Eventi estremi, stress idrico e vulnerabilità delle filiere stanno trasformando la resilienza in una variabile strategica per le imprese. Daniele Strippoli, Nature & Water Advisory Services di ERM, spiega perché adattarsi non significa più soltanto prevenire i danni, ma proteggere investimenti, continuità operativa e competitività nel lungo periodo.
Con oltre 50 anni di esperienza, più di 8.000 professionisti e una presenza in oltre 40 Paesi, ERM affianca imprese e istituzioni nell’integrare la sostenibilità nelle strategie, nei processi operativi e nelle decisioni di investimento. Il suo approccio combina trasformazione strategica e competenze tecniche, con un focus che va dalla transizione energetica alla resilienza, dalla gestione delle risorse naturali alla finanza sostenibile.
Proprio sul tema dell’adattamento climatico, sempre più rilevante anche per la continuità operativa, l’allocazione del capitale e il costo del rischio, abbiamo parlato con Daniele Strippoli, Nature & Water Advisory Services, di ERM.
Il cambiamento climatico sta già producendo effetti concreti sulle imprese, attraverso eventi meteorologici estremi, stress idrico e interruzioni delle catene di fornitura. Quale ritiene sia oggi il principale rischio che le aziende stanno sottovalutando sul fronte della resilienza climatica?
Credo che il rischio più sottovalutato sia pensare che il cambiamento climatico sia ancora un tema esclusivamente ambientale quando, in realtà, è diventato sempre più un tema di continuità operativa e di competitività. Le aziende, infatti, hanno iniziato a valutare come gli eventi estremi possano impattare direttamente i propri stabilimenti, ma fanno ancora fatica a comprendere le vulnerabilità indirette. Per intenderci, è relativamente semplice identificare il rischio quando un’azienda viene colpita direttamente da un’alluvione o da una siccità, mentre diventa più complesso capire cosa succede quando diventa indisponibile un fornitore strategico, un’infrastruttura logistica o una determinata modalità di trasporto.
Di questo abbiamo già avuto esempi concreti. Le grandi alluvioni che hanno colpito alcune aree industriali della Germania hanno interrotto forniture lungo le catene del valore, con ripercussioni anche sull’industria automotive. La ridotta capacità operativa del Canale di Panama, legata a fattori climatici, ha provocato ritardi e costi aggiuntivi sulle catene di approvvigionamento globali. Il problema, quindi, può manifestarsi perché c’è troppa acqua, ma anche perché ce n’è troppo poca. Inoltre continuiamo a dipendere fortemente da modalità di trasporto e infrastrutture che non possono essere ripensate in pochi mesi ma che richiedono anni e una collaborazione che va oltre il perimetro della singola azienda.
C’è poi un altro elemento che considero strategico, ossia garantire la disponibilità delle risorse essenziali al ciclo produttivo, perché la loro scarsità o indisponibilità può compromettere la continuità e la competitività dell’azienda.
Pensiamo ai data center. Sono grandi consumatori di energia, ma anche di acqua, tanto che la disponibilità di queste due risorse sta diventando una variabile strategica nelle decisioni di localizzazione.
Molte aziende hanno investito nella decarbonizzazione, mentre l’adattamento continua a ricevere meno attenzione. Perché esiste ancora questo squilibrio e cosa dovrebbe cambiare per portare la resilienza climatica al centro delle strategie aziendali?
Partirei da una premessa: il fatto che ci sia stato questo squilibrio, per certi versi, era naturale e anche positivo. Per anni il dibattito sul cambiamento climatico si è concentrato sulla mitigazione, cioè sulla riduzione delle emissioni. Era giusto farlo perché senza decarbonizzare non sarebbe stato possibile limitare gli impatti futuri del cambiamento climatico, compresi quelli che stiamo già affrontando. Forse però siamo arrivati un po’ in ritardo e oggi ci troviamo a dover gestire con maggiore urgenza anche il tema dell’adattamento.
