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Parità di genere

Gender gap, Italia ancora ferma: lavora solo il 58% delle donne

In Italia lavora appena il 58% delle donne, contro una media europea del 71,3%. Solo il 2,9% degli amministratori delegati delle aziende italiane è donna e ogni anno oltre 60 mila lavoratrici lasciano l’impiego nel primo anno di vita del figlio. È il quadro emerso dal secondo Women’s Empowerment Principles Forum, che si è svolto il 26 maggio a Milano, riunendo imprese, istituzioni e organizzazioni impegnate sui temi della parità di genere.

Nel corso dell’incontro è stato presentato il report Le aziende WEP in Italia. Dai principi alla pratica, realizzato da Deloitte con la collaborazione di UN Women Italy e Winning Women Institute. Lo studio analizza lo stato della gender equality nel Paese alla luce dei Women’s Empowerment Principles, i sette principi promossi da UN Women e UN Global Compact per aiutare le imprese a integrare la parità di genere nelle proprie strategie. A livello globale i WEPs sono stati sottoscritti da oltre 12mila aziende in più di 190 Paesi, mentre in Italia le società firmatarie sono 182.

Il report evidenzia come il divario occupazionale tra uomini e donne in Italia resti tra i più alti d’Europa, con una differenza di 19,1 punti percentuali. A pesare è anche la distribuzione squilibrata del lavoro di cura, dato che il 65% delle donne italiane svolge quotidianamente attività domestiche e familiari non retribuite.

Disuguaglianze che si riflettono anche sui redditi e sulla continuità lavorativa. Nel 2024, infatti, il 31% delle donne occupate risultava impiegato in lavori a basso reddito, quasi il doppio rispetto agli uomini. La maternità continua inoltre a rappresentare uno dei principali fattori di uscita dal lavoro: tra il 2022 e il 2024 le dimissioni genitoriali convalidate hanno superato quota 180 mila e circa il 70% ha riguardato donne. A questo si aggiunge un altro elemento critico visto che, in Italia, il part-time involontario continua a colpire soprattutto le donne, raggiungendo il 46,6%, il dato più elevato dell’Unione europea.

Leadership femminile, STEM e venture capital: dove il gap resta più forte

Negli ultimi anni la presenza femminile nei consigli di amministrazione delle grandi aziende quotate italiane è cresciuta fino al 44,6%, ma questo avanzamento non si traduce ancora in un reale accesso ai ruoli esecutivi. Le donne amministratrici delegate restano infatti ferme al 2,9%, ben al di sotto della media europea del 7,8%, mentre le dirigenti rappresentano solo il 15,6% del totale, rispetto al 22,7% della media UE.

Il divario riguarda anche formazione e innovazione. Sebbene le donne rappresentino il 57,4% della popolazione con titolo universitario, solo il 10,2% delle laureate proviene da percorsi STEM e life sciences, contro il 15,1% degli uomini. Il gap emerge anche nelle professioni ICT, dove la presenza femminile si ferma al 17%, contro una media europea del 19,5%.

Anche l’imprenditoria femminile continua a scontare difficoltà strutturali nell’accesso ai capitali. Le imprese guidate da donne sono circa 1,3 milioni, pari al 22,3% del totale nazionale, ma il 74% si finanzia ancora attraverso capitale personale o familiare. A livello europeo, inoltre, solo il 2% dei finanziamenti venture capital early-stage viene destinato a startup con team fondatori interamente femminili.

Sul fronte della misurazione emerge però un segnale positivo. A febbraio 2026 le aziende italiane in possesso della certificazione per la parità di genere UNI/PdR 125:2022 hanno superato quota 12 mila, ben oltre il target di 800 imprese fissato inizialmente dal PNRR entro il secondo trimestre del 2026. Un dato che evidenzia una crescente attenzione da parte delle aziende verso strumenti concreti di monitoraggio, rendicontazione e misurazione dei progressi sulla gender equality.

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