Nel settore agroalimentare, tenere sotto controllo la Supply Chain è diventato molto più di una funzione operativa. Rappresenta, infatti, un elemento centrale per garantire conformità normativa, continuità produttiva, reputazione del brand e di conseguenza fiducia del consumatore. L’evoluzione del quadro regolatorio europeo, dall’EUDR al PPWR fino al futuro Digital Product Passport, sta infatti spingendo le aziende food verso un modello in cui tracciabilità, trasparenza e monitoraggio della filiera diventano asset strategici. Ed è qui che entra in gioco la tecnologia dove, grazie a piattaforme digitali elevate, è possibile ottenere, gestire e prendere decisioni sulle informazioni necessarie in tempi più rapidi, trasformando la compliance in un processo continuo e scalabile, anziché in una gestione emergenziale delle singole normative. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Dimaria, Regional Director Sud Europa di osapiens e Manuel Fiordalisi, Account Executive di osapiens.
Le catene di fornitura sono sempre più sotto i riflettori. Quale ruolo svolge il monitoraggio della supply chain nel garantire qualità e sicurezza alimentare nel settore del food?
Il monitoraggio delle catene di fornitura è sempre più al centro dell’attenzione nel settore agroalimentare, soprattutto perché è aumentata l’importanza che il consumatore dà al tema della sicurezza del cibo. Da questo punto di vista entrano in gioco tre aspetti fondamentali. Il primo riguarda il prodotto stesso in quanto il consumatore vuole un alimento sano, sicuro, con un packaging monitorabile e un ciclo di vita chiaro. Sempre più spesso, al momento dell’acquisto, si cerca anche la “storia” del prodotto, la sua origine, informazioni accessibili e dati verificabili lungo tutta la filiera. Per esempio, acquistando delle fragole, il consumatore vuole sapere dove sono state coltivate e quali pesticidi sono stati utilizzati. Per il caffè, vuole essere certo che non provenga da aree deforestate o da filiere che sfruttano il lavoro delle persone.
Il secondo elemento riguarda l’azienda. Il mercato premia realtà trasparenti, affidabili e resilienti, capaci di dimostrare solidità e continuità operativa e quindi controllare la propria filiera diventa strategico.
Il terzo aspetto, ancora più strettamente legato alla supply chain, è la salute della filiera stessa. Le aziende devono poter dimostrare che i propri fornitori rispettano standard ambientali, sociali e normativi. In sintesi, tutti questi elementi convergono nei grandi temi ESG: governance, supplier intelligence e product compliance.
E quali sono i principali rischi legati a una scarsa tracciabilità delle materie prime?
Il primo rischio è quello della non conformità normativa. L’EUDR o il PPWR non sono linee guida facoltative, sono regolamenti europei che, una volta approvati, diventano automaticamente applicabili in quanto legge nei singoli Stati membri, quindi anche in Italia. Non adeguarsi significa esporsi a conseguenze legali e commerciali molto rilevanti.
Ma c’è anche un rischio di mercato. Essere conformi significa trasmettere affidabilità e stabilità. C’è una consapevolezza crescente da parte dei consumatori e una richiesta sempre maggiore di trasparenza rispetto a ciò che acquistano. Le persone vogliono conoscere l’origine dei prodotti, capire come sono stati realizzati, se in modo coerente ai propri valori, e avere maggiore visibilità sulla filiera. Di conseguenza, questi aspetti incidono sempre di più sulle decisioni di acquisto.
Dal punto di vista del consumatore esistono già norme molto severe sulla sicurezza alimentare. Qual è quindi il passo in più introdotto dalle nuove normative?
Le normative sulla tracciabilità alimentare esistono già da tempo. La legge 178 del 2002 disciplina, ad esempio, sicurezza e tracciabilità nel settore food. A queste si aggiungono sistemi avanzati di etichettatura e standard internazionali già utilizzati da molte aziende.
La vera evoluzione è rappresentata dal Digital Product Passport (DPP), che raccoglierà tutte le informazioni legate alla catena del valore del prodotto. Attraverso QR code, NFC o RFID, il consumatore potrà accedere a dati sull’origine delle materie prime, sul packaging, sulla logistica e persino sulle modalità di riciclo.
In che modo le interruzioni della supply chain possono impattare le performance delle aziende food?
Dipende molto dalla struttura della filiera. Le aziende che lavorano principalmente con materie prime locali possono avere criticità soprattutto sul packaging, specialmente con l’entrata in vigore di regolamenti come il PPWR. Se il packaging proviene da fornitori extraeuropei non conformi, il prodotto rischia di non poter essere immesso sul mercato europeo.
Per le aziende che importano le materie prime alimentari il tema è ancora più delicato. In questi casi i rischi riguardano sia la conformità normativa sia aspetti ambientali, sociali e reputazionali. Entrano in gioco temi come deforestazione, geolocalizzazione delle coltivazioni, tutela delle popolazioni indigene e condizioni dei lavoratori.
Per ricapitolare, per le aziende agroalimentari quali sono le principali normative che richiedono la capacità di monitorare la propria supply chain?
