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World Economic Forum

Gender Gap Report 2026: il divario di genere scende ma la parità resta lontana 120 anni

Vent’anni dopo la sua introduzione, il divario di genere globale è stato colmato al 69,2%. È il livello più alto mai registrato dal Global Gender Gap Index, ma per arrivare alla piena parità serviranno ancora 120 anni. Nel campione costante delle 97 economie monitorate dal 2006, il progresso è stato di 5,2 punti percentuali, dal 64,2% al 69,4%. Rispetto al 2025, invece, il miglioramento è stato di appena 0,4 punti.

A fotografare questa distanza tra progressi e lentezza è il World Economic Forum, nella ventesima edizione del Global Gender Gap Report. L’indice prende in esame 145 economie e misura il divario in quattro aree: partecipazione e opportunità economiche, istruzione, salute e sopravvivenza, empowerment politico. Un punteggio del 100% indica la parità completa.

Il quadro globale resta quindi quello di un progresso reale, ma tutt’altro che lineare. Nel 2026 nessuna economia ha raggiunto la piena parità. Per il diciassettesimo anno consecutivo è l’Islanda a guidare l’indice, con il 93% del divario colmato, unico Paese ad aver superato la soglia del 90%. Seguono Finlandia, all’87,2%, e Norvegia, all’85,7%.

“Vent’anni di dati dimostrano che la parità di genere è raggiungibile. Le economie di ogni livello di reddito hanno fatto progressi, quindi l’ostacolo non è la mancanza di risorse”, ha affermato Saadia Zahidi, Direttore Generale del World Economic Forum. “La parità è un fondamento per la crescita e la competitività, ma non è inevitabile. Per accelerare il processo, i governi e i datori di lavoro devono imparare dalle politiche che funzionano e applicarle più rapidamente. Una nuova economia richiede un nuovo approccio ai talenti.”

Gender gap 2026: istruzione e salute sono quasi alla parità, il potere resta il grande divario

Il dato complessivo nasconde differenze molto marcate tra le quattro dimensioni considerate dal WEF. Le aree nelle quali il mondo si avvicina maggiormente alla parità sono istruzione e salute. L’educational attainment ha raggiunto il 96,9%, mentre health and survival si attesta al 96,2%. Al contrario, il terreno più difficile rimane quello nel quale si concentra il potere economico e politico.

La partecipazione e opportunità economica arriva infatti al 61,7%, mentre l’empowerment politico si ferma al 22,1%. Quest’ultimo è anche il campo nel quale il divario è più lontano dall’essere colmato: considerando le 97 economie osservate per tutto il periodo, dal 2006 è migliorato di 8 punti percentuali, ma al ritmo attuale la parità politica richiederebbe ancora 194 anni. Per la partecipazione economica la stima è di 129 anni, mentre l’istruzione è la dimensione più vicina alla chiusura, con una proiezione di otto anni.

C’è però un altro elemento che il rapporto invita a osservare: il progresso politico ha iniziato a invertire la rotta. Dal 2006 la presenza femminile nei ministeri e nei parlamenti è cresciuta, ma il punteggio dell’empowerment politico è oggi inferiore a quello del 2016. La quota di economie guidate da una donna, nel campione costante, aveva raggiunto il 27% nel 2022, il livello più alto degli ultimi cinquant’anni, per poi tornare ai livelli del 2016.

Donne e lavoro, il divario che cresce con la carriera

Il lavoro rimane fondamentale per la partecipazione economica, ma avere un’occupazione non garantisce più automaticamente stabilità o mobilità economica. Per il WEF, carriere produttive, resilienti e con possibilità di avanzamento sono sempre più importanti per la parità, soprattutto in mercati nei quali donne e uomini continuano a concentrarsi negli stessi ruoli e settori.

I dati LinkedIn, riportati nello studio, mostrano qualche progresso nella presenza femminile, ma anche un forte effetto di selezione lungo la carriera. Tra il 2015 e giugno 2026, la quota di donne nella forza lavoro è passata dal 39,9% al 41,8%. Nei ruoli di senior leadership è salita invece dal 26,7% al 29,6%.

Il problema emerge soprattutto osservando cosa accade salendo nella gerarchia: nel 2026 la rappresentanza femminile passa dal 46% nelle posizioni di ingresso al 23% nel C-suite, dimezzandosi. Il cosiddetto “drop to the top” varia inoltre in funzione del settore e può colpire le donne in momenti diversi del percorso professionale. Le donne sono anche quasi il doppio degli uomini tra coloro che interrompono la carriera, con conseguenze persistenti sulla progressione professionale dopo il rientro.

La distanza dalla parità emerge quindi con particolare chiarezza nei ruoli di vertice. Sempre secondo i dati LinkedIn, dal 2024 la quota femminile nel top management è rimasta sotto il 30% in media nelle 62 economie monitorate. Nelle 16 economie per cui sono disponibili dati sulle assunzioni, la quota di donne tra i nuovi ingressi nei ruoli apicali è inoltre scesa dal 34,8% del 2022 al 32,3% nei primi due trimestri del 2026.

Anche la composizione della C-suite racconta una forte concentrazione di genere:

  • le donne occupano il 19,1% dei ruoli di CEO;
  • rappresentano circa un quarto dei CFO e dei COO;
  • sono circa due terzi dei Chief Human Resources e Chief People Officer;
  • sono invece meno di una su cinque tra i Chief Information Officer e meno di una su dieci tra i Chief Technology Officer.

