Yara fertilizzanti

Intervista

Castellucci (Yara): meno CO₂ nelle filiere agroalimentari grazie ai fertilizzanti low‑carbon

Metti insieme tre elementi: entro il 2050 la popolazione mondiale potrebbe avvicinarsi ai 10 miliardi di persone, per nutrirla sarà necessario aumentare la produzione alimentare di circa il 50% e allo stesso tempo, le emissioni di gas serra dovranno ridursi di almeno il 90% per rispettare l’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C, come previsto dall’Accordo di Parigi. Sembra un rompicapo, ma è proprio questa la sfida che affronta Yara International, gruppo norvegese leader nei fertilizzanti.

Fondata all’inizio del Novecento per affrontare la carestia dell’epoca, l’azienda, presente in più di 160 Paesi, conta oggi oltre 17.000 dipendenti ed è all’avanguardia nelle soluzioni per la decarbonizzazione dell’agricoltura. Produrre di più senza aumentare il suolo occupato e inquinare di meno. Per questo Yara International ha sviluppato uno dei più grandi impianti di stoccaggio della CO₂ in Europa – fino a 800.000 tonnellate di CO₂ liquefatta trasportate ogni anno dall’impianto di Sluiskil a un sito di stoccaggio sicuro situato a 2,6 km sotto il fondale marino della piattaforma continentale norvegese – e utilizza energia pulita, dall’idrogeno alle rinnovabili, per produrre l’ammoniaca, elemento chiave dei fertilizzanti.

In Italia Yara è uno dei principali operatori nel mercato dei fertilizzanti minerali, organici e delle soluzioni per la nutrizione vegetale, con oltre un milione di tonnellate vendute ogni anno e trestabilimenti produttivi a Ferrara, Ravenna e Canneto sull’Oglio.

A raccontare le iniziative e i progetti dell’azienda per garantire la sicurezza alimentare in un contesto di crescita della popolazione mondiale, riducendo al tempo stesso l’impatto dell’agricoltura sulle risorse naturali e sugli ecosistemi, in linea con il principio del “restore nature” è Giulia Castellucci, Business Development Partnership & Public Affairs Manager di Yara Italia.

Trovi questa intervista anche in ESGmakers – Speciale Food, la guida che racconta percorsi, sfide e successi degli attori della filiera agrifood nell’ambito della sostenibilità, e che lanceremo a TUTTOFOOD il 13 maggio alle ore 10.30 nella Better Future Arena, in occasione del convegno Cibo rigenerativo: la sostenibilità per l’economia, il pianeta e le persone curato da ESGnews a cui Giulia Castellucci prenderà parte.

Qual è la missione principale di Yara e come si collega al miglioramento della sostenibilità nel settore agroalimentare in Italia?

L’Italia ha un patrimonio agroalimentare straordinario: il consumatore italiano è abituato a un’ampia disponibilità e a elevati standard qualitativi dei prodotti agricoli. L’intero comparto rappresenta una delle eccellenze del Paese. Questa qualità si riflette anche nei prodotti trasformati, che sono tra le principali espressioni del Made in Italy nel mondo.

Dietro tutto questo ci sono filiere importanti e strategiche, chiamate non solo a mantenere i propri standard, ma a migliorarli costantemente. In questo contesto, l’utilizzo dei fertilizzanti rappresenta una componente importante per aumentare la produttività, ma comporta emissioni rilevanti. Migliorarne l’impronta carbonica può quindi contribuire in modo concreto alla riduzione complessiva dell’impatto ambientale del settore preservando la resa.

La nutrizione delle colture è fondamentale perché consente di definire piani nutrizionali che supportano tre aspetti chiave: qualità, quantità e sostenibilità. La qualità è un elemento essenziale per rispondere alle esigenze dell’industria di trasformazione. Le aziende del settore richiedono materie prime con caratteristiche ben precise per ottenere prodotti finali che rispondano a standard elevati.

Allo stesso tempo, anche la quantità riveste un ruolo determinante, non solo per garantire un sufficiente reddito all’agricoltore, sempre più sotto pressione sotto il profilo dei prezzi, ma anche per una questione di sicurezza degli approvvigionamenti. Tutto questo deve però avvenire in modo sostenibile, perché lo richiedono le normative, ma soprattutto perché continua a crescere l’attenzione dei consumatori, sempre più consapevoli dell’impatto ambientale delle filiere agroalimentari.

In che modo le vostre soluzioni aiutano le aziende agroalimentari a ridurre l’impatto ambientale che deriva dalle attività agricole/scope 3?