Tra i regolamenti più rilevanti ci sono certamente EUDR e PPWR, oltre all’introduzione progressiva del Digital Product Passport. Senza dimenticare che, per le imprese che operano su supply chain globali, sarà inoltre centrale la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che introdurrà nuovi obblighi di monitoraggio e controllo lungo l’intera catena del valore. Sebbene il loro numero sia stato ridotto, resta comunque significativo.
Come trasformare le richieste del regolatore da semplice esercizio di compliance a un vantaggio competitivo?
La chiave sta nel non affrontare ogni nuova normativa come un progetto isolato, ma nel cogliere queste deadline regolatorie come un’occasione per costruire un sistema scalabile nel tempo.
Un’azienda può per esempio, iniziare ad+ adeguarsi al PPWR per ottenere visibilità sulla componente packaging. Ma se sceglie una piattaforma integrata e scalabile, quel lavoro non resta limitato a una singola compliance, la stessa infrastruttura può poi essere estesa ad altri regolamenti, ad altre componenti della supply chain. Questo vuol dire che quando dovrà adeguarsi a una nuova normativa, l’azienda non dovrà ripartire da zero, creare un nuovo processo, coinvolgere nuovi strumenti o ricostruire tutta la raccolta dati. Dovrà semplicemente aggiungere un ulteriore livello di compliance a una struttura già esistente. Grazie a questo risparmio di tempo, le risorse interne prima necessarie per gestire processi manuali, rincorrere fornitori, raccogliere documentazione e prepararsi agli audit, possono dedicarsi ad altre attività.
Infine, non bisogna dimenticare che avere visibilità sulla supply chain significa anche ridurre il rischio di interruzioni operative, prevenire problemi reputazionali e rafforzare la stabilità dell’intera filiera. E oggi, soprattutto nel settore food, continuità operativa e fiducia del mercato sono asset strategici tanto quanto la compliance stessa.
Avete stimato quale può essere il costo per le aziende dell’adeguamento alle nuove normative?
I costi dipendono dalla complessità della supply chain e dal numero di fornitori coinvolti: è evidente che gestire una rete di poche decine è molto diverso rispetto a una supply chain globale con centinaia di partner.
Nel caso dell’EUDR, ad esempio, il costo della non conformità può arrivare fino al 4% del fatturato, come previsto dal regolamento stesso. Per il PPWR, invece, si attendono ancora le definizioni applicative da parte degli Stati membri.
Per quanto riguarda invece l’investimento necessario a costruire un sistema di compliance e monitoraggio, la sola componente tecnologica può valere circa lo 0,007% del fatturato aziendale. Se si tiene conto anche delle altre attività quali implementazione, integrazione dei processi, consulenza e gestione operativa si può arrivare a una cifra vicina allo 0,048% del fatturato aziendale. Le aziende stanno sempre più leggendo questi investimenti non come un costo di compliance, ma come un elemento necessario per garantire continuità operativa, accesso al mercato e maggiore controllo sulla supply chain.
Ci può fare qualche esempio di come il monitoraggio della catena di fornitura si sia rivelato importante nel settore agroalimentare?
Le aziende che si sono mosse per tempo, ad esempio sul fronte EUDR, adottando strumenti in grado di dare visibilità sulla supply chain, oggi si trovano in una posizione decisamente più solida. Hanno meno pressione operativa, evitano i costi della rincorsa a ridosso delle deadline normative e riescono anche ad avere maggiore forza negoziale all’interno della filiera.
Quando un’azienda non è pronta e arrivano i controlli o le scadenze regolatorie rischia di trovarsi in forte difficoltà operativa. Nel caso, per esempio, di filiere come quella del caffè la compliance è centrale perché, senza determinati requisiti, le aziende rischiano di non poter importare le materie prime in Europa. E non esistono vere alternative all’import poiché i chicchi provengono da Paesi extra UE come Brasile, Kenya o Ecuador. Senza importazioni il business si ferma. Per questo la conformità non significa solo rispettare un regolamento, ma anche garantire una filiera solida e stabile.
Certo in alcune circostanze arrivare al controllo del coltivatore finale, soprattutto in contesti frammentati come quello del caffè, non è semplice. Per questo negli anni si sono sviluppati modelli organizzativi specifici. In Sud America, ad esempio, un ruolo importante è svolto dai consorzi, mentre in Africa il controllo passa più spesso attraverso interventi diretti dei governi e delle autorità locali. L’obiettivo è comune: garantire trasparenza e tracciabilità lungo tutta la catena del valore, tutelando sia le aziende che acquistano le materie prime sia i produttori locali.
Quali sono i vantaggi di utilizzare una piattaforma digitale di supply chain management?
Una piattaforma digitale offre piena visibilità sulla supply chain e sui prodotti dei fornitori, consentendo di monitorare la conformità, valutare nuovi partner e rafforzare la stabilità della filiera. Il risultato è una riduzione del rischio operativo e un ritorno concreto sull’investimento.
Inoltre, in caso di audit o controlli, le aziende possono dimostrare in modo strutturato e documentato tutte le attività svolte, riducendo il ricorso a processi manuali e a verifiche sul campo.
