CSRD

Approfondimento Deloitte

La CSRD post Omnibus: la semplificazione rafforza il ruolo strategico

Il reporting di sostenibilità sta cambiando forma, non direzione. L’architettura originaria della CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è stata recentemente oggetto di un processo di semplificazione, principalmente in risposta alle esigenze di maggiore proporzionalità e competitività espresse dal mercato europeo. La sua natura, tuttavia, è rimasta intatta: la CSRD continua a rappresentare il framework di riferimento per informative trasparenti e modelli di business resilienti.

È da questa prospettiva che partiamo in questo approfondimento, citando rapidamente il nuovo status dell’assetto normativo per affrontare le cinque leve che la CSRD può attivare all’interno delle organizzazioni per trasformare il reporting da esercizio di compliance a vero strumento strategico di gestione. 

Il pacchetto Omnibus ridisegna la CSRD

La CSRD rappresenta uno dei pilastri del quadro europeo sulla rendicontazione di sostenibilità. Con l’obiettivo di affiancare l’informativa ESG a quella finanziaria, ha introdotto un modello di reporting più strutturato, comparabile e integrato nella gestione aziendale. 

Oggi, quell’impianto è oggetto di una profonda revisione. Nel febbraio 2025 la Commissione Europea ha infatti presentato il pacchetto Omnibus I, con l’obiettivo di semplificare gli obblighi di sostenibilità per ridurre gli oneri
amministrativi e concentrarli sulle organizzazioni di maggiori dimensioni. Il percorso si è concluso con l’approvazione della Direttiva (UE) 2026/470, entrata in vigore il 18 marzo 2026, con modifiche che intervengono su tre dimensioni principali: perimetro, tempistiche e contenuti. 

La revisione più significativa riguarda il perimetro. La Direttiva restringe infatti l’ambito di applicazione agli operatori di maggiori dimensioni: saranno obbligate alla rendicontazione solo le imprese con oltre 1.000 dipendenti e più di 450 milioni di euro di fatturato netto. Questo comporta l’esclusione di una quota significativa di aziende, incluse le PMI quotate, riducendo drasticamente il numero di soggetti coinvolti.

Parallelamente, il pacchetto interviene anche sulle tempistiche e sui contenuti della rendicontazione. Sul primo fronte, sono stati rinviati gli obblighi per le grandi imprese non quotate, originariamente previsti per il 2025  allungando i tempi di ingresso nel nuovo regime. Sul secondo, è stato portato a compimento un processo di semplificazione degli standard di rendicontazione di riferimento, gli  ESRS. Vengono inoltre eliminati gli standard settoriali obbligatori, che diventano volontari, e introdotto uno standard semplificato per le imprese non soggette alla CSRD, anch’esso su base volontaria.

Il risultato è quindi una CSRD più selettiva nel perimetro, più diluita nei tempi e più proporzionata nei contenuti.

Dalla rendicontazione al business: le cinque leve strategiche della CSRD

Pur semplificando il quadro normativo, le nuove modifiche non ridimensionano il ruolo della CSRD, che continua a rappresentare il riferimento centrale per la rendicontazione di sostenibilità. Allo stesso tempo, uscire dal perimetro della Direttiva non significa essere esclusi dalla crescente domanda di informazioni ESG richiedendo alle imprese di confrontarsi con richieste di dati da parte di banche, investitori, clienti e altri stakeholder, indipendentemente dal loro assoggettamento diretto agli obblighi.

La vera questione, quindi, non è più soltanto chi, quando e cosa deve rendicontare, ma come utilizzare le informazioni e i principi che il reporting mette a disposizione per guidare il business, prendere decisioni e governare il cambiamento. In questa prospettiva, la CSRD può agire attraverso cinque leve strategiche: 

  1. Comprendere cosa conta davvero: la materialità come lente decisionale
    La doppia materialità, così come impostata dagli ESRS, consente di far luce in modo sistematico su due direzioni che raramente vengono lette insieme: gli impatti che l’organizzazione genera sull’esterno, e i rischi e le opportunità che l’esterno genera su di essa. È un esercizio che nasce come requisito di compliance sotto CSRD, ma che mostra la sua rilevanza al di fuori del suo perimetro, costringendo gli utilizzatori a rispondere a una domanda che precede qualsiasi rendicontazione: che cosa conta davvero per il business, e perché?
  1. Concretizzare il percorso ESG: la sostenibilità come acceleratore per creare valore