Quando si parla di emissioni Scope 3 si entra in un ambito che presenta aspetti di complessità rispetto alle emissioni Scope 1 e 2, che sono più direttamente sotto il controllo dell’azienda. Misurare e gestire l’impatto ambientale legato al campo agricolo richiede un lavoro di raccolta dati e di condivisione delle informazioni non sempre immediato. Molte aziende agroalimentari, però, hanno già iniziato a richiedere agli agricoltori che fanno parte della loro filiera di fornire dati sulle pratiche agricole, sui prodotti, sui tempi e sulle modalità di utilizzo. L’insieme di queste informazioni viene poi rielaborato per costruire un quadro delle emissioni legate alla fase agricola della produzione.

È qui che entra in gioco Yara portando sul mercato alcune soluzioni particolarmente utili per ridurre le emissioni Scope 3 in maniera certificata. L’elemento chiave sono i fertilizzanti azotati a base di nitrato ammonico con un’impronta carbonica più bassa nella fase di produzione. Questo avviene perché l’ammoniaca utilizzata per produrli viene realizzata attraverso processi più sostenibili grazie all’impiego di energia da fonti rinnovabili o al meccanismo di cattura e stoccaggio della CO₂, il cosiddetto Carbon Capture and Storage (CCS). A seconda del contenuto di azoto e dell’applicazione della tecnologia CCS, questi fertilizzanti possono ridurre la loro impronta carbonica dal 35% al 75% rispetto agli stessi prodotti realizzati senza CCS, mentre quelli ottenuti da fonti rinnovabili possono arrivare a un’impronta fino al 95% inferiore rispetto ai fertilizzanti prodotti da gas naturale convenzionale.

Questi prodotti, che rientrano nella gamma Yara Climate Choice, presentano un ulteriore elemento distintivo: la loro impronta carbonica è calcolata attraverso una metodologia certificata da una terza parte indipendente. Le emissioni associate al prodotto sono quantificate in modo preciso e verificato, offrendo quindi alle aziende agroalimentari che devono calcolare la carbon footprint della propria filiera un dato che può essere inserito nelle rendicontazioni dello Scope 3 e quindi può essere utilizzato per supportare dichiarazioni ambientali sulla sostenibilità dei prodotti, in conformità con la normativa europea sui green claim.

Supportate gli agricoltori anche nell’utilizzo del prodotto?

Uno degli aspetti centrali del nostro lavoro è proprio l’affiancamento agronomico e lo scambio di competenze con gli agricoltori e con le filiere. Gli obiettivi, infatti, sono spesso molto specifici: chi trasforma il grano ha bisogno di determinati livelli proteici per ottenere una pasta di alta qualità, mentre nel caso del pomodoro possono essere richiesti parametri precisi legati al calibro del frutto o al grado zuccherino per ottenere una determinata passata o per la qualità di pelati e la resa in cucina. Yara dispone di un portafoglio prodotti completo, ovvero in grado di soddisfare tutte le fasi del ciclo colturale. Pertanto, i partner che collaborano con noi possono affidarsi ad un unico punto di riferimento nella gestione nutrizionale delle colture.

Una nutrizione delle colture ben progettata consente di raggiungere questi risultati, migliorando resa e sostenibilità. Non si tratta solo di fornire un prodotto, ma di lavorare insieme per costruire il piano nutrizionale più adatto alla coltura e agli obiettivi della filiera. Per questo bisogna lavorare in team in cui entrano in gioco competenze diverse che riescono a guardare il medesimo aspetto da punti di vista differenti: l’agricoltore, gli agronomi, i tecnici delle aziende come Yara, ma anche figure come il sustainability manager o il purchasing manager delle aziende di trasformazione. Quando questi attori riescono a lavorare insieme, si costruiscono collaborazioni lungimiranti che non risolvono semplicemente un singolo problema, ma rafforzano l’intera filiera agroalimentare.

Per le aziende alimentari che devono garantirsi approvvigionamenti costanti e di qualità da colture strategiche italiane, quali innovazioni in ambito agricolo possono oggi fare la differenza nel ridurre i rischi legati ai cambiamenti climatici?

Oltre ai fertilizzanti, un altro ambito di innovazione riguarda lo sviluppo dei biostimolanti, che stanno assumendo un ruolo sempre più centrale in agricoltura. Il contesto in cui operano oggi gli agricoltori è infatti complesso, soprattutto a causa dei cambiamenti climatici. Ondate di calore, gelate improvvise, periodi di siccità o scarsità d’acqua sono ormai eventi sempre più frequenti, che incidono sulla stabilità delle rese agricole e aumentano il livello di incertezza dei raccolti. I biostimolanti rappresentano una risorsa strategica perché migliorano l’equilibrio fisiologico delle piante, rendendole più nutrite e resilienti agli stress ambientali, come temperature estreme e carenze idriche.