“I progressi verso la parità di genere nei ruoli di leadership si sono arrestati per il quarto anno consecutivo. Seguendo l’andamento attuale, le ragazze nate oggi non vedranno una rappresentanza paritaria ai vertici nel corso della loro vita. E il problema è ancora più accentuato per le donne che lavorano in ruoli legati all’intelligenza artificiale”, ha affermato Sue Duke, Managing Director per EMEA e LATAM e Head of Global Public Policy & Economic Graph di LinkedIn. “Ma possiamo invertire questa tendenza affrontando le barriere persistenti che ostacolano le donne nel loro percorso professionale, investendo maggiormente nelle competenze, assumendo in base alle capacità e normalizzando i percorsi di carriera non lineari”.

Intelligenza artificiale, finanza e imprenditoria: i nuovi fronti del gender gap

Il fenomeno riguarda anche l’economia digitale. Nelle imprese che operano nell’intelligenza artificiale le donne rappresentano il 36,6% degli individual contributor, contro il 44,8% nelle aziende non-AI. Nei ruoli di top management la quota è rispettivamente del 25,3% e del 27,7%. Ancora più evidente il divario nelle professioni AI: le donne sono appena il 19,3% degli AI engineer.

Anche l’accesso al capitale resta un terreno nel quale la parità non è stata raggiunta. Negli ultimi 15 anni l’accesso delle donne a prodotti e servizi finanziari si è ampliato, ma all’interno delle istituzioni dei mercati dei capitali le donne rappresentano il 40,4% della forza lavoro e il 31% delle posizioni di senior leadership. Nelle istituzioni finanziarie pubbliche, la presenza femminile è cresciuta ai vertici delle banche centrali, raggiungendo il 19% dei governatori e il 29% del personale dirigenziale.

Un altro indicatore riguarda l’imprenditoria. Il numero di lavoratori che hanno aggiunto la parola “founder” al proprio profilo LinkedIn è aumentato del 60% tra il 2024 e il 2025, ma la quota femminile tra i fondatori è rimasta ferma al 28%.

Europa davanti alle altre regioni: 75,7% del divario di genere è stato colmato

Sul piano geografico, l’Europa è tornata al primo posto tra le regioni analizzate dal WEF, con il 75,7% del gender gap chiuso, sette punti in più rispetto al 2006. Sette dei dieci Paesi ai vertici della classifica mondiale sono europei: Islanda, Finlandia, Norvegia, Regno Unito, Svezia, Germania e Irlanda.

L’Europa ha migliorato la propria parità complessiva di 7 punti percentuali dal 2006 e, mantenendo l’attuale ritmo, il WEF stima che potrebbe raggiungere la piena parità in 70 anni. Il progresso è stato sostenuto soprattutto dalla partecipazione economica, cresciuta di 9,7 punti, e dall’empowerment politico, aumentato di 17,6 punti. nello specifico, sul fronte economico, la parità nella rappresentanza femminile tra legislatori, alti funzionari e dirigenti è passata dal 36,9% al 52,9%, mentre tra i lavoratori professionali e tecnici è salita dall’83,4% al 96,5%. Sul fronte politico, la parità nell’indicatore relativo al capo dello Stato è passata dal 5,4% al 16,6%. L’Europa mantiene inoltre livelli prossimi alla parità nell’istruzione, al 99,5%, e nella salute e sopravvivenza, al 96,9%.

Il confronto con il resto del mondo mostra però una situazione articolata. Il Nord America è al 75,2% e mantiene il primato nella partecipazione economica, con il 77,1%, mentre l’America Latina e i Caraibi sono al 74,5% e hanno registrato il maggiore miglioramento dal 2006, pari a 8,6 punti. L’Asia orientale e il Pacifico sale al quarto posto, al 70,3%, mentre l’Asia centrale è al 70%. L’Africa subsahariana si ferma al 68,8%, ma presenta una forte differenza interna: la Namibia, con l’84,5%, è quarta nella classifica mondiale. L’Asia meridionale è al 64,5% e registra il valore più basso nella partecipazione economica, al 40,9%. Chiude il Medio Oriente e Nord Africa, al 62,5%, con appena l’11,5% del divario politico colmato.

Vent’anni di progressi, ma la seconda metà della strada è la più difficile

Il ritmo dei cambiamenti offre un’ultima chiave di lettura. Dal 2006 quasi tutte le economie monitorate hanno migliorato il proprio livello di parità, ma la prima decade dell’indice ha registrato progressi più rapidi rispetto alla seconda. Dopo il picco del 2019, quando il 76,3% delle 97 economie aveva registrato un miglioramento, la pandemia ha provocato una serie di arretramenti; dal 2024 più della metà delle economie ha però recuperato slancio.

Considerando la velocità di cambiamento, le economie che hanno fatto più rapidamente passi verso la parità sono Namibia, Ecuador, Nepal, Guatemala, Messico, Arabia Saudita, Comore, Bolivia, Francia e Cile. Se manterranno l’attuale ritmo, il gruppo di Paesi che potrebbe raggiungere la parità entro i prossimi 40 anni comprende invece Islanda, Namibia, Ecuador, Regno Unito, Messico, Finlandia, Francia, Australia, Cile e Guatemala.

Il bilancio dei vent’anni è quindi duplice. Da una parte, il 69,2% raggiunto nel 2026 rappresenta il massimo storico del gender gap globale e quasi tutte le economie hanno fatto progressi. Dall’altra, la seconda metà del percorso si sta rivelando più difficile della prima: istruzione e salute sono vicine alla parità, mentre potere politico, accesso alle posizioni apicali, mobilità economica e nuove competenze tecnologiche restano i principali punti critici

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