La CSRD porta concretamente gli elementi ESG dentro le decisioni strategiche e operative, richiedendo alle aziende di tradurre ambizioni – su decarbonizzazione, inclusione, gender pay gap etc – in target dichiarati e misurabili, KPI tracciabili e piani d’azione con scadenze definite e strumenti di monitoraggio. Ad esempio, il piano di transizione – la cui disclosure resta prevista dalla CSRD anche dopo Omnibus, seppure filtrata dalla materialità – traduce la consapevolezza dell’importanza dei fattori climatici in obiettivi, scelte d’investimento e leve di decarbonizzazione che impattano su tutto il business. L’obiettivo, quindi, non è solo di ridurre l’impronta ambientale, ma anticipare i rischi della transizione e coglierne le opportunità per l’intera azienda prima che diventino necessità.

  1. Rafforzare la credibilità ESG: un’esposizione più trasparente e solida

Prevedendo la revisione esterna del report pubblicato, la CSRD offre implicitamente una base più solida per una comunicazione ESG credibile, fondata su dati strutturati, documentati e verificati, e riducendo il rischio di greenwashing e danni reputazionali. Il tema assume ulteriore rilevanza alla luce della Direttiva EmpCo (Empowering Consumers for the Green Transition), che dal 27 settembre 2026 vieta claim ambientali generici o non dimostrabili. EmpCo non disciplina il bilancio CSRD, ma si inserisce in un quadro strettamente connesso: quando dati e informazioni rendicontati vengono utilizzati nella comunicazione commerciale, devono poter essere adeguatamente supportati e verificati. La CSRD diventa così una solida base per impostare comunicazioni ESG più credibili, coerenti e anche difendibili.

  1. Integrare dati finanziari e di sostenibilità: la lettura unitaria del business

L’integrazione strutturata tra dati finanziari e dati di sostenibilità – il cosiddetto connected reporting – oltre a ridurre i costi di raccolta ed elaborazione dei dati ai fini del reporting, migliora la qualità dei processi decisionali. Investimenti per la transizione climatica, effetti finanziari dei rischi climatici, sistemi di incentivazione del management sono solo alcuni esempi di ambiti in cui dati ESG e finanziari devono essere letti insieme. Una base informativa condivisa tra Finance e Sostenibilità permette così al management di comprendere come i fattori ESG incidano sulla performance e sul valore futuro dell’impresa ed adattare di conseguenza la direzione del business, passando dal reagire al guidare il mercato.

  1. Evolvere il DNA delle organizzazioni: la sostenibilità per l’efficienza e la cultura

La CSRD interviene sull’organizzazione prima ancora che sul reporting, integrando la sostenibilità nei processi, nella governance, nei dati e nei sistemi di controllo. Di conseguenza, smette di essere una competenza confinata alla funzione ESG e si diffonde capillarmente nei processi decisionali e nella gestione quotidiana del business. Nel breve periodo, questo permette di far emergere inefficienze e margini di miglioramento prima invisibili; nel tempo, porta a un cambiamento più profondo e culturale, perché gli indicatori di sostenibilità entrano nel lavoro quotidiano di manager e team intermedi, diventando il nuovo criterio con cui l’azienda prende decisioni. 

Il vero passaggio dopo Omnibus

Omnibus ha ridisegnato perimetro, tempistiche e contenuti della CSRD, ma la sfida per le aziende rimane più ampia del semplice adeguamento normativo. 

Le cinque leve strategiche  – materialità, strategia, credibilità, integrazione, cultura organizzativa – sono veri punti di accesso attraverso cui connettere la sostenibilità a concreti driver strategici: gestione del rischio, qualità delle decisioni, diffusione dell’innovazione, penetrazione in nuovi mercati o nuovi clienti. 

Il reporting può diventare quindi il punto di partenza per leggere meglio il business, cogliere le nuove opportunità e comprendere le vulnerabilità e orientarne le scelte in modo più strategico. Per questo, dentro o fuori dal perimetro obbligatorio, la domanda non è più soltanto se, quando e cosa rendicontare, ma come utilizzare ciò che si rendiconta per governare aziende più resilienti. 

La recente semplificazione, in questa prospettiva, non chiude il percorso, ma apre una nuova fase: quella in cui la sostenibilità può essere rifocalizzata come leva strategica sfruttando il reporting come driver. 

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