Si tratta di prodotti innovativi, su cui sono in corso importanti attività di ricerca e sviluppo, oltre a recenti aggiornamenti normativi. Dal 2023 è infatti in vigore un regolamento europeo che definisce in modo preciso cosa può essere classificato come biostimolante e stabilisce un percorso di certificazione e registrazione dei prodotti, aiutando gli agricoltori a orientarsi in un mercato in cui esiste una grande varietà di prodotti e garantendo che le caratteristiche dichiarate siano effettivamente supportate da evidenze scientifiche.

Dal punto di vista della composizione, spesso i biostimolanti sono formulati a partire da sostanze naturali, come ad esempio estratti di alghe, sostanze umiche o proteine. La loro formulazione riesce a rispondere a differenti esigenze: dal migliorare la qualità del frutto, riducendone la difettosità o aumentando la compattezza della polpa, all’accrescere la conservabilità del prodotto o la capacità di mantenere determinate caratteristiche nel tempo, la cosiddetta shelf life.

In Italia è molto sentito il tema dell’impoverimento e degrado dei suoli, che mina il futuro delle produzioni agricole. Come supportate gli agricoltori a tutelare questa risorsa?

Il tema del degrado dei suoli è particolarmente sentito in Italia. Secondo una mappatura realizzata dal Joint Research Centre della Commissione Europea, una quota significativa del suolo italiano presenta un contenuto di sostanza organica compreso tra l’1% e il 2%. La sostanza organica è uno degli indicatori principali della salute del terreno, nei suoli sani delle foreste può arrivare anche intorno al 20%, mentre quando scende sotto l’1% si entra in una situazione a rischio di desertificazione. Valori tra l’1% e il 2% indicano quindi suoli che possono essere considerati “sofferenti”, dove le radici delle piante trovano meno nutrienti e meno attività biologica.

La risposta è nell’agricoltura rigenerativa, un approccio innovativo e sostenibile alla coltivazione, volto a migliorare la salute del suolo, preservare la biodiversità e mitigare i cambiamenti climatici. Un documento di lavoro del Comitato Economico e Sociale Europeo ha individuato oltre venti definizioni diverse di agricoltura rigenerativa, segno di come molte realtà si stanno impegnando in questo ambito.

Un elemento centrale dell’agricoltura rigenerativa sono i fertilizzanti organici. Yara ha deciso di investire in Italia proprio nella produzione di fertilizzanti organici di prima qualità, e da circa 2 anni ha in Lombardia uno stabilimento vocato esclusivamente alla produzione di fertilizzanti organici e organo minerali. Il loro processo produttivo nello stabilimento di Canneto sull’Oglio consente di avere dei prodotti finiti con caratteristiche strategiche, come l’elevato contenuto di carbonio organico (più del 20%) e il mantenimento della vitalità dei microrganismi presenti nella materia prima.

Potete dirci di più sul vostro approccio all’agricoltura rigenerativa?

Il nostro approccio all’agricoltura rigenerativa è basato su un metodo sistemico e sull’utilizzo dei dati. L’obiettivo è adottare pratiche agronomiche più sostenibili che possano generare effetti positivi sulla natura e sul clima.

In questo percorso affrontiamo cinque temi principali, ovvero il clima, la salute del suolo, l’uso efficiente delle risorse, la biodiversità e la prosperità dell’agricoltore. Per quanto riguarda il clima, come spiegato, lavoriamo su soluzioni nutrizionali che aiutano a ridurre le emissioni legate alle attività agricole e a rendere le colture più resilienti agli stress climatici. Sul fronte della salute del suolo, invece, i piani nutrizionali e l’utilizzo mirato dei fertilizzanti contribuiscono nel tempo a migliorare la struttura e la vitalità del terreno. Attraverso analisi periodiche è possibile osservare un aumento della sostanza organica o della presenza di microrganismi, importanti indicatori di vitalità del suolo.

Un altro tema centrale è quello dell’uso efficiente dell’acqua. Una gestione nutrizionale corretta aiuta infatti anche a ottimizzare l’utilizzo delle risorse idriche e a ridurre fenomeni come la lisciviazione, cioè la perdita di nutrienti nel suolo dovuta al dilavamento.

In che modo collaborate con le filiere o organizzazioni per promuovere pratiche agricole sostenibili in Italia? Ci può fare qualche esempio?

Le filiere agroalimentari e le aziende di trasformazione si stanno interessando sempre più all’agricoltura rigenerativa, spesso tramite progetti pilota collaborativi e “pre-competitivi”. Queste iniziative coinvolgono aziende e colture campione, su cui si testano diverse tecniche per più anni, così da valutarne nel medio periodo gli effetti su suolo e sostenibilità complessiva.

Uno degli esempi più interessanti, per quanto riguarda la decarbonizzazione della filiera, è il progetto pilota avviato con Molini Pivetti, storica realtà dell’industria molitoria italiana, con oltre 150 anni di attività.

