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SFDR 2.0

SFDR, alcuni Paesi spingono per includere i fossili nei nuovi fondi Transition, Eurosif: rischio greenwashing

Il futuro della finanza sostenibile europea si gioca su un equilibrio sempre più fragile. Secondo un documento interno della Presidenza del Consiglio UE, diversi Stati membri stanno spingendo per eliminare le esclusioni su carbone e combustibili fossili dalla nuova categoria di fondi “Transition” prevista dalla riforma della SFDR, aprendo uno scontro politico che divide governi, industria ed esperti.

La posizione di alcuni Paesi UE è pragmatica: evitare che criteri troppo restrittivi finiscano per disincentivare i flussi di capitale verso le grandi utility energetiche, chiamate a sostenere investimenti ingenti per la decarbonizzazione. Tuttavia, questa apertura solleva interrogativi sulla solidità ambientale del nuovo framework e sul rischio di indebolire la credibilità dell’intero impianto ESG europeo.

A opporsi è in prima linea l’European Sustainable Investment Forum (Eurosif). Nel suo ultimo position paper, l’associazione chiede criteri chiari e ambiziosi (Recommendation 1), raccomandando di mantenere le esclusioni per le società impegnate nell’espansione dei combustibili fossili o prive di strategie credibili di phase-out dal carbone. Per Eurosif, la tenuta della categoria “Transition” dipende da soglie tecniche rigorose, tra le ipotesi in discussione, un allineamento minimo tra il 70% e l’80%, e dall’introduzione di salvaguardie sociali, per evitare derive di greenwashing.

La tensione è alimentata anche dalla comunità scientifica. Centinaia di esperti hanno indirizzato una lettera aperta ai governi nazionali, incluso quello italiano, avvertendo che consentire investimenti in gas o carbone senza piani di uscita definiti rischierebbe di compromettere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Nonostante lo scontro sul nodo fossili, resta una convergenza sulla struttura della cosiddetta “SFDR 2.0”. L’orientamento prevalente è verso un sistema a tre categorie, “Transition”, “ESG Basics” e “Sustainable”, accompagnato da un possibile periodo di applicazione esteso fino a 24 mesi, per consentire agli operatori di adeguarsi a un quadro normativo più complesso.

Da una parte quindi c’è la richiesta di flessibilità avanzata da alcuni governi, dall’altra l’esigenza di rigore invocata da investitori e società civile. Dalla sintesi di queste due spinte dipenderà la credibilità futura della finanza sostenibile europea.

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