Le nuove nomine nei CdA dell’S&P 500 raggiungono il livello più basso dal 2014. La diversità complessiva resta elevata, ma recruiter e investitori temono un’inversione di tendenza.
La campagna dell’amministrazione Trump contro le politiche di Diversity, Equity & Inclusion (DEI) sta iniziando a riflettersi anche sulla governance delle grandi società quotate statunitensi. Secondo una nuova analisi della società di executive search Spencer Stuart, le nomine di donne e persone appartenenti a minoranze etniche nei consigli di amministrazione delle aziende dell’S&P 500 sono scese ai livelli più bassi degli ultimi dieci anni, segnando un’inversione rispetto ai progressi registrati dopo i movimenti #MeToo e Black Lives Matter.
Nel periodo concluso il 30 aprile 2026, il 40% dei 364 nuovi amministratori indipendenti nominati nei board dell’S&P 500 apparteneva a gruppi tradizionalmente sottorappresentati. Si tratta della quota più bassa dal 2014, quando era pari al 39%, e di un netto calo rispetto al picco del 72% registrato tra il 2021 e il 2022.
Diversità ancora elevata, ma il ricambio cambia direzione
Il rallentamento delle nuove nomine non significa però che la composizione complessiva dei consigli di amministrazione sia già cambiata radicalmente. Attualmente donne e minoranze occupano il 49,3% dei posti nei board dell’S&P 500, una percentuale solo leggermente inferiore al massimo storico del 49,6% raggiunto nel 2024 e nel 2025. Secondo quanto riportato da Reuters, questo dato riflette soprattutto le nomine effettuate negli anni successivi ai movimenti #MeToo e Black Lives Matter. Ma, avverte la testata londinese, se il trend delle nuove nomine dovesse proseguire, i progressi raggiunti negli ultimi anni potrebbero progressivamente ridursi.
Meno attenzione alla diversity nelle selezioni
Tra i fattori che spiegano il cambiamento pesa innanzitutto il nuovo contesto politico e normativo statunitense. Dall’inizio del secondo mandato, l’amministrazione Trump ha avviato una serie di iniziative per limitare i programmi DEI, sostenendo che possano determinare trattamenti preferenziali basati su genere o appartenenza etnica.
Parallelamente, molte imprese hanno ridimensionato il ruolo attribuito alla diversità nei processi di selezione dei consiglieri. Secondo PeopleReturn, solo il 12% delle società dell’S&P 500 dichiara oggi di utilizzare criteri legati alla diversity nella scelta dei membri del board, contro il 23% del 2025 e il 48% del 2024.
Secondo le informazioni raccolte da Reuters, un altro elemento che starebbe influenzando le nomine è la crescente ricerca di amministratori con esperienza da amministratore delegato. Quest’anno gli attuali o ex CEO hanno rappresentato il 37% delle nuove nomine, il livello più elevato degli ultimi quindici anni. Si tratta di un bacino di candidati che storicamente presenta una minore diversità rispetto ad altre funzioni manageriali.
Anche gli investitori riducono la pressione
Il cambiamento riguarda anche il mondo degli investitori istituzionali. Negli ultimi anni grandi gestori come BlackRock, Vanguard e State Street avevano incoraggiato una maggiore rappresentanza di donne e minoranze nei consigli di amministrazione attraverso le proprie politiche di voto.
Come riportato da Reuters, negli ultimi mesi i tre asset manager hanno progressivamente eliminato dalle proprie linee guida i riferimenti espliciti alla diversità dei board, contribuendo a ridurre la pressione esercitata sulle società quotate. Secondo gli esperti, la diversity continua a essere considerata un elemento positivo per la qualità della governance, ma non rappresenta più un criterio esplicitamente richiesto come negli anni precedenti.
Il risultato è un nuovo scenario in cui la composizione dei board resta ancora vicina ai massimi storici in termini di inclusione, mentre il ricambio generazionale e le nuove nomine sembrano seguire priorità diverse, con possibili implicazioni di lungo periodo per la governance delle imprese.
