MARISA PARMIGIANI Unipol

ESGmakers

Parmigiani (Sustainability Makers): ecco da quali strumenti passa il futuro della sostenibilità 

Sono passati quasi vent’anni dalla nascita di Sustainability Makers (SM), la principale associazione italiana dedicata ai professionisti della sostenibilità. Fondata nel 2006 come CSR Manager Network è diventata un punto di riferimento per manager, aziende e istituzioni e oggi vanta 400 associati attivi che si occupano di definire e realizzare strategie e progetti ESG nelle imprese o in altre organizzazioni. Nel tempo ha accompagnato l’evoluzione del mestiere, creando una rete di promozione della sostenibilità e della professionalità a essa associata, attraverso formazione, ricerca e condivisione di pratiche. Il ruolo dei responsabili delle tematiche ambientali, sociali e di governance è profondamente cambiato negli ultimi anni: una trasformazione dettata dalle direttive UE e dal riconoscimento collettivo che la sostenibilità non è “altra cosa” rispetto all’attività di business bensì deve essere pienamente integrata in essa.

Ma alla vigilia di questo importante traguardo per SM, il comparto deve fare fronte a un contesto geopolitico ed economico che presenta ancora nuove sfumature: una ritrovata ostilità, trainata dall’amministrazione statunitense, verso l’ESG, un rallentamento, europeo, della legislazione che colpisce soprattutto le piccole e medie imprese, tensioni globali, crisi energetiche e conflitti disumani. In questo scenario le aziende italiane devono quindi fare i conti con le questioni ancora aperte della sostenibilità, dalla rendicontazione alla due diligence, dal ruolo dei manager nella transizione alla necessità di competenze sempre più specifiche, dal rischio di greenwashing alle difficoltà nel misurare gli aspetti sociali. 

A fare il punto con ESGnews, è stata, in questa intervista, Marisa Parmigiani, presidente di Sustainability Makers, la quale ha evidenziato le priorità per i prossimi anni e quali strumenti servono davvero per trasformare gli impegni sul fronte ambientale, sociale e digitale in risultati concreti. In vent’anni una cosa di sicuro non è cambiata: solo professionisti competenti e capaci di fare rete possono guidare le aziende nel cambiamento.

In un contesto globale sempre più complesso, e con la crescente ostilità nei confronti delle tematiche ESG negli Stati Uniti, come stanno reagendo le aziende italiane? 

Le imprese italiane stanno reagendo in maniera diversa: le società quotate, che non dipendono in modo significativo dagli investimenti statunitensi e che sono saldamente supportate dalla finanza europea, continuano a portare avanti le loro strategie di sostenibilità. La centralità dei temi ESG nell’agenda regolatoria europea garantisce infatti continuità e stabilità per le aziende di grandi dimensioni. Lo scenario cambia invece per le pmi le quali avevano abbracciato la sostenibilità soprattutto spinte da due principali fattori esterni ovvero la pressione normativa e quella esercitata dai capo filiera. Venendo meno, in parte, le richieste normative e lungo la supply chain, soprattutto in alcuni comparti come il metalmeccanico o le materie prime seconde, si assiste a un rallentamento. 

Ancora diversa è poi la questione per le piccole imprese familiari per le quali la sostenibilità non è frutto di dinamiche geopolitiche, ma di scelte personali dell’imprenditore. In questi casi, alcuni hanno saputo distinguersi con pratiche virtuose, altri restano sostanzialmente fermi.

Quali sono le principali difficoltà che le imprese incontrano nell’integrare la sostenibilità nella loro strategia? 

Vi sono alcune difficoltà che variano da settore a settore mentre altre sono trasversali. Tra queste ultime, la principale riguarda la gestione delle catene di fornitura. Presidiare i rischi ambientali e sociali lungo filiere complesse è costoso, richiede risorse specializzate ed è spesso poco efficace, soprattutto quando la leva contrattuale sull’anello più debole della catena è limitata. Dall’altra parte, però, è uno dei fattori più critici da un punto di vista reputazionale, cosa che, ovviamente, crea maggiori pressioni non solo normative ma anche da parte di stakeholder e mercato.

La seconda difficoltà è strettamente legata alla prima e riguarda il delicato equilibrio tra rendicontazione orientata alla compliance e una comunicazione esterna che riesca a valorizzare i propri risultati. Le imprese si trovano da un lato a dover rendicontare con precisione, dall’altro a fare i conti con il rischio di greenwashing, che viene punito con severità. La conseguenza è che ormai sono sempre di più le aziende che scelgono di comunicare meno per timore di esporsi a contestazioni. 

Infine, resta il nodo della domanda di mercato. Tutti dichiarano di volere prodotti più sostenibili, ma pochi sono disposti a pagare un prezzo più alto. Un esempio è quello delle auto elettriche: onnipresenti nelle pubblicità, ma al momento dell’acquisto il confronto con i modelli a benzina, decisamente meno costosi, spinge molti consumatori a optare per questi ultimi. Ne deriva la percezione che la sostenibilità rappresenti soprattutto un costo necessario per non perdere reputazione, senza però garantire un ritorno economico immediato.

Sostenibilità e competitività dovrebbero andare di pari passo. Ma è davvero così? Non c’è il rischio che nello scenario attuale alcuni investimenti sostenibili, necessari ma non sempre redditizi, vengano messi in secondo piano? 

