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Campaign for Nature e Together for the Ocean

Biodiversità, solo il 20% delle terre e il 10% degli oceani sono protetti

Il mondo è ancora lontano dall’obiettivo di proteggere e conservare almeno il 30% delle terre e degli oceani entro il 2030. A quattro anni dalla scadenza del target “30×30”, la superficie terrestre e le acque interne formalmente protette o conservate si fermano intorno al 20%, mentre quella marina e costiera è appena al 10%. Il quadro emerge dal 30×30 Global Assessment 2026, realizzato da Campaign for Nature e Together for the Ocean.

L’obiettivo è stato adottato nel 2022 da 196 Paesi nell’ambito del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework. Dal 2022 sono stati aggiunti alla protezione formale circa 1,3 milioni di km² di territorio e 6 milioni di km² di aree marine. I progressi, tuttavia, non sono sufficienti: se tutti gli impegni terrestri già quantificati dai governi venissero rispettati, la copertura potrebbe arrivare a circa il 27% entro il 2030. Per gli ecosistemi marini, invece, le proiezioni si fermano intorno al 12%.

Il divario è particolarmente evidente in alto mare, che rappresenta circa due terzi dell’oceano globale. Solo l’1,5% delle acque internazionali risulta oggi designato come area protetta o conservata. Il nuovo High Seas Treaty, l trattato Onu vincolante per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità nelle aree marine oltre la giurisdizione nazionale entrato in vigore nel gennaio 2026, rappresenta quindi uno degli strumenti principali per accelerare la protezione degli ecosistemi oltre le giurisdizioni nazionali.

Il problema non riguarda però soltanto la quantità di territorio o mare inserita nei registri. Il rapporto sottolinea la differenza tra protezione formale ed effettiva: appena il 3,5% dell’oceano è considerato pienamente protetto e fino a un quarto delle aree dichiarate protette o conservate potrebbe non essere ancora realmente attuato. Anche sulla terra molti siti non dispongono di risorse sufficienti per gestione, monitoraggio e controllo. Solo una quota limitata delle aree protette dispone inoltre di valutazioni recenti sulla propria efficacia gestionale.

La geografia della conservazione resta però molto disomogenea: oltre 50 Paesi e territori hanno già raggiunto almeno il 30% di copertura terrestre, mentre sono appena 23 quelli che superano la soglia per le aree marine e costiere. Tra le regioni più avanti, l’America Latina si colloca intorno al 29% sulla terraferma e al 26% in mare, mentre l’Oceania raggiunge circa il 24% terrestre e il 41% marino-costiero.

Il quadro comprende anche casi nazionali molto diversi: Brasile, Australia, Canada, Costa Rica e Colombia hanno ampliato significativamente le aree protette o conservate negli ultimi anni. La Colombia, in particolare, è tra gli esempi citati dal report per l’integrazione dei diritti e del ruolo delle popolazioni indigene e delle comunità locali nelle strategie di conservazione.

A frenare il 30×30 è anche il finanziamento. La conservazione globale richiederebbe tra 100 e 180 miliardi di dollari l’anno, contro una spesa attuale stimata in circa 24 miliardi: il deficit è quindi compreso tra 75 e 150 miliardi di dollari. Ancora più marcato è il divario per la protezione marina, che necessita di circa 16 miliardi l’anno ma riceve appena 1,8 miliardi.

La biodiversità, però, non è soltanto una questione ambientale. Il rapporto evidenzia che oltre metà del Pil globale dipende da servizi legati alla natura, mentre un collasso parziale degli ecosistemi potrebbe costare all’economia mondiale più di 2.700 miliardi di dollari all’anno. Al contrario, il raggiungimento del 30×30 potrebbe generare fino a circa 450 miliardi di dollari di Pil aggiuntivo annuo entro il 2050 e sostenere tra 4 e 7 milioni di posti di lavoro.

Tra le leve individuate ci sono anche il riconoscimento dei territori gestiti da popolazioni indigene e comunità locali, che potrebbero rappresentare fino al 35% delle terre emerse, e una maggiore integrazione della biodiversità nelle decisioni su infrastrutture, agricoltura, energia e investimenti. Insomma, l’obiettivo del 30×30 resta tecnicamente raggiungibile, ma richiede un’accelerazione significativa. Non basta tracciare nuovi confini sulle mappe, occorrono risorse, gestione efficace, governance inclusiva e protezione reale degli ecosistemi.

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