Il progetto si poneuna serie di obiettivi: migliorare la qualità del grano, ottimizzare gli input agronomici e ridurre in modo significativo l’impronta carbonica della produzione. Il lavoro è partito da un’analisi condivisa delle esigenze della filiera e dalla definizione di un piano nutrizionale specifico per il grano. Grazie a questo lavoro congiunto, in cui ci ha affiancato anche il nostro team internazionale di ricerca e sviluppo, abbiamo individuato un percorso reale di riduzione delle emissioni legate ai fertilizzanti, integrando nel piano nutrizionale i prodotti Yara Climate Choice. La campagna agricola è partita nel 2025, quindi con il prossimo raccolto sarà possibile ottenere farina prodotta da grano con un’impronta carbonica ridotta.

Un altro progetto su scala internazionale riguarda una collaborazione con PepsiCo alla quale forniremo fino a 165.000 tonnellate annue di fertilizzanti a basse emissioni per coprire il 25% del fabbisogno europeo dell’azienda. Progetti di questo tipo, situati in contesti geografici diversi, sono accomunati dall’esigenza delle filiere di soluzioni non solo sostenibili ma anche scalabili, cioè applicabili in modo concreto su larga scala senza complicare eccessivamente le pratiche agricole.

Avete anche avviato un progetto per promuovere l’agricoltura rigenerativa insieme al Consorzio del Canale Emiliano Romagnolo. Quali sono i risultati e il ruolo di YARA?

Con il Consorzio del Canale Emiliano Romagnolo (CER) stiamo realizzando alcune prove agronomiche su colture particolarmente rilevanti per l’agricoltura italiana, come il frumento e il pomodoro da industria, che vengono coltivati a rotazione.

Il progetto è in corso e stiamo monitorando alcuni parametri legati alla salute del suolo, come l’attività dei microrganismi presenti nel terreno o l’efficienza nell’uso dei nutrienti. Un altro ambito di attenzione è la riduzione della dispersione dei nitrati nelle acque. La collaborazione con il Consorzio CER, eccellenza italiana nell’ottimizzazione delle risorse idriche, ha integrato competenze complementari: la nostra sulla nutrizione delle colture e la loro sulla gestione efficiente dell’acqua in agricoltura.

Un aspetto molto importante di questi progetti è che, oltre ai parametri ambientali, vengono sempre monitorati anche quelli produttivi e qualitativi. Uno dei timori che spesso emerge quando si parla di sostenibilità è infatti che i benefici ambientali possano andare a scapito della produttività o della qualità delle colture. In realtà l’obiettivo è proprio quello opposto, ovvero trovare un equilibrio in cui i miglioramenti ambientali vadano di pari passo con il mantenimento delle rese e della qualità delle produzioni. Questo è particolarmente importante in Italia, dove la produzione agricola non riguarda solo la quantità, ma soprattutto la qualità delle materie prime.

Un’altra importante collaborazione con il mondo della ricerca è stata sviluppata con il CREA, sede di TURI, uno dei principali enti di ricerca italiani nel settore agroalimentare, e riguarda progetti legati alla viticoltura in Puglia. In questo caso l’obiettivo è studiare come migliorare la nutrizione delle colture e allo stesso tempo la salute del suolo nei vigneti. Anche nella viticoltura, infatti, il tema del suolo è centrale, perché la qualità delle uve e le caratteristiche del vino sono fortemente legate alle proprietà del terreno.

Qual è la vostra visione per il futuro dell’agricoltura sostenibile nei prossimi 10-20 anni?

Fare previsioni su un orizzonte di 10-20 anni non è semplice, ma alcune direzioni sono già chiare e stanno orientando il lavoro di Yara e, più in generale, l’evoluzione del settore agricolo.

Una prima sfida riguarda la necessità di produrre più cibo per una popolazione mondiale in crescita, utilizzando meno risorse e riducendo l’impatto ambientale dell’agricoltura anche in termini di estensione del suolo utilizzato. Questo significa sviluppare sistemi produttivi più efficienti e sostenibili, capaci di garantire rese adeguate senza compromettere le risorse naturali.

Un altro elemento riguarda la diversità dei modelli agricoli, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove il sistema produttivo è molto variegato e include anche un settore biologico rilevante. Per questo Yara ha investito nello sviluppo di fertilizzanti organici e organo-minerali, con l’obiettivo di offrire strumenti adatti a diverse esigenze produttive.

Infine, un altro tema centrale per il futuro dell’agricoltura sarà il rafforzamento delle pratiche di agricoltura rigenerativa, con particolare attenzione alla salute del suolo, alla gestione efficiente dell’acqua e alla capacità delle colture di adattarsi agli stress climatici. Per affrontare queste sfide Yara continua a investire in ricerca e innovazione, promuovendo al tempo stesso la collaborazione con agricoltori, filiere agroalimentari e centri di ricerca.

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