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Dati Spencer Stuart

Board Index 2025, aumentano competenze ESG e donne nei CdA italiani

L’Italia delle grandi imprese entra in una nuova stagione di rinnovi dei Consigli di Amministrazione. Ma quest’anno, il clima appare diverso. Dopo tre decenni di osservazione, il Board Index 2025 di Spencer Stuart fotografa un sistema in lenta ma costante trasformazione con i CdA che si fanno più snelli, più femminili e, soprattutto, sempre più sensibili ai temi della sostenibilità ambientale, sociale e di governance, quei fattori ESG che stanno riscrivendo le priorità della finanza e del potere industriale.

Giunta alla sua trentesima edizione, l’indagine prende in esame le prime 100 società italiane per capitalizzazione di mercato, tracciando un profilo aggiornato della classe dirigente d’impresa.

Efficienza e responsabilità: i CdA italiani si fanno più leggeri

Il primo dato che salta agli occhi è la riduzione progressiva delle dimensioni dei consigli di amministrazione. Nel 2025, la media si aggira intorno ai 10,8 membri, un numero in calo costante da dieci anni. Il fenomeno conferma dunque che i board italiani si stanno facendo più essenziali, meno affollati, forse più funzionali a un dibattito efficace. Nei settori bancario e assicurativo, dove la normativa impone maggiore articolazione, si resta su numeri più alti, tra 12 e 16 membri, ma altrove, specialmente nell’industriale e nei beni di consumo, i CdA si attestano su 9-11 componenti al massimo.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Questo ridimensionamento risponde dunque a un’esigenza di efficienza e di accountability. CdA più piccoli consentono una maggiore chiarezza nelle responsabilità, riducono il rischio di dispersione delle discussioni e favoriscono un presidio più stretto dei temi chiave quali la strategia, il controllo dei rischi, le politiche di remunerazione e, sempre più spesso, la sostenibilità.

Un altro aspetto è la frequenza e la durata delle riunioni consiliari. I CdA italiani si riuniscono in media 11 volte l’anno, praticamente una volta al mese, per una durata complessiva di circa 29 ore annue. Il dato, stabile rispetto agli anni precedenti, nasconde tuttavia forti differenze settoriali: le banche restano le più attive, con oltre 16 riunioni all’anno e tempi di discussione che possono superare le 60 ore complessive; le società industriali, invece, si fermano a 8 riunioni medie, segno di una maggiore delega al management operativo.

Il tasso di partecipazione rimane altissimo, intorno al 96%, a testimonianza della serietà con cui i consiglieri interpretano il proprio ruolo, mentre la durata media di una singola riunione (2 ore e 40 minuti) segnala un livello di approfondimento costante, nonostante l’aumento della complessità delle agende.

L’equilibrio imperfetto: più donne nei CdA, ma ruoli apicali ancora maschili

Il Board Index 2025 certifica una stabilità nell’età media, pari a circa 60,4 anni, e una costante crescita della presenza femminile, che si attesta al 43%.

Andando a vedere nel dettaglio, quasi 9 società su 10 rispettano pienamente i requisiti di equilibrio di genere fissati dalla normativa; mentre in 89 casi su 100, la quota di donne raggiunge o supera il 40% del totale dei consiglieri. Tuttavia, la rappresentanza non coincide ancora con l’effettivo accesso al potere visto che le donne siedono sì nei board, ma raramente li guidano.

Su un totale di 248 ruoli di vertice (presidenti, vice presidenti, amministratori delegati), solo 28 sono occupati da donne, e di queste appena 9 hanno poteri esecutivi. Le amministratrici delegate sono quattro, un numero che resta simbolico più che sistemico. Tra le presidenti, solo due hanno deleghe operative; nessuna ricopre il doppio ruolo di presidente e CEO, carica che, invece, detengono 14 uomini senza eccezioni.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Le differenze non si limitano ai ruoli. Anche il background professionale evidenzia una segmentazione: il 54% dei consiglieri proviene infatti dal mondo manageriale, il 18% è imprenditore, il 17% professionista e il 9% accademico. Ma tra le donne il profilo cambia: meno imprenditrici (12%) e più professioniste (25%).

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

In molti casi, le nuove consigliere arrivano dal mondo della consulenza strategica, del diritto societario, della revisione contabile o dell’università. Sono esperte di governance, compliance, sostenibilità. Figure preziose per i board moderni, ma ancora distanti dai vertici operativi.

Questo dualismo con numeri positivi sulla carta, ma ruoli apicali ancora maschili, è una delle contraddizioni più visibili della corporate governance italiana. È come se la legge avesse aperto la porta, ma la cultura aziendale faticasse a far entrare davvero le donne nel circuito delle decisioni strategiche.

