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Sostenibilità nel settore agroalimentare: presentata a TUTTOFOOD la guida ESGmakers

C’è un filo che attraversa il sistema agroalimentare internazionale: passa nei suoli messi sotto pressione da un clima che cambia, tra siccità prolungate e gelate inaspettate, e al contempo impoveriti dall’assenza di consapevolezza degli agricoltori. Raggiunge i fertilizzanti bloccati nello Stretto di Hormuz e attraversa le filiere indebolite da crisi economiche, sociali e ambientali. Arriva poi sugli scaffali della grande distribuzione e nelle scelte quotidiane dei consumatori. È un filo sempre più visibile e tangibile, che possiamo chiamare “sostenibilità”: non più un tema laterale o un mero racconto di marketing, ma un elemento distintivo per la competitività nel food. Un filo di cui è importante che le aziende, soprattutto quelle piccole e medie italiane, prendano contezza per poter garantire continuità nel lungo periodo e acquisire un vantaggio concreto sui mercati globali. Perché se è vero che quella italiana è la cucina delle eccellenze, non a caso riconosciuta come patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO, è anche vero che è una cucina che si trova oggi a dover affrontare una trasformazione che è non solo ecologica, ma anche industriale e culturale.

Da una parte ci sono infatti le tensioni geopolitiche, i dazi, l’aumento dei costi energetici e le interruzioni delle supply chain; dall’altra i consumatori sempre più attenti all’origine delle materie prime, all’impatto dei processi produttivi, alla qualità del prodotto, al rispetto dei lavoratori e alla credibilità delle certificazioni. Il tutto in un contesto regolatorio in continua evoluzione.

È una cucina che sicuramente muove i suoi intenti nel rispondere al bisogno di nutrimento e convivialità, ma è anche un settore che ha un nuovo imperativo: rigenerare. (Rigenerare) i territori, i mercati, le comunità e il pianeta. È da queste riflessioni che prende forma la seconda edizione di ESGmakers – Speciale Food, la guida di ESGnews dedicata alle ultime tendenze in ambito sostenibilità delle aziende del settore agroalimentare presentata a TUTTOFOOD durante il convegno, in Fiera, Cibo rigenerativo: la sostenibilità per l’economia, il pianeta e le persone.

All’evento, moderato da Alessandra Frangi, Founder e Ceo, ESGnews, hanno preso parte Angelo Riccaboni, Presidente Fondazione PRIMA, Barcellona, e Santa Chiara Lab, UniSi, Co-Chair UN SDSN Europe, Parigi, Giulia Castellucci, Business Development Partnership & Public Affairs Manager di Yara Italia, Manuel Fiordalisi, Account Executive di osapiens.

Ripensare la competitività del modello produttivo nell’agrifood

Il settore agroalimentare italiano vale circa il 15% del PIL nazionale e l’11% dell’export: numeri che lo mettono alla guida del Made in Italy. Un comparto fatto per lo più da piccole e medie imprese per le quali la sostenibilità inizia a diventare qualcosa in più di una semplice etichetta, ma che fatica ancora a essere integrato nel business. Stando all’analisi realizzata da Santa Chiara Next, spin-off dell’Università di Siena, in collaborazione con ESGnews, che ha coinvolto un campione di PMI agroalimentari presenti in Fiera, i quattro aspetti che vengono presi in maggiore considerazione in ambito ESG sono la provenienza del cibo, quindi le filiere dove la tracciabilità è considerata sinonimo di qualità, il packaging, il modo di produrre e le certificazioni. D’altro canto, sono proprio gli elementi che più di tutti sono attesi dai principali stakeholder in fatto di sostenibilità nel food, ovvero consumatori, GDO e finanza. Sono inoltre, le richieste su cui si è speso il regolatore europeo negli ultimi anni, tra il regolamento PPWR sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, quello EUDR contro la deforestazione e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) che rafforza la due diligence lungo le filiere.