La mitigazione ha avuto inoltre un’adozione più semplice nel contesto aziendale. È più facile misurare le emissioni, fissare target di riduzione, monitorare i progressi e confrontarsi con i concorrenti. L’adattamento è invece molto più legato alle specificità del singolo contesto: non esiste una soluzione valida per tutti, perché le misure dipendono dal territorio, dal settore industriale, dalle caratteristiche degli asset e dalle vulnerabilità della catena del valore. Pensiamo, per esempio, a un’azienda della filiera del caffè. Le vulnerabilità dipendono dalle aree di approvvigionamento delle materie prime, dai modelli produttivi e dalle modalità di trasformazione lungo la filiera. La soluzione di adattamento sarà quindi necessariamente più complessa rispetto a un obiettivo di riduzione delle emissioni.
Il lato positivo è che le aziende hanno maturato molte competenze nel campo della mitigazione che possono essere trasferite anche all’adattamento. Allo stesso tempo, seppure con un certo ritardo, anche il mondo finanziario presta sempre maggiore attenzione a questi rischi. Tuttavia, ad oggi il gap da colmare è ancora ampio. UNEP stima il gap globale di finanziamento per l’adattamento tra 187 e 359 miliardi di dollari l’anno, segnale che gli investimenti in resilienza sono ancora significativamente inferiori rispetto ai bisogni reali.
La direzione dovrebbe quindi essere quella di integrare sempre più mitigazione e adattamento, che non devono diventare due budget in competizione o alternativi visto che sono due leve necessarie per proteggere il valore e prepararsi agli scenari futuri.
Numerose imprese hanno completato valutazioni dei rischi climatici fisici, ma meno frequentemente si osserva il passaggio a piani d’azione e investimenti concreti. Quali sono i principali ostacoli che frenano questa transizione?
Sì è vero le aziende stanno progredendo nella capacità di comprendere e misurare i rischi climatici, anche grazie ad analisi sofisticate e scenari climatici avanzati. Il punto non è più soltanto identificare il rischio, ma trasformare questa conoscenza in decisioni e investimenti concreti. Per quanto riguarda gli ostacoli, secondo me, ce ne sono tre.
Il primo riguarda la difficoltà di dimostrare il ritorno economico degli interventi di adattamento. Infatti è molto complicato quantificare il danno evitato, mentre è relativamente semplice stimare il danno subito. Un investimento sull’adattamento viene fatto per prevenire qualcosa che potrebbe accadere in futuro e questo rende più difficile valutarne il ritorno economico e sostenerne la decisione.
Il secondo riguarda la governance. Stiamo vedendo alcune aziende trasformare la governance climatica in un processo multi-stakeholder, che va oltre le funzioni di sustainability e risk management. Sono però ancora poche. Nelle grandi organizzazioni, l’allocazione del capitale coinvolge spesso operation, ingegneria, project financing e altre funzioni che non sempre lavorano insieme secondo una logica integrata. Anche questo rende più difficile tradurre l’analisi del rischio in un piano d’azione vero e proprio.
Il terzo fattore è uno dei più complicati da gestire e riguarda gli orizzonti temporali. I cicli di investimento, i piani industriali e le modalità con cui viene valutato il ritorno di un investimento hanno generalmente orizzonti relativamente brevi. Un piano industriale può guardare a quattro anni, mentre gli impatti climatici si sviluppano spesso su scale temporali decennali se non oltre. Associare quindi il ritorno atteso di un investimento in adattamento a un orizzonte di lungo periodo è complicato. È quello che definirei il problema della visione di breve periodo delle aziende, quando il rischio climatico si manifesta su un orizzonte molto più lungo rispetto a quello con cui spesso prendiamo le decisioni.
In sintesi il paradosso risiede nel fatto che le aziende faticano a investire proprio perché è difficile quantificare il valore di un danno evitato. Eppure studi del World Resources Institute stimano che ogni dollaro investito in adattamento può generare oltre 10 dollari di benefici economici e sociali.