Sul piano ambientale la risposta è sì: esiste un legame diretto e tangibile. Investire in autonomia energetica, riduzione dei consumi e processi di economia circolare significa ridurre i costi operativi e rafforzare l’indipendenza dalle fluttuazioni delle materie prime. In un Paese come l’Italia, dove il prezzo dell’energia è storicamente elevato, queste non sono soltanto “buone pratiche”, ma vere e proprie scelte strategiche anche in termini di continuità e competitività.

Più complesso è il discorso sul fronte sociale. Alcuni studi ed evidenze empiriche sostengono che dipendenti motivati, gratificati e fidelizzati contribuiscono a un miglioramento delle performance, ma misurare con precisione l’impatto economico di questi fattori resta difficile. Per molte imprese, dunque, il valore sociale si traduce soprattutto in reputazione, più che in un vantaggio competitivo immediatamente misurabile.

In che modo le PMI, con risorse spesso più limitate, possono adottare pratiche sostenibili senza compromettere la crescita? 

Dipende da cosa si intende per sostenibilità: riducendola all’acquisizione di certificazioni e alla redazione di rendicontazioni, i costi superano i benefici e diventano insostenibili per una realtà di dimensioni ridotte. Ma se la sostenibilità è integrata nel cuore del business, per esempio attraverso pratiche di economia circolare o investimenti in efficienza, essa si trasforma in un’opportunità. Affinché questo percorso possa essere davvero percorribile, il sistema finanziario gioca un ruolo determinante. Sicuramente le banche hanno iniziato a sostenere con nuove soluzioni e condizioni i progetti green e i passi avanti sono stati significativi, ma è fondamentale proseguire con decisione dotandosi di tutti gli strumenti adeguati e garantendo che tutte le imprese vengano a conoscenza delle possibilità a cui possono accedere. Senza continuità o conoscenza il rischio è che molte piccole imprese restino escluse dalla transizione, pur avendo la volontà e la capacità di innovare.

Tra incentivi, investimenti e nuove regolamentazioni, quali misure potrebbe mettere in campo il governo per accelerare la transizione ecologica delle imprese? 

Gli incentivi hanno sempre rappresentato la leva più efficace di cambiamento, anche di più dei vincoli normativi. L’esperienza di Industria 4.0 lo dimostra: quando vengono messi a disposizione strumenti concreti di sostegno, le imprese rispondono con rapidità. Oggi è necessario un piano altrettanto ambizioso che vada oltre l’energia, campo su cui ci si è concentrati quasi esclusivamente. Servono, per esempio, misure che accompagnino le imprese verso l’adozione di impianti produttivi più efficienti e circolari, capaci di ridurre sprechi e aumentare la resilienza.

La normativa europea sta cambiando rapidamente: quali strumenti e strategie devono adottare le imprese per farsi trovare pronte? 

Oltre alle singole battaglie normative, ci sono due concetti che ormai costituiscono l’ossatura del quadro regolatorio europeo e che le imprese devono interiorizzare.

Il primo riguarda la due diligence sociale e ambientale: dalla CSRD al regolamento sulla deforestazione, fino a quello sulla gomma, tutte le norme chiedono dati puntuali e la tracciabilità degli impatti. Non è più una competenza delegabile o improvvisata, ma deve diventare patrimonio strutturale di ogni azienda almeno di medie dimensioni.

Il secondo è la pianificazione. Le norme non si limitano a chiedere una descrizione dello stato attuale, ma impongono di fissare obiettivi futuri, per esempio in tema di biodiversità. Le imprese devono quindi imparare a ragionare in termini prospettici, definendo tappe e strategie di lungo periodo. È un cambiamento culturale profondo, che richiede nuove competenze e un approccio manageriale più evoluto.

Le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale possono essere alleate della sostenibilità? Quali opportunità offrono concretamente? 

Sì, possono essere un’opportunità, ma siamo ancora in una fase iniziale. Per esempio, una nostra recente indagine mostra che meno della metà delle imprese associate utilizza l’intelligenza artificiale e nella maggior parte dei casi solo in modalità sperimentale. Inoltre, il coinvolgimento diretto dei sustainability manager è ancora piuttosto limitato.

L’applicazione più diffusa oggi riguarda la rendicontazione, perché l’AI consente di raccogliere e processare i dati ESG in modo più rapido ed efficiente. Tuttavia, il suo potenziale è molto più ampio: può contribuire a ottimizzare i consumi energetici, monitorare la biodiversità, prevedere i rischi climatici, migliorare la gestione delle risorse naturali, e molto altro. Il problema è che, al momento, manca ancora un reale commitment aziendale per sviluppare queste applicazioni in maniera strutturale e trasformarle in leve di innovazione.

Quali sono le prossime iniziative di Sustainability Makers? 

Il 2026 segnerà i vent’anni dell’associazione. Da qui alla fine dell’anno Sustainability Makers sono previste numerose iniziative di formazione per gli associati, grazie anche a partnership con operatori specializzati e con Altis. l’Alta Scuola dell’Università Cattolica di Milano. L’intento è quello di rafforzare le competenze della community in senso ampio, lavorando sia sul piano delle soft skills, come la capacità di negoziare o di gestire lo stakeholder engagement, sia su quello delle competenze tecniche, con un’attenzione particolare ai temi più avanzati della professione della sostenibilità. In un contesto in cui il sostegno politico all’implementazione delle strategie ESG si è indebolito, c’è bisogno di professionisti solidi, credibili e riconosciuti, capaci di portare valore reale all’interno delle aziende.