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La terza edizione del Sustainability Career Compass fotografa una professione in evoluzione. Aumentano i profili giovani e si rafforza la formazione specialistica.
In Italia il professionista della sostenibilità è sempre più giovane e, nella maggior parte dei casi, donna. Oltre il 60% dei ruoli è infatti ricoperto da profili femminili, con un’età media compresa tra i 31 e i 40 anni e una crescita significativa delle figure junior: il 45% degli addetti ha meno di cinque anni di esperienza. È quanto emerge dalla terza edizione del Sustainability Career Compass condotta da Sustainability Makers (SM), i cui risultati sono confluiti, insieme a una più ampia analisi realizzata in collaborazione con ALTIS Graduate School of Sustainable Management dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, nel volume pubblicato dall’editore Giappichelli “Integrare la sostenibilità nella strategia aziendale. Piani, processi e protagonisti”, firmato da Matteo Pedrini, Direttore Scientifico di SM e Direttore di ALTIS, con una prefazione di Marisa Parmigiani, Presidente di Sustainability Makers.
“Il ruolo dei responsabili della sostenibilità è profondamente cambiato negli ultimi anni e gli stessi professionisti hanno contribuito al riconoscimento collettivo che la sostenibilità non è “altra cosa” rispetto all’attività di business, tanto da dover essere pienamente integrata in essa. Lo scenario attuale ci pone nuove sfide molto complesse per i prossimi venti anni: consolidare il ruolo strategico del manager della sostenibilità per la creazione di innovazione e per la competitività delle imprese”, ha dichiarato Marisa Parmigiani, Presidente Sustainability Makers.
Indice
Green job: quali sono i principali e le attività che svolgono
Le figure chiave dei green job aziendali si articolano tra Sustainability Manager, Chief Sustainability Officer e specialisti ESG. Il Sustainability Manager si occupa di coordinare strategia, obiettivi e stakeholder engagement.
Il CSO, invece, è al vertice della funzione sostenibilità rappresentando quindi il punto di raccordo con la governance. A queste figure si aggiungono gli specialisti della sostenibilità, ovvero delle figure che presidiano ambiti verticali come emissioni (Environmental sustainability specialist), diritti umani (Social sustainability specialist) o reporting (Sustainability reporting specialist).
In generale chi lavora nel campo della sostenibilità deve possedere sia competenze tecniche che manageriali. Le prime sono fondamentali per sviluppare modelli di business sostenibili, progettare catene del valore attente agli impatti sociali e ambientali, e promuovere processi decisionali eticamente orientati. Le competenze manageriali, invece, sono essenziali per tradurre gli obiettivi in strategie operative e risultati misurabili.
Tra le principali attività dei lavoratori interni alle aziende vi sono raccolta ed elaborazioni dei dati (50,7%), creazione e implementazione dei piani d’azione per ridurre l’impatto ambientale (43,3%), misurazione degli impatti (22%), la pianificazione e gestione delle iniziative di stakeholder engagement (22,0%), la comunicazione interna e sensibilizzazione (20,0%), lo sviluppo di progetti di economia circolare e di politiche responsabili verso le risorse umane (entrambi 19,5%). Più marginali risultano, invece, attività come la comunicazione esterna della sostenibilità (4,9%), la pianificazione e realizzazione di attività filantropiche (19,5%) e le attività della fondazione connessa all’azienda (2,0%).
Anche per i consulenti esterni le attività sono in larga parte simili, con particolare attenzione alla raccolta dei dati per il report (48,2%) e creazione e implementazione di piani d’azione per ridurre l’impatto ambientale (27,7%).

Non mancano poi ostacoli e sfide. Il principale riguarda la complessità delle norme in materia ESG, anche alla luce dei continui aggiornamenti regolatori, segnalata dal 33,3% dei rispondenti. Seguono poi la mancanza di risorse finanziarie adeguate e la carenza di competenze specifiche.

Sul fronte retributivo, il confronto con la rilevazione del 2022 evidenzia un sistema in fase di maturazione, caratterizzato da maggiore omogeneità nelle distribuzioni salariali e da un consolidamento delle fasce medio-alte. Un’evoluzione che riflette la crescente istituzionalizzazione delle funzioni di sostenibilità e la convergenza verso standard retributivi più coerenti con la complessità strategica assunta dal ruolo.

