Il blocco dello stretto non riguarda solo petrolio e gas. Da questa rotta marittima transita una quota decisiva del commercio globale di fertilizzanti azotati, essenziali per la produzione agricola.
Il blocco dello Stretto di Hormuz non riguarda soltanto il commercio globale di petrolio, ma anche quello dei fertilizzanti azotati. Come riporta il Financial Times, infatti, attraverso questo corridoio marittimo transita anche una quota rilevante del commercio mondiale di fertilizzanti: quasi metà dell’urea scambiata a livello globale (parliamo di circa il 49%) e una parte significativa dell’ammoniaca (circa il 30%) utilizzata dall’agricoltura. I fertilizzanti, infatti, sono alla base di circa la metà dell’approvvigionamento alimentare mondiale per cui una chiusura prolungata rischia di propagare gli effetti della crisi ben oltre i mercati energetici, arrivando fino alla filiera alimentare.
Come la chiusura di Hormuz sta impattando sul mercato dei fertilizzanti
Negli ultimi giorni il traffico nello stretto si è drasticamente ridotto dopo gli attacchi a diverse petroliere e l’inasprimento delle tensioni militari tra Iran, Stati Uniti e Israele. Tra le merci più esposte ai ritardi ci sono anche i fertilizzanti azotati esportati dai paesi del Golfo.
Tra questi l’urea che è il fertilizzante più diffuso al mondo e rappresenta uno degli input fondamentali per l’agricoltura moderna. Viene prodotta a partire dall’ammoniaca, a sua volta ottenuta combinando azoto e idrogeno in processi industriali che utilizzano principalmente gas naturale. Senza questi composti chimici la produttività agricola diminuirebbe sensibilmente, con un impatto diretto sulle rese delle principali colture cerealicole.
Gli impianti petrolchimici del Medio Oriente sono tra i principali fornitori globali di questi prodotti. Una parte consistente dell’urea prodotta in Qatar, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti viene esportata verso i mercati agricoli attraversando proprio lo Stretto di Hormuz. Se il blocco dovesse protrarsi, il mercato globale potrebbe registrare una riduzione dell’offerta disponibile e un conseguente aumento dei prezzi.
Gli effetti sarebbero particolarmente evidenti nei paesi più dipendenti dalle importazioni, come Brasile e India che sono tra i maggiori consumatori di urea a livello mondiale e acquistano all’estero gran parte del fertilizzante necessario alle loro campagne agricole. Un’interruzione prolungata delle forniture potrebbe quindi tradursi in costi più elevati per gli agricoltori e in una maggiore volatilità nei mercati agricoli.
Le conseguenze potrebbero emergere già nelle prossime settimane, nel pieno delle decisioni di semina anche se in alcune aree gli agricoltori stanno già valutando di ridurre le colture più intensive in azoto, come il mais, privilegiando coltivazioni meno dipendenti dai fertilizzanti. Scelte di questo tipo possono ridurre la produzione complessiva di cereali e amplificare nel tempo gli effetti della crisi.
Anche l’Europa osserva con attenzione l’evoluzione della crisi. Il continente, infatti, importa una quota rilevante dei fertilizzanti utilizzati dall’agricoltura e negli ultimi anni ha dovuto affrontare costi energetici elevati che hanno ridotto la competitività della produzione interna. Un ulteriore aumento dei prezzi internazionali potrebbe dunque riflettersi sull’intera filiera agroalimentare, dagli input agricoli fino ai prezzi al consumo.
La crisi di Hormuz evidenzia ancora una volta quanto energia, logistica e agricoltura siano strettamente interconnesse. Un’interruzione in uno snodo strategico del commercio globale può rapidamente trasformarsi in uno shock per il sistema alimentare, con effetti che potrebbero emergere nei raccolti e nei prezzi dei prossimi mesi.