Nonostante il fermento normativo, però, le aziende sono chiamate a fare qualcosa di molto più complesso del semplice “adeguarsi” alle norme, ovvero ripensare il proprio modello produttivo.

Partendo, per esempio, dalla tracciabilità, oggi conoscere la provenienza del cibo non è più solo una questione informativa, ma è diventato sinonimo di qualità, trasparenza e fiducia. Una richiesta che arriva in particolare dalle nuove generazioni di consumatori, sempre più interessate a conoscere la storia che esiste dietro un prodotto alimentare.

Non dobbiamo fare sostenibilità per la sostenibilità”, ha spiegato Angelo Riccaboni durante il convegno, “La sostenibilità è competitività”. Le ricerche condotte dal Santa Chiara Lab dell’Università di Siena, nell’ambito del Programma Agritech, finanziato dal PNRR, su oltre 3.000 aziende agrifood italiane mostrano infatti un sistema produttivo in movimento, ma ancora attraversato da forti squilibri dimensionali. Le PMI, ossatura del comparto agroalimentare italiano, stanno investendo su salute e sicurezza, formazione e cambiamento climatico, ma restano indietro sul monitoraggio delle emissioni Scope 3, sull’efficienza energetica e sulla gestione avanzata della supply chain.

Ed è proprio lungo la filiera che si giocherà una delle partite decisive dei prossimi anni. Perché le nuove normative europee stanno introducendo un modello produttivo basato sulla trasparenza dei dati, sulla responsabilità condivisa e sulla capacità di dimostrare ciò che si dichiara. Non basterà più raccontare la sostenibilità: occorrerà misurarla, documentarla, renderla verificabile. Secondo Manuel Fiordalisi, il rischio più grande per le imprese è continuare a considerare questi obblighi come un costo o un esercizio di compliance. La vera sfida sarà invece trasformare il necessario sforzo per la conformità normativa in vantaggio competitivo, integrando la sostenibilità nelle operations, attraverso strumenti tecnologici capaci di rendere i dati alleati per una maggiore efficienza e una profonda resilienza.

Un passaggio inevitabile in un settore dove la vulnerabilità climatica sta diventando sempre più concreta. L’agricoltura è infatti tra i comparti più esposti agli impatti del cambiamento climatico tra siccità ed eventi estremi, che stanno modificando la produttività delle coltivazioni.

Da qui l’attenzione crescente verso l’agricoltura rigenerativa, i fertilizzanti a basse emissioni e la salute del suolo. Un tema che Giulia Castellucci ha portato al centro del dibattito ricordando come il terreno non sia soltanto fattore produttivo, ma un capitale biologico da preservare nel tempo.

Rigenerare il suolo significa infatti rigenerare la capacità futura di produrre cibo. Significa restituire sostanza organica ai terreni, aumentare biodiversità e resilienza climatica, proteggere la qualità delle colture e garantire continuità alle filiere strategiche italiane. Un approccio che richiede innovazione scientifica, collaborazione tra imprese e ricerca e una nuova consapevolezza culturale.

Sostenibilità nell’agroalimentare significa quindi garantire al sistema e alle comunità la possibilità di continuare a produrre cibo di qualità in uno scenario sempre più instabile. Ed è forse proprio questo il messaggio di questo filo che lega ogni aspetto del food: il futuro non si giocherà soltanto sulla capacità di produrre di più, ma sull’abilità di farlo preservando il pianeta, i territori, l’economia, le persone.

Per le aziende, quindi, la sostenibilità, “si configura come una direttrice strategica su cui costruire il proprio sviluppo e rafforzare la propria identità. È qui che si definirà la capacità di innovare e di distinguersi sui mercati internazionali, riuscendo ad andare avanti senza perdere radici, competere senza rinunciare alla qualità, generare valore tenendo insieme dimensione economica, ambientale e sociale” ha concluso Alessandra Frangi.


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