L’identikit del professionista della sostenibilità
Lo studio delinea un profilo preciso del lavoratore green. Tra gli operatori interni il 64,9% è donna, con una forte concentrazione nelle fasce 31-40 e 41-50 anni. Anche nella consulenza si registra un sostanziale equilibrio di genere, con una maggiore presenza maschile solo tra gli over 60. La sostenibilità si conferma dunque uno dei pochi ambiti manageriali a prevalenza femminile nelle fasi centrali della carriera.
Sul piano formativo, rispetto all’indagine del 2022 le cose sono cambiate. Oggi, infatti, si consolida un’elevata specializzazione, con il 37,6% dei professionisti possiede una laurea specialistica e il 26,8% un master specifico in sostenibilità. I percorsi sono prevalentemente in ambito management, ma cresce la quota di background scientifici, a testimonianza della crescente complessità tecnica delle tematiche ambientali. Anche tra i consulenti prevalgono profili con formazione avanzata in management e CSR.
Quanto alle motivazioni, per il 33,2% dei lavoratori interni la scelta di intraprendere questo percorso professionale nasce da un interesse personale verso i temi sociali e ambientali, seguito dalla volontà di contribuire a un cambiamento positivo nella società (18%). Tra le altre motivazioni figurano la richiesta dell’azienda (21%), carriera (10,7%), percorso accademico (3,9%). Anche tra i consulenti prevale l’interesse personale (28,9%), seguito dalla volontà di generare un impatto positivo (24,1%).

Infine, per quanto riguarda i settori, le aziende con il maggior numero di professionisti della sostenibilità operano nell’industria e nel manifatturiero (30,7%), nei servizi (20,5%) e nell’energia (11,2%). Seguono credito e assicurazioni (9,3%), commercio e turismo (6,3%) e logistica e trasporti (5,9%), mentre quote più contenute si registrano in ICT e telecomunicazioni (4,4%), servizi professionali e consulenza (3,4%), edilizia e ingegneria (2,4%) ed educazione (2,4%).

Quattro modelli di pianificazione strategica della sostenibilità
Lo studio ha incluso un’analisi qualitativa basata su 30 interviste a manager della sostenibilità di diverse imprese, con l’obiettivo di comprendere come i piani socio-ambientali vengano integrati nelle strategie aziendali. Da questo lavoro emergono quattro modelli di integrazione, che rappresentano altrettanti livelli di maturità organizzativa.
- Il modello evolutivo si caratterizza per obiettivi sociali e ambientali qualitativi, un approccio flessibile e iterativo e una governance snella, con budget assegnati per singoli progetti.
- Il modello gerarchico adotta un approccio top-down, con obiettivi quantitativi definiti dal vertice, risorse centralizzate e un controllo forte.
- Il modello partecipativo introduce un processo bottom-up, basato sulla co-creazione degli obiettivi e sull’ownership diffusa, con incentivi che prevedono obiettivi di sostenibilità tra il 10% e il 20% di peso.
- Il modello dominante dove avviene una piena integrazione tra sostenibilità e competitività, attraverso un processo a doppio anello che valuta reciprocamente obiettivi competitivi per la loro sostenibilità e obiettivi di sostenibilità per il loro contributo alla competitività. I sistemi incentivanti prevedono obiettivi di sostenibilità con un peso superiore al 20%.
“In tutti i quattro modelli, sebbene con intensità differente, la sostenibilità è divenuta parte dei piani strategici delle imprese. Un contributo fondamentale a questo importante traguardo si può attribuire ai professionisti della sostenibilità: la loro capacità di coniugare competenze tecniche e manageriali, di favorire il dialogo interfunzionale e di presidiare il confronto con gli stakeholder è determinante perché i temi sociali e ambientali siano parte integrante dei processi di pianificazione strategica delle imprese”, ha dichiarato Matteo Pedrini, Direttore Scientifico di Sustainability Makers.
A ciascun modello corrisponde inoltre un diverso ruolo professionale. Nel modello evolutivo il manager della sostenibilità agisce come “attivatore”, stimolando iniziative nelle singole funzioni e verificandone la coerenza strategica. Nel modello gerarchico assume il ruolo di “implementatore”, coordinando centralmente i progetti e monitorando il raggiungimento degli obiettivi. Nel modello partecipativo opera come “specialista” in modo trasversale e continuo, mantenendo un dialogo costante con gli stakeholder interni. Nel modello dominante, infine, diventa “integratore”, assicurando che gli obiettivi del piano strategico di business incorporino in modo sinergico le dimensioni di sostenibilità e competitività.

