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Approfondimento

Perché la rendicontazione bancaria non può ignorare capitale naturale e biodiversità

Il degrado della natura non è più solo una questione ambientale: è diventato un rischio finanziario sistemico. Una recente indagine della BCE mostra che oltre il 70% delle imprese dell’area euro, e quasi tre quarti dei prestiti bancari, dipende in modo significativo dai servizi ecosistemici. Allo stesso tempo, il settore finanziario contribuisce al loro deterioramento, alimentando un pericoloso ciclo di retroazione tra perdita di capitale naturale e stabilità finanziaria. In questo contesto, nonostante i progressi normativi introdotti dalla CSRD, l’integrazione della biodiversità nelle strategie delle banche e nella rendicontazione bancaria resta ancora limitata e ostacolata da difficoltà metodologiche. Questo contributo, a cura di Armand Satchian, Sustainable Investment Research Analyst, Crédit Mutuel AM, analizza perché la trasparenza su questi temi, anche con dati imperfetti, rappresenti oggi una priorità imprescindibile per il sistema finanziario europeo.


Una recente indagine della BCE evidenzia l’impatto del deterioramento dei servizi ecosistemici sulla stabilità finanziaria dell’area euro. Dallo studio emerge che oltre il 70% delle aziende della regione, che rappresentano quasi il 75% dei prestiti bancari alle imprese in essere, dipende in misura rilevante da almeno un servizio ecosistemico.

Inoltre, nello studio la BCE sottolinea, attraverso il concetto di “ciclo di retroazione” (feedback loop), la natura endogena del rischio legato al capitale naturale. Le istituzioni finanziarie sono infatti da un lato fortemente esposte ad attività che dipendono dai servizi ecosistemici, dall’altro contribuiscono al loro degrado finanziando attività che esercitano pressione sul capitale naturale, incluso il cambiamento climatico.

Riconoscimento limitato della biodiversità e assenza di standard di rendicontazione

Nonostante il legame scientifico ormai consolidato tra cambiamento climatico e perdita di biodiversità, e l’impatto negativo ampiamente riconosciuto del settore bancario sul clima, la considerazione della biodiversità da parte delle banche rimane, a prima vista, relativamente limitata.

L’analisi dei report CSRD del 2024 su un campione di 20 banche europee indica che:

  • il 40% (circa il 60% in termini di asset totali) considera la biodiversità “non materiale”;
  • il 60% (circa il 70% in termini di asset totali) ritiene che la biodiversità non presenti materialità di tipo finanziario.

Tuttavia, questi dati devono essere interpretati con cautela: l’assenza di materialità misurata non implica necessariamente una mancanza di consapevolezza o di azione. Secondo alcune banche del campione, ciò deriva piuttosto dalla limitata maturità degli strumenti disponibili e dalla complessità nella produzione di dati standardizzati. Nonostante l’abbondanza di metodologie per la valutazione delle impronte di biodiversità, la natura fortemente locale del tema rappresenta una sfida significativa. Come ricorda la Partnership for Biodiversity Accounting Financials (PBAF), “i dati non saranno mai perfetti”. Queste difficoltà sono amplificate per le banche, che dipendono dai dati forniti dalla loro clientela. I dati vengono prima raccolti su un perimetro esaustivo che copre diverse asset class e successivamente consolidati.

A differenza delle emissioni finanziate, che consentono di misurare l’impronta di carbonio delle istituzioni finanziarie, oggi non esiste uno standard di mercato per la rendicontazione degli impatti consolidati sul capitale naturale.

Iniziative ancora limitate ma integrazione in corso

Ad oggi, le banche tendono a pubblicare analisi preliminari relative alla loro esposizione verso i settori maggiormente dipendenti dalla natura, o più impattanti su di essa, utilizzando in particolare lo strumento ENCORE (Exploring Natural Capital Opportunities, Risks and Exposure).

Sebbene queste analisi iniziali siano molto utili, la loro precisione è limitata poiché la metodologia sottostante non utilizza dati di geolocalizzazione specifici, nonostante la biodiversità sia intrinsecamente legata allo spazio. Tali esercizi rappresentano solo una fase dell’approccio LEAP (Locate, Evaluate, Assess, Prioritize) raccomandato dalla Taskforce on Nature-related Financial Disclosures. La piena implementazione di questo approccio dovrebbe consentire un’identificazione più accurata degli impatti e dei rischi legati al capitale naturale.

