto a quella delle previsioni globali.

I punti di svolta che alimentano la speranza

Se il rapporto dell’OMM fotografa la gravità della situazione, quello dell’UNEP prova a individuare le ragioni per cui la lotta al cambiamento climatico non deve essere considerata persa. Il documento, significativamente intitolato “Cheaper. Cleaner. Unstoppable”, parte da una constatazione fondamentale: molte tecnologie pulite non sono più soluzioni emergenti, ma stanno raggiungendo soglie di mercato che potrebbero renderne la diffusione sempre più rapida e autoalimentata.

L’UNEP definisce questi processi “positive tipping points”, ovvero punti di svolta positivi, che si verificano quando una tecnologia diventa sufficientemente economica, accessibile e socialmente accettata da innescare una crescita esponenziale della domanda. È il classico andamento a curva S: una fase iniziale lenta, seguita da un’accelerazione improvvisa e infine dalla diffusione su larga scala.

Fonte: Cheaper. Cleaner. Unstoppable. Clean technologies that are delivering for the Climate, UNEP, 2026

Secondo il rapporto, tre fattori rendono particolarmente rilevante il momento attuale. Il primo è che molte tecnologie pulite hanno raggiunto o stanno raggiungendo la parità di costo con le alternative fossili. Il secondo è che queste tecnologie sono modulari e facilmente replicabili su vasta scala. Il terzo è che il periodo compreso tra il 2026 e il 2030 rappresenta una finestra decisiva per orientare investimenti, politiche industriali e finanza climatica.

Dalle rinnovabili ai veicoli elettrici: la transizione accelera

Le energie rinnovabili rappresentano probabilmente l’esempio più evidente. Nel giro di un decennio il costo di produzione dell’energia solare ed eolica è crollato e oggi, in gran parte del mondo, costruire nuovi impianti fotovoltaici risulta più conveniente che realizzare nuove centrali a carbone o a gas. Non sorprende quindi che oltre il 75% della nuova capacità elettrica installata dal 2020 provenga da fonti rinnovabili. Gli investimenti nel settore hanno raggiunto circa 450 miliardi di dollari nel 2024 e continuano a crescere. Poiché il settore elettrico genera circa un terzo delle emissioni mondiali di gas serra, il ritmo della trasformazione energetica sarà determinante per il raggiungimento degli obiettivi climatici.

Lo stesso vale per la mobilità elettrica. Nel 2025 oltre un quarto delle nuove automobili vendute nel mondo era elettrico, contro meno del 3% registrato nel 2019. In paesi come la Norvegia le nuove immatricolazioni sono ormai quasi totalmente elettriche, la Cina continua a espandere rapidamente la produzione e l’intera catena di fornitura (il solo mercato interno cinese rappresenta il 57% delle vendite totali globali di veicoli elettrici dal 2010 pari a 22,4 milioni di unità) e l’Etiopia, dove i veicoli elettrici costituiscono il 60% delle nuove immatricolazioni, è all’avanguardia tra i paesi in via di sviluppo.

Fonte: Cheaper. Cleaner. Unstoppable. Clean technologies that are delivering for the Climate, UNEP, 2026

Secondo l’UNEP, l’elettrificazione dei trasporti potrebbe generare benefici che vanno ben oltre la riduzione delle emissioni, quali minore dipendenza energetica, riduzione dell’inquinamento urbano, maggiore sicurezza energetica e una crescente integrazione con i sistemi alimentati da fonti rinnovabili.

Anche il settore edilizio rappresenta un fronte cruciale. Le strategie di raffrescamento passivo, come ombreggiamento, isolamento, ventilazione naturale e utilizzo di materiali riflettenti, possono infatti ridurre le temperature interne degli edifici fino a 6-9°C, mentre la combinazione di edifici efficienti e infrastrutture verdi urbane potrebbe abbattere le emissioni cittadine fino al 25%.

Gli edifici sono responsabili di circa il 21% delle emissioni globali, e gran parte di queste è legata al riscaldamento e al raffreddamento. Le pompe di calore, già diffuse in diversi Paesi del Nord Europa, stanno però diventando sempre più competitive rispetto alle tradizionali caldaie alimentate da combustibili fossili. Una trasformazione che potrebbe rivelarsi decisiva soprattutto nelle economie emergenti, dove la domanda di raffrescamento è destinata a crescere rapidamente nei prossimi decenni.

Infine, il rapporto individua nella riduzione degli sprechi alimentari una delle opportunità più rapide e meno costose per diminuire le emissioni globali. Considerando che circa un terzo del cibo prodotto viene perso o sprecato e che il sistema alimentare è responsabile di circa il 30% delle emissioni mondiali, i margini di miglioramento restano enormi. Molte città stanno già sperimentando iniziative innovative per recuperare le eccedenze alimentari, migliorare la distribuzione del cibo e ridurre i rifiuti. Si tratta di interventi che, oltre ai benefici climatici, generano vantaggi sociali, economici e di sicurezza alimentare.

Insomma se da una parte il cambiamento climatico continua a correre più velocemente di quanto il mondo riesca a ridurre le emissioni, dall’altra, per la prima volta, molte delle soluzioni necessarie per invertire la rotta non appaiono più come tecnologie del futuro ma come realtà economiche già competitive. La sfida dei prossimi cinque anni sarà quindi trasformare questa opportunità in una transizione irreversibile.

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