Le aziende italiane corrono, ma non tutte alla stessa velocità. Mentre alcune già misurano, riducono e rendicontano le proprie emissioni anche in maniera volontaria, altre si limitano a rispondere alle specifiche richieste dei clienti o delle banche per assicurarsi l’accesso al credito, senza una strategia chiara. La differenza? Risorse e competenze, ma anche approccio culturale. Da una parte le imprese di maggiori dimensioni abituate a confrontarsi con le lunghe catene di fornitura, dall’altra a quelle di dimensioni più piccole.
Per quelle più mature e lungimiranti, la transizione ecologica si traduce in scelte operative tangibili e che portano una maggiore solidità e vantaggi competitivi. Le aziende che valutano i rischi climatici lungo tutta la filiera, definendo responsabilità chiare al vertice e attuando interventi concreti, dalla protezione dei siti produttivi contro alluvioni e ondate di calore alla diversificazione geografica dei fornitori, fino all’uso di assicurazioni parametriche, riescono a ridurre le perdite legate a eventi estremi, a migliorare l’efficienza energetica e ad attrarre capitale da fondi e investitori istituzionali attenti ai criteri ESG.
“In questo modo la sostenibilità non è solo un costo, ma una leva concreta di crescita per le imprese italiane”, sottolinea Giovanni Aquaro, Partner & ESG Lead di ERM, una delle maggiori società di consulenza specializzata nelle tematiche ESG, in questa intervista a ESGnews.
Adattamento, mitigazione e transizione. A che punto sono le aziende italiane?
Le imprese italiane si trovano oggi in una fase di transizione non omogenea. Alcuni, spinti dalle pressioni regolatorie europee, dalle filiere e dagli investitori internazionali, hanno iniziato un percorso di rendicontazione di sostenibilità volontario e hanno avviato percorsi strutturati di decarbonizzazione. Altre aziende invece, si trovano ad agire in maniera prevalentemente reattiva, rispondendo a richieste puntuali che possono arrivare dai clienti o in fase di accesso al credito o ai capitali. Inoltre, osserviamo come l’adattamento ai rischi fisici sia rimasto scarsamente sviluppato, soprattutto nel tessuto delle piccole e medie imprese che costituisce la spina dorsale del sistema produttivo italiano. È qui che emergono le maggiori difficoltà, legate alla scarsità di risorse, competenze e strumenti per integrare valutazioni di rischio climatico all’interno dei processi decisionali. In sintesi, l’Italia procede a “due velocità”: da un lato chi è esposto a filiere avanzate ed esigenti rispetto alle tematiche di sostenibilità e chi è esposto a investitori istituzionali evoluti (ad esempio fondi che promuovono caratteristiche ambientali e sociali), dall’altro un tessuto di PMI, e non solo, che fatica a tradurre questa consapevolezza in strategie operative.
Quali sono i primi passi che un’azienda dovrebbe fare per avviare un percorso di mitigazione dei rischi climatici?
Il punto di partenza è sempre una corretta valutazione di materialità climatica, che permetta di identificare quali rischi e opportunità legati al cambiamento climatico siano più rilevanti per il business nella sua interezza, dalla catena di fornitura ai “trend” di consumo in ambito B2C o ai commitment di medio termine dei grossi capi filiera nel B2B. Questo approccio non è solo un elemento dettato da normative quali la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), ma un aspetto fondamentale per una corretta identificazione di rischi e opportunità. Una volta chiarito il quadro delle priorità, l’azienda dovrebbe assicurarsi che la governance sia adeguata, con responsabilità chiare attribuite al board e al top management. Infine, il percorso deve concretizzarsi in un piano specifico per la gestione dei rischi climatici, che comprenda l’identificazione e la valutazione dei rischi (sia fisici sia di transizione), l’analisi di scenari climatici, e azioni di adattamento concrete che garantiscano una solida protezione del valore e una rapida identificazione di eventuali opportunità di crescita del business o di efficientamento e quindi resilienza e crescita della “bottom line”.
In cosa consistono, invece, le strategie di adattamento?
Se la mitigazione si concentra sul ridurre le emissioni alla fonte, l’adattamento guarda invece a come rendere il business resiliente agli impatti inevitabili del cambiamento climatico. Le strategie possono spaziare da interventi infrastrutturali e capex intensive, come la protezione di siti produttivi contro alluvioni e ondate di calore, a soluzioni basate sulla natura, come l’uso di aree verdi per regolare il deflusso delle acque piovane. Anche la strategia operativa e le misure di copertura del rischio hanno ovviamente una fondamentale rilevanza, pensiamo ad esempio alla diversificazione geografica della catena di fornitura e l’adozione di strumenti finanziari innovativi, come le assicurazioni parametriche, che rientrano a buon diritto tra le più efficaci misure di adattamento. In altre parole, se la mitigazione affronta le cause, l’adattamento gestisce le conseguenze, e le due strategie devono procedere in parallelo.
Ha già riscontrato effetti della deregolamentazione normativa in corso sulle decisioni operative delle imprese?