Le aziende tendono ancora a considerare l’adattamento come un costo. In che misura gli investimenti in resilienza climatica possono invece generare vantaggi competitivi, continuità operativa e creazione di valore nel lungo periodo?
Perché le aziende considerano ancora l’adattamento un costo? Perché richiede capitale e risorse operative e perché, come abbiamo già accennato, l’investimento deve essere sostenuto in anticipo per prevenire qualcosa che potrebbe accadere in futuro. È proprio questa, a mio avviso, la chiave di lettura che deve cambiare.
Le aziende più avanzate stanno iniziando a considerare la capacità di adattamento ai nuovi scenari climatici come una leva di competitività. Nei framework di sostenibilità e disclosure il tema viene normalmente affrontato sia dal punto di vista dei rischi sia da quello delle opportunità. Nelle decisioni aziendali, però, l’attenzione tende ancora a concentrarsi soprattutto sui primi. Se si adotta invece una prospettiva diversa, la crisi climatica può essere letta anche come un fattore di volatilità dei mercati. Avere una maggiore capacità operativa, garantire forniture affidabili nel lungo periodo, ridurre l’esposizione produttiva agli shock e contenere la volatilità dei costi può quindi diventare un vero vantaggio competitivo.
Alcune aziende, tra cui Unilever e Mars, hanno investito nella continuità di approvvigionamento lungo le proprie filiere agricole attraverso pratiche rigenerative e programmi di partnership di lungo periodo con i produttori locali. L’agricoltura rigenerativa consente di gestire in modo più sostenibile le risorse idriche, preservare la fertilità dei suoli e ridurre la dipendenza da alcuni fattori esterni. Questo diventa particolarmente evidente quando si verificano shock di mercato. Un esempio è quello della disponibilità e del prezzo dei fertilizzanti, la cui produzione è fortemente concentrata in alcune aree. Le aziende che avevano investito per tempo in pratiche agricole rigenerative nelle proprie filiere si sono trovate meno esposte a shock, come recentemente quello dello stretto di Hormuz. È un esempio concreto del costo del non agire. Quelle aziende hanno investito per costruire un modello di gestione delle catene di fornitura nel lungo periodo, creando partnership sul territorio e proteggendosi da rischi che potevano essere intuiti, anche se difficili da quantificare. E quando il rischio si è materializzato, il valore di quell’investimento è diventato molto più evidente.
Come si dovrebbero integrare i rischi climatici fisici e gli aspetti di resilienza nelle decisioni di investimento, nell’allocazione del capitale e nella pianificazione strategica di lungo termine?
Il rischio climatico non può essere considerato una variabile aggiuntiva da valutare separatamente rispetto agli altri fattori di investimento. Deve entrare a pieno titolo nella valutazione della sostenibilità economica e industriale di un progetto. Significa chiedersi non soltanto se un investimento è conveniente alle condizioni attuali, ma se quelle stesse condizioni saranno ancora valide lungo l’intero ciclo di vita dell’asset. Questo richiede di considerare fattori come la disponibilità di acqua, l’aumento delle temperature, il rischio di alluvioni e la frequenza degli eventi estremi, ma anche l’evoluzione delle condizioni territoriali e delle risorse necessarie per mantenere operativo un impianto.
Si parla spesso di stranded asset in relazione alla decarbonizzazione, cioè di asset destinati a perdere di valore in quanto diventati obsoleti. Lo stesso concetto sta iniziando ad assumere una dimensione più ampia e a riguardare anche la disponibilità delle risorse necessarie per mantenere gli asset operativi. Facciamo un esempio. Una fabbrica di birra può avere bisogno di 2-3 litri di acqua per ogni litro di birra prodotto, a seconda dell’efficienza del processo. Quell’acqua deve essere disponibile in quantità e qualità adeguate e in modo costante durante l’anno. Diventa quindi un problema se lo stabilimento si trova in un’area sottoposta a forte stress idrico e la risorsa diventa oggetto di competizione tra l’impianto industriale, le comunità locali e altri grandi consumatori, come i data center.