Molte banche hanno inoltre iniziato a integrare il capitale naturale nelle proprie strategie attraverso diverse pratiche:

  • sviluppo di politiche settoriali, in particolare in settori ad alto rischio come l’agricoltura;
  • orientamento delle attività di finanziamento, ad esempio includendo la biodiversità come categoria progettuale nei framework di finanza sostenibile o creando strumenti dedicati come le conversioni del debito in misure di tutela ambientale;
  • partecipazione a iniziative finalizzate allo sviluppo di standard di rendicontazione.

I risultati delle analisi di doppia materialità ai sensi della CSRD devono quindi essere interpretati con cautela, tuttavia le incertezze metodologiche non dovrebbero limitare la comunicazione e le iniziative delle banche, soprattutto ora che nel 2025 è stata superata una settima frontiera planetaria e che continuano ad accumularsi evidenze dei costi economici concreti risultanti dal degrado della natura.

Priorità alla trasparenza nonostante dati imperfetti

Di fronte all’urgenza, è essenziale dare priorità alla trasparenza utilizzando gli strumenti esistenti, anche se ciò comporta misurazioni imperfette. L’esperienza maturata nell’integrazione delle tematiche climatiche mostra che l’incertezza è intrinseca a questi processi di lungo periodo e che la ricerca della perfezione non dovrebbe condizionare la trasparenza della rendicontazione di sostenibilità.

I primi lavori del GHG Protocol risalgono a quasi 25 anni fa e la TCFD e la PCAF sono state lanciate circa dieci anni fa. Ciononostante, proseguono i dibattiti metodologici sugli indicatori climatici su temi quali: l’integrazione e il calcolo delle cosiddette emissioni “facilitate”; la volatilità delle emissioni finanziate legata all’uso dell’enterprise value o l’eterogeneità delle metodologie utilizzate dai data provider per valutare i rischi fisici.

Il lavoro sul clima offre inoltre alle banche l’opportunità di accelerare la comprensione e l’integrazione delle tematiche legate alla natura, sia facendo leva sui modelli di valutazione del rischio climatico per valutare i rischi legati alla natura sia esplorando le numerose interconnessioni tra questi due ambiti.

Tali interconnessioni si basano su una chiara comprensione dei legami tra biodiversità e rischi climatici: ad esempio, soluzioni basate sulla natura come la conservazione delle zone umide possono ridurre la vulnerabilità degli asset a rischi quali le inondazioni. Esse implicano anche l’individuazione di opportunità di finanziamento che generano co-benefici, come le soluzioni di economia circolare che riducono al contempo il consumo di risorse e la pressione sul clima.

Sebbene molte banche considerino ancora la biodiversità “non materiale” ai sensi della CSRD, ne riconoscono le sfide associate. Eppure, la sua integrazione rimane agli inizi ed è ostacolata da difficoltà metodologiche. Il superamento di tali barriere richiede maggiore trasparenza, anche a costo di divulgare informazioni imperfette. Per questo, le banche possono far leva sull’esperienza maturata nell’integrazione delle tematiche climatiche.

I report CSRD del 2025, tappa cruciale per l’integrazione della natura

All’inizio di quest’anno, la pubblicazione dei report CSRD relativi al 2025 rappresenta una tappa fondamentale per valutare la capacità delle banche di integrare la natura nelle proprie strategie. In prospettiva, le sfide metodologiche coincideranno con una riduzione degli obblighi di reporting: la nuova versione della CSRD, insieme alla revisione ancora in corso degli ESRS, ridurrà il numero di entità soggette alla normativa e il volume di dati da divulgare.

Il supporto alle banche nell’integrazione delle tematiche legate alla natura richiederà un forte coinvolgimento regolamentare. Alcuni regolatori hanno già individuato questa area come prioritaria. Ad esempio, la BCE include la natura tra le priorità di vigilanza per il periodo 2026-2028.


Questo contenuto è a cura di Armand Satchian, Sustainable Investment Research Analyst, Crédit Mutuel AM

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