Le imprese italiane si trovano a operare in un quadro regolatorio complesso e contraddittorio: l’Unione Europea, pur introducendo normative ambiziose (CSRD, EU Taxonomy, CSDDD, EUDR), alimenta al tempo stesso dubbi e incertezze legati ai rinvii e agli aggiustamenti nell’applicazione, mentre a livello internazionale diversi Paesi rallentano o rivedono i propri obiettivi climatici. La stessa CSRD, pur essendo già formalmente in vigore, sta subendo un’applicazione graduale, con rinvii e aggiustamenti nei tempi di adozione degli standard tecnici (ESRS) per alcune categorie di imprese: questo alimenta un senso di incertezza, soprattutto per le realtà che devono decidere ora come impostare sistemi di raccolta dati e governance interna. Tuttavia, per le imprese italiane attive su mercati globali, l’allineamento agli standard europei dovrebbe essere letto in un’ottica di ricerca di vantaggio competitivo, che consenta di differenziarsi rispetto a competitor extra-UE, facendo leva sulla sostenibilità come un’opportunità di business.
Saranno gli investitori a supportare e indirizzare le imprese nel percorso verso la sostenibilità?
Gli investitori hanno già assunto un ruolo cruciale nel guidare la transizione. In particolare, i grandi fondi, dagli asset manager globali ai fondi pensione, fino ai fondi sovrani, hanno progressivamente integrato i criteri ESG nelle proprie strategie di investimento, riconoscendo che la sostenibilità non è solo un tema etico, ma un driver di performance di lungo termine e di riduzione del rischio. Questo orientamento si traduce in una crescente pressione sulle imprese affinché forniscano dati trasparenti, comparabili e di qualità, in linea con gli standard internazionali, per consentire valutazioni omogenee e affidabili. Il capitale di rischio esercita quindi uno stimolo decisivo: le aziende che sapranno dimostrare resilienza e capacità di innovazione attrarranno più facilmente flussi finanziari, beneficiando non solo di risorse economiche ma anche del sostegno strategico e reputazionale di investitori istituzionali di lungo periodo, accelerando la transizione.
Dal punto di vista del private equity, quali sono i principali rischi legati alla sostenibilità presi in considerazione?
I fondi di private equity osservano la sostenibilità attraverso una lente molto pragmatica, che va oltre i soli rischi climatici. Sul fronte ambientale, analizzano l’esposizione a normative ambientali stringenti, ai meccanismi di carbon pricing, alla scarsità di risorse naturali e agli impatti di eventi climatici estremi. Dal punto di vista sociale, valutano i rischi connessi alle condizioni di lavoro, alla gestione della supply chain e al rispetto dei diritti umani. Sul piano della governance, l’attenzione è rivolta a trasparenza, integrità e rischi reputazionali, ad esempio legati a pratiche di greenwashing o a strutture di governance poco solide. Accanto a questi rischi, molti operatori identificano anche opportunità: aziende in grado di migliorare efficienza operativa, ridurre consumi e sviluppare prodotti sostenibili possono offrire margini di crescita superiori.
La transizione verso un modello economico sostenibile può diventare una leva per aumentare la competitività? Attraverso quali driver?
La sostenibilità rappresenta sempre più un fattore competitivo. I driver principali sono molteplici: innovazione di prodotto e servizio, efficienza operativa, accesso a nuovi mercati e canali finanziari, oltre alla capacità di attrarre e trattenere talenti. Le aziende che hanno investito in efficienza energetica e digitalizzazione, ad esempio, hanno già sperimentato un vantaggio in termini di riduzione dei costi e di posizionamento reputazionale. Non si tratta quindi “solo” di una scelta etica, ma soprattutto di un investimento che crea e protegge valore nel medio-lungo periodo, come dimostrano anche le analisi della Commissione Europea sul Green Deal.
Come fare comprendere i vantaggi di adottare politiche di mitigazione e adattamento a chi è ancora scettico?
Convincere gli scettici significa tradurre i benefici in elementi concreti e misurabili. È utile mostrare come le aziende che hanno investito in mitigazione abbiano ridotto la propria esposizione a rischi finanziari e legali, oppure come quelle che hanno integrato strategie di adattamento siano riuscite a riprendersi più velocemente dopo eventi climatici estremi. Anche l’uso di benchmark e di best practice internazionali contribuisce a rafforzare la credibilità. In sostanza, la sostenibilità deve essere presentata non come un costo aggiuntivo, ma come uno strumento di gestione del rischio e di creazione di valore.
In sintesi, la transizione ecologica rappresenta più un costo o un’opportunità di crescita per le imprese?
La transizione ecologica può essere allo stesso tempo un costo e un’opportunità, con prospettive temporali diverse. Nel breve periodo può richiede investimenti in tecnologie, formazione e aggiornamento dei processi produttivi. Tuttavia, quando le misure di transizione e gli investimenti associati sono identificate attraverso un’analisi pragmatica di costi e benefici, possono diventare, soprattutto nel breve termine, un potente fattore di crescita, consentendo di accedere a nuovi mercati, di migliorare la resilienza delle supply chain e di beneficiare di una maggiore fiducia da parte di clienti, investitori e istituzioni. La chiave è integrare alla pura ricerca della “compliance normativa” una prospettiva di “investimento strategico”, basata su una robusta e credibile analisi finanziaria.