Un altro elemento significativo è la crescente internazionalizzazione delle esperienze. Solo il 9,6% dei consiglieri ha nazionalità non italiana, ma il 39% ha maturato esperienze professionali significative all’estero o in contesti globali. Si tratta di un capitale culturale importante, soprattutto in un momento in cui la sostenibilità si gioca su scala transnazionale, tra regolazioni europee, supply chain globali e mercati dei capitali internazionali.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Competenze in evoluzione: l’ESG cresce, ma l’innovazione resta indietro

L’ambito ESG continua a conquistare terreno diventando la terza competenza più diffusa tra i consiglieri dei CdA (30%), preceduta dalla Finanza (53%) e dal Controllo e rischi che conquista il primo posto con il 58%.

Eppure, la fotografia non è del tutto rassicurante. Solo il 12% dei consiglieri possiede una competenza riconducibile all’innovazione tecnologica o digitale. È una percentuale bassa, che segnala come l’Italia, pur attenta alla compliance e alla rendicontazione, sia ancora debole nella capacità di tradurre la sostenibilità in leva d’innovazione.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Il dato è mitigato dal fatto che il 66% dei board include almeno un membro con competenze digitali, ma la distribuzione è disomogenea: i settori telecomunicazioni (85%) ed energia (73%) guidano la classifica, mentre manifatturiero e beni di consumo restano più indietro.

La situazione cambia se si guardano alle nuove nomine. La sostenibilità infatti conquista terreno confermandosi una competenza per il 47% dei nuovi consiglieri, sebbene sia, anche in questo caso, in terza posizione sempre dietro a finanza e a controllo dei rischi. In crescita anche l’innovazione tecnologia, anche se resta una competenza solo nel 14% dei casi. Un mix che indica la volontà di consolidare la solidità dei board, ma anche la prudenza nel rinnovamento.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Governance e remunerazione ESG: dai comitati agli incentivi per un cambiamento sostenibile

Negli ultimi anni le aziende stanno progressivamente strutturando la sostenibilità all’interno della propria governance, riconoscendo il ruolo centrale dei comitati come architettura del cambiamento. Secondo i dati più recenti, in media, ogni società dispone di 3,4 comitati interni, per un totale di 341 comitati censiti nel campione. Di questi, 83 sono comitati dedicati alla sostenibilità, di cui 38 stand-alone, esclusivamente focalizzati su tematiche ambientali, sociali e di governance, mentre altri 45 hanno integrato la sostenibilità in strutture preesistenti, prevalentemente nei Comitati di Controllo e Rischi, ma anche nei Comitati Nomine o Strategici. In generale comunque il numero di comitati dedicati alla sostenibilità è in costante aumento: nel 2023 erano 79, a dimostrazione della crescente attenzione delle aziende verso le tematiche ESG.

I Comitati Sostenibilità si riuniscono con regolarità, in media 6,8 volte all’anno, con una durata media di circa un’ora e mezza per seduta. Nel caso delle banche, il numero di riunioni sale a 9 all’anno, sottolineando un impegno crescente. Anche la composizione dei comitati stessi riflette l’evoluzione verso una governance più indipendente e qualificata: la maggioranza dei membri è indipendente, e oltre la metà dei presidenti proviene da un background manageriale, con esperienza nella gestione aziendale e nella strategia sostenibile.

Fonte: Board Index 2025 di Spencer Stuart

Le agende dei comitati ESG si stanno ampliando progressivamente e comprendono:

  • tradizionali temi ambientali
  • etica
  • innovazione sociale
  • capitale umano
  • gestione delle catene di fornitura
  • transizione energetica
  • decarbonizzazione.

Questo ampliamento indica un approccio più integrato alla sostenibilità, in cui le decisioni del board e dei comitati influenzano in modo diretto la strategia e le operazioni aziendali.

Un aspetto strettamente collegato alla governance ESG riguarda la remunerazione dei vertici aziendali e la coerenza tra incentivi e obiettivi sostenibili. Secondo il Board Index 2025, la remunerazione media degli amministratori delegati si è attestata intorno ai 2,1 milioni di euro, un risultato leggermente inferiore rispetto agli anni precedenti. Questo calo non va interpretato come un segnale di austerità, ma piuttosto come il risultato di una progressiva redistribuzione tra componente fissa e variabile, con una crescente integrazione di indicatori ESG nei piani di incentivazione.

In particolare, 67 aziende hanno adottato piani di incentivazione legati alla sostenibilità, collegando direttamente i compensi degli amministratori al raggiungimento di obiettivi ESG. Le variabili più frequentemente utilizzate comprendono obiettivi di diversity di genere, riduzione degli infortuni e promozione della salute e sicurezza sul luogo di lavoro, engagement delle persone, transizione energetica e riduzione delle emissioni di CO₂. In questo modo, la governance, attraverso i comitati e la struttura dei compensi, diventa uno strumento concreto per guidare l’azienda verso un futuro più sostenibile, creando un legame diretto tra strategia, performance e responsabilità sociale.

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