Due dati aiutano a comprendere la rilevanza del tema. Secondo il World Economic Forum, il valore economico dell’acqua è stimato in circa 58 trilioni di dollari, equivalenti a circa il 60% del PIL mondiale. Allo stesso tempo, secondo il World Resources Institute, 25 Paesi che rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale vivono già condizioni di stress idrico estremo. Questo ci ricorda che risorse considerate per decenni abbondanti non possono più essere date per scontate
E evidente quindi che queste considerazioni devono quindi entrare nelle due diligence degli investimenti. Risorse che in passato davamo per scontate devono essere valutate insieme a tutti gli altri fattori che determinano la sostenibilità economica di un investimento. È una pratica che richiede nuove competenze e un approccio multidisciplinare capace di mettere in relazione analisi climatiche, valutazioni finanziarie, pianificazione industriale e gestione degli asset.
Quanto banche, investitori e assicurazioni stanno incorporando i rischi climatici fisici nelle proprie decisioni? L’aumento della frequenza degli eventi estremi potrebbe modificare in modo significativo il costo del capitale, la disponibilità di coperture assicurative e l’accesso al credito?
La comprensione delle dinamiche di rischio è una pratica consolidata nel sistema finanziario e i framework sviluppati negli ultimi anni hanno contribuito a dare basi più solide alla valutazione dei rischi climatici. Detto questo, siamo ancora nelle prime fasi del percorso. Banche centrali, autorità di vigilanza e investitori hanno aumentato in maniera significativa l’attenzione verso i rischi fisici legati al cambiamento climatico. Penso, per esempio, al lavoro del Network for Greening the Financial System, che ha sviluppato scenari e metodologie dedicate alla valutazione degli impatti climatici sul sistema finanziario. Guardando avanti nei prossimi anni il rischio climatico fisico influenzerà sempre più non solo i premi assicurativi, ma anche il costo del capitale e l’accesso ai finanziamenti. Infatti, stiamo osservando oggi un’evoluzione importante: la valutazione sta progressivamente passando da una logica prevalentemente di portafoglio a valutazioni più puntuali, capaci di interrogarsi sulla vulnerabilità dei singoli asset, delle singole aziende e delle specifiche catene del valore. Questo rende il tema molto più concreto anche per le decisioni di investimento. Un conto è sapere che il rischio fisico aumenterà in una determinata area geografica, un altro è capire cosa questo significhi per un impianto, per una filiera produttiva o per la capacità di un’azienda di continuare a operare nel tempo.
Un tema particolarmente interessante riguarda il settore assicurativo. Stiamo iniziando a vedere una possibile nuova forma di stranded asset: non soltanto asset che rischiano di perdere valore perché incompatibili con la transizione verso un’economia decarbonizzata, ma asset che potrebbero diventare progressivamente difficili o impossibili da assicurare. Incendi, alluvioni ed eventi estremi stanno quindi rendendo più complesso valutare e prezzare alcuni rischi e questo può tradursi in difficoltà nell’accesso alle coperture. Con diversi clienti del settore energetico, non solo in Italia, vediamo come la non assicurabilità di determinati asset stia diventando un tema di confronto sempre più importante con il mondo assicurativo e, di conseguenza, anche per gli investitori finanziari. Se un asset diventa più difficile da assicurare, non cambia soltanto il costo della copertura, può cambiare la valutazione complessiva dell’investimento, il costo del capitale, la capacità di finanziarlo e, in alcuni casi, la possibilità stessa di svilupparlo in determinate aree. Per questo credo che nei prossimi anni vedremo evolvere ulteriormente il modo in cui il sistema finanziario incorpora il rischio climatico fisico.
Le nuove richieste di disclosure e trasparenza, dalla CSRD agli standard internazionali sulla resilienza climatica, stanno cambiando il modo in cui le aziende affrontano il tema dell’adattamento oppure il rischio è che rimangano esercizi di reporting?
