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CSDD

Pacchetto Omnibus, 360 organizzazioni chiedono a Parlamento e Consiglio UE di respingere le modifiche

Trecentosessanta organizzazioni della società civile europee hanno firmato una dichiarazione in cui esprimono le proprie preoccupazioni sul pacchetto Omnibus ed esortano il Consiglio dell’UE e il Parlamento Europeo a respingere le modifiche proposte. Il pacchetto semplifica le direttive sulla rendicontazione e la due diligence di sostenibilità ovvero la CSRD e la CSDDD e il regolamento sulla Tassonomia, riducendo gli obblighi delle aziende e ritardando l’applicazione delle norme.

Le firmatarie, tra cui ci sono le italiane Avanzi – Sostenibilità per azioni, Actionaid, Campagna Impresa2030, le organizzazioni di Cittadini per l’aria Onlus e Cittadini Reattivi ETS, la società di consulenza Eticambiente, l’Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale, sostengono l’importanza di mantenere gli impegni dell’UE verso la sostenibilità e i diritti umani.

“Il mondo guarda all’Europa in cerca di guida e stabilità. L’UE ha l’opportunità di restare salda nelle sue ambizioni ecologiche e nei suoi impegni per i diritti umani, proteggendo queste leggi essenziali sulla sostenibilità e riconoscendo che promuovere pratiche aziendali sostenibili contribuirà, in ultima analisi, a creare un ambiente più stabile, offrendo all’UE un vantaggio sia nel presente che nel lungo periodo” si legge nella dichiarazione

Stando a quanto sostenuto dal documento, la proposta Omnibus eliminerebbe molte delle disposizioni chiave delle direttive, soprattutto per quanto riguarda la CSDDD, rendendole di fatto inefficaci e troppo posticipate nel tempo (considerando anche i tempi di recepimento da parte degli Stati membri dell’UE). In particolare, se accolte, le modifiche alla CSDDD proposte nel pacchetto Omnibus potrebbero comportare che:

  • La responsabilità civile sarebbe in gran parte lasciata alla discrezione degli Stati membri, con il rischio di limitare drasticamente l’accesso alla giustizia per le vittime dinanzi ai tribunali dell’UE. L’eliminazione delle azioni rappresentative impedirebbe a Organizzazioni Non Governative, sindacati e istituzioni per i diritti umani di rappresentare le vittime in tribunale. Inoltre, la rimozione della disposizione obbligatoria imperativa potrebbe spingere i tribunali dell’UE ad applicare la legge del paese in cui si è verificato il danno, anziché il diritto nazionale, compromettendo l’efficacia complessiva della norma sulla responsabilità civile.
  • Le aziende sarebbero tenute a valutare esclusivamente i danni attribuibili ai partner commerciali diretti, riducendo drasticamente l’impegno lunga la catena del valore. Inoltre, sebbene sia stabilito che, qualora un’azienda disponga di “informazioni plausibili” su impatti causati da partner indiretti, dovrebbe affrontarli, tale concetto è vago e soggetto a interpretazione.
  • Verrebbe poi meno l’obbligo di “attuare” i Piani di Transizione Climatica, aprendo così la strada a una scappatoia: le aziende potrebbero formalmente rispettare la norma limitandosi a redigere un piano su carta, senza metterlo realmente in pratica.
  • Gli Stati membri dell’UE non potrebbero più adottare norme più ambiziose rispetto alla direttiva per l’identificazione, la prevenzione e la mitigazione degli impatti sui diritti umani e sull’ambiente, né per l’istituzione di meccanismi di reclamo e segnalazione.
  • Le aziende non sarebbero più obbligate a rescindere contratti, nemmeno nei casi in cui vi sia il fondato sospetto che gli abusi continuino.
  • Il coinvolgimento delle parti interessate si limiterebbe ai soli soggetti “direttamente” colpiti, escludendo quindi gruppi di consumatori, istituzioni nazionali per i diritti umani, ONG e difensori dei diritti umani. Inoltre, la consultazione con le parti interessate “rilevanti” non sarebbe più richiesta né per il disimpegno dalle operazioni commerciali né per il monitoraggio.
  • La frequenza del monitoraggio dell’efficacia delle misure di dovuta diligenza verrebbe ridotta da annuale a quinquennale o subordinata al verificarsi di circostanze che rendano le misure “non più adeguate o efficaci”, con il rischio di compromettere l’intero processo di dovuta diligenza.
  • Verrebbe eliminato il limite minimo del 5% del fatturato per le sanzioni, con il rischio di sanzioni irrisorie e simboliche, incentivando una corsa al ribasso tra gli Stati membri.
  • La Commissione non sarebbe più tenuta a valutare la necessità di applicare le norme sulla dovuta diligenza ai servizi finanziari e alle attività di investimento nell’ambito di una futura revisione della legge.

“Esortiamo quindi con urgenza il Consiglio dell’UE e il Parlamento Europeo a garantire che, nelle imminenti negoziazioni legislative, la proposta Omnibus venga rivista in modo da respingere qualsiasi emendamento volto a indebolire la CSDDD” scrivono quindi le associazioni, “Qualsiasi discussione sulla CSDDD dovrebbe essere rigorosamente limitata a misure interpretative, come linee guida e atti delegati, senza apportare alcuna modifica al testo della legge”. E per quanto riguarda la CSRD: “il Parlamento Europeo e il Consiglio dovrebbero abbassare le soglie per le aziende soggette alla normativa e fornire alle imprese di medie dimensioni uno standard proporzionato” concludono.

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