Il rischio che un approccio formale di compliance rimanga tale esiste sempre. Allo stesso tempo, le nuove normative hanno creato un importante volano di cambiamento. Soprattutto trovo interessante il modo in cui alcune grandi aziende, in particolare quelle a capo delle catene del valore, stanno trasferendo questa maggiore consapevolezza lungo la filiera, coinvolgendo anche il tessuto delle imprese più piccole.
Per alcune aziende la gestione dei rischi climatici è, quindi, una pratica già consolidata. Per altre, la disclosure rappresenta invece il primo momento in cui vengono mappati in modo strutturato i rischi fisici, le dipendenze dalle risorse naturali e le opportunità. Framework come la CSRD e gli standard di rendicontazione (TCFD, TNFD) hanno dunque contribuito a creare consapevolezza e a migliorare la capacità di identificare e mappare i rischi. Il punto, però, è che la disclosure non dovrebbe essere il punto di arrivo, ma dovrebbe diventare uno strumento attraverso cui migliorare la qualità delle decisioni.
Abbiamo applicato, per esempio, il framework TNFD (framework che, a pochi anni dal lancio, conta già oltre 700 organizzazioni aderenti a livello globale) al perimetro di un primario intermediario su scala globale della filiera agroalimentare per mappare rischi e opportunità legati alle dipendenze dalle risorse naturali. Da questa analisi è stato costruito un modello per stimare il costo del non cogliere determinate opportunità e le possibili perdite economiche. Integrando la gestione della natura nella strategia aziendale, sono state identificate opportunità per:
- Proteggere 430 milioni di euro di ricavi dal rischio di erosione del valore dovuto al degrado degli ecosistemi lungo la catena di fornitura.
- Aumentare la resilienza operativa attraverso l’adozione di soluzioni basate sulla natura (Nature-based Solutions), in grado di rafforzare le prestazioni operative e ridurre l’esposizione ai rischi.
- Generare 1,1 miliardi di euro di valore entro il 2030, grazie alla crescita dei ricavi, al rafforzamento della leadership di mercato e all’incremento della quota di mercato.
È proprio questo il passaggio che considero più importante: trasformare un’informazione di sostenibilità in una variabile economica e decisionale.
Quanto possono essere importanti le soluzioni basate sulla natura nel rafforzare la resilienza climatica di territori, infrastrutture e attività produttive, in particolare rispetto a stress idrico, alluvioni e ondate di calore?
Considero le Nature-Based Solutions una delle leve più interessanti per affrontare in maniera integrata temi che spesso vengono trattati separatamente, come cambiamento climatico, gestione della risorsa idrica, biodiversità e sviluppo del territorio. Il loro elemento distintivo è proprio questo, non si limitano a proteggere la natura, ma utilizzano i processi naturali come parte integrante della risposta ai rischi climatici. Gli ecosistemi forniscono infatti alla società una serie di servizi, i cosiddetti servizi ecosistemici, che possono avere un valore ambientale, sociale ed economico. La natura non è quindi soltanto qualcosa da preservare, ma può diventare una vera e propria infrastruttura a supporto dei piani di adattamento.
L’agricoltura rigenerativa è un esempio: può contribuire a rendere più resilienti le filiere agricole, migliorando la capacità dei suoli di trattenere l’acqua e riducendo la dipendenza da alcuni input esterni. Ma può anche diventare uno strumento per costruire partnership di lungo periodo lungo la catena del valore, generando benefici che vanno oltre la singola azienda e coinvolgono il territorio. Un altro esempio riguarda i data center con approcci che integrano biodiversità e natura nella progettazione dei siti. Intervenire sull’area circostante può infatti contribuire alla gestione del ciclo idrico e alla riduzione dell’effetto isola di calore, con benefici ambientali ma anche economici e sociali. Ci sono poi applicazioni anche in ambito urbano, come il progetto di Nature-Based Solutions applicato a un campus universitario del Politecnico di Milano, dove l’acqua delle precipitazioni viene raccolta all’interno dell’area, alimentando una piccola oasi verde e riducendo la pressione sul sistema di gestione delle acque meteoriche del territorio circostante.
Sono esempi che dimostrano come le soluzioni pratiche esistano già. La sfida è quindi riuscire a portarle su scala più ampia e trasformarle da interventi puntuali a vere infrastrutture di resilienza, sviluppate attraverso approcci sistemici e collaborativi
Rispetto ai principali Paesi europei, come valuta il livello di preparazione delle imprese e delle istituzioni italiane sui temi della resilienza climatica? Quali progressi sono stati fatti e dove vede ancora le maggiori aree di miglioramento?
Partirei da una nota positiva. Negli ultimi anni abbiamo osservato una crescita significativa della consapevolezza, sostenuta soprattutto dalle grandi aziende, dalle società quotate, dai capofiliera e dagli operatori finanziari. Anche la forte esposizione del nostro Paese agli eventi estremi ha contribuito a rendere il tema molto concreto. Abbiamo visto la siccità colpire il bacino del Po, le alluvioni in Emilia-Romagna e altri eventi estremi che hanno mostrato quanto la vulnerabilità climatica possa tradursi rapidamente in un problema economico e sociale. Il salto di qualità che ancora manca è però quello della consapevolezza a una gestione sistemica, partecipativa e programmatica.
In Italia vediamo progetti virtuosi, portati avanti da singole aziende o dalla pubblica amministrazione, ma molto più raramente ci sono strategie capaci di mettere insieme attori diversi, risorse finanziarie e interessi territoriali su una scala coerente con quella del rischio. Penso, per esempio, al lavoro che Kering sta sviluppando sul bacino dell’Arno, dove si sta ragionando sulla gestione della risorsa idrica con una logica di filiera e di catena del valore, coinvolgendo soggetti diversi intorno a un obiettivo comune di resilienza del territorio. Oppure penso all’iniziativa del Nature Positive Network coordinata dall’Autorità di Bacino del Fiume Po, iniziativa che si pone l’obiettivo di diffondere un’economia nature-positive anche nel nostro Paese, migliorando lo stato di conservazione degli ecosistemi così come l’adattamento ai cambiamenti climatici, per un’economia più resiliente e competitiva. Sono ancora esperienze iniziali, ma indicano una possibile evoluzione del modello.
In questo senso, trovo interessante guardare al Regno Unito, dove si stanno sviluppando iniziative per la gestione del rischio di alluvione che utilizzano Nature-Based Solutions e che cercano di costruire un modello di collaborazione tra pubblico, privato, investitori e attori territoriali. Il punto non è soltanto realizzare un’opera di protezione, ma creare un sistema nel quale diversi soggetti possano contribuire alla soluzione e, allo stesso tempo, beneficiare del valore che quella soluzione genera. È un cambio di paradigma importante, perché porta l’adattamento da intervento puntuale a infrastruttura territoriale e, soprattutto, apre alla possibilità di mobilitare capitali privati.
La posta in gioco, tuttavia è molto alta, sempre dal Regno Unito i dati elaborati dalla Municipalità di Londra dovrebbero far riflettere: agli scenari attuali si stimano costi pari a 36 miliardi di Sterline all’anno a partire dal 2050 se nessuna azione verrà intrapresa. Un costo legato all’inazione di assoluta rilevanza economica.
A maggior ragione, quindi la sfida per l’Italia sarà passare dalla consapevolezza all’implementazione e, soprattutto, iniziare a leggere la necessità di adattamento non soltanto come un costo da sostenere per ridurre un rischio, ma come un investimento nella capacità futura di creare e proteggere valore.
Concludo se dovessi riassumere tutto in una singola frase che per anni abbiamo considerato il cambiamento climatico soprattutto come una sfida di decarbonizzazione. Oggi è sempre più una questione di resilienza, competitività e capacità di attrarre capitali.
