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Capitale naturale, le aziende italiane riconoscono i rischi, ma solo il 30% ha una strategia operativa

Il 78% delle aziende italiane riconosce il valore strategico del capitale naturale, ma solo il 42% monitora in modo sistematico gli impatti su ecosistemi e biodiversità. Sebbene le imprese riconoscano i rischi associati a natura e biodiversità, solo il 31% delle aziende possiede una politica dedicata. A dirlo è lo studio Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, promosso dal Global Compact Network Italia, in collaborazione con The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, con il supporto di Edison. Numeri che mostrano un ritardo strutturale in un ambito che rappresenta oggi la nuova frontiera della sostenibilità e della finanza: oltre la metà del PIL mondiale, circa 55.000 miliardi di dollari, dipende direttamente dai servizi ecosistemici, e in Italia il 79% dei prestiti bancari è esposto a settori vulnerabili ai rischi ambientali.

Le grandi imprese guidano il presidio del capitale naturale grazie a strumenti strutturati, come piani di transizione per la biodiversità e interventi di rigenerazione dei siti contaminati, già adottati da circa la metà di esse, contro il 44% delle medie e il 29% delle piccole. Anche la valutazione degli impatti su specie protette conferma questo divario dimensionale. Nel coinvolgimento degli stakeholder, le comunità locali risultano i partner più importanti per il 64% delle imprese. Al contrario, banche e assicurazioni hanno un ruolo molto limitato, principalmente perché mancano ancora metriche e dati affidabili che permettano al settore finanziario di integrare in modo efficace i temi del capitale naturale nei propri processi decisionali.

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

Il capitale naturale come asset economico

Secondo i dati circa 1 azienda su 2 ha adottato almeno uno strumento o presidio per la gestione di emissioni, acqua e rifiuti. Per quanto riguarda le emissioni di GHG e l’inquinamento, il 67% delle aziende affronta il tema con una politica dedicata o integrata nella politica ambientale generale. L’impegno è elevato sul fronte della misurazione, con l’82% che misura e gestisce le emissioni di gas serra lungo la catena del valore (Scope 3), e il 63% che monitora gli inquinanti atmosferici.

Tuttavia, solo il 34% dispone di un piano di transizione ai cambiamenti climatici o è in corso di attuazione. Anche la gestione dei rifiuti è ben strutturata con il 65% delle aziende che presidia la gestione tramite una policy dedicata, e il 79% si impegna nella riduzione e nell’aumento della quota avviata a recupero/riciclo. Sul tema acqua, il 46% delle aziende monitora le tematiche idriche tramite politiche dedicate o integrate, e il 41% gestisce prelievi e consumi nelle aree a elevato stress idrico, spesso attraverso il riutilizzo delle acque e tecnologie a basso impatto. Tuttavia i temi legati alla biodiversità ricevono ancora minore attenzione: solo il 31% delle aziende possiede una politica dedicata o la integra, e appena l’8% dispone di un piano di transizione specifico.

Nonostante la ridotta adozione di politiche esplicite, il 27% delle aziende analizza e identifica se i propri siti sono localizzati in aree sensibili, valuta gli impatti sulle specie protette, e applica la gerarchia di mitigazione.

L’Italia, che ospita oltre un terzo delle specie animali e quasi metà della flora europee, vede 58 ecosistemi terrestri su 85 a rischio, di cui 7 in condizioni critiche, 22 in pericolo e 29 vulnerabili, pari al 46% del territorio nazionale. Una fragilità che si riflette sull’economia: la perdita di suolo, acqua e biodiversità riduce infatti la capacità produttiva e accresce i rischi finanziari legati ai cambiamenti climatici.

Imprese italiane tra buone intenzioni e ritardi operativi

La ricerca, basata su 169 grandi aziende soggette all’obbligo di rendicontazione di sostenibilità e su una survey a 115 imprese aderenti al Network, conferma che la tutela del capitale naturale si sta affermando come componente della strategia d’impresa, caratterizzato da un’adozione relativamente diffusa ma da una maturità disomogenea e percorsi ancora in fase di standardizzazione.

Oltre la metà delle imprese analizzate (57%) dichiara di aver già integrato le valutazioni sul capitale naturale nella propria strategia ambientale o di sostenibilità, con un ulteriore 23% che prevede di farlo nel breve periodo. In totale, quasi otto aziende su dieci hanno quindi già avviato, o intendono avviare a breve, un percorso di integrazione del capitale naturale nei propri strumenti di pianificazione strategica.

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

Tra le imprese che hanno già intrapreso questo percorso, il 25% lo ha fatto attraverso strategie formalizzate e pubbliche, mentre il 20% ha adottato approcci informali o interni. Una quota più contenuta ha sviluppato strategie pubbliche e basate su metodologie riconosciute (9%) o integrate a quelle climatiche (3%). Infine il 20% delle aziende non ha ancora considerato il tema e non lo prevede nel breve periodo.

È importante sottolineare che il 70% delle imprese riconosce i benefici legati all’integrazione del capitale naturale nelle proprie strategie aziendali, sebbene con livelli differenti di maturità. In particolare, il 18% dichiara benefici già osservabili e la stessa quota (18%) li considera prospettici. Il 34% prevede di rilevarli nel prossimo futuro.

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

Nella maggior parte dei casi, la spinta ad agire viene dalla necessità di gestire i rischi (67%), seguita da pressioni esterne e quelle etiche/valoriali ma contano anche innovazione e vantaggio competitivo, soprattutto per il 29% delle aziende di  Trasporti e Infrastrutture, ma anche per Servizi, Retail e Media e Automotive e Componentistica.

Ma l’adozione di misure concrete è spesso ostacolata da difficoltà operative.  Le principali barriere riguardano il coinvolgimento della filiera (65%), i costi elevati (53%), la mancanza di strumenti adeguati (49%) e di competenze (38%). Per superarle, le aziende chiedono incentivi economici (64%), strumenti di misurazione (57%) e metodologie pratiche (56%).

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

Va sottolineato però che è in continua crescita la volontà di agire, con  l’81% delle imprese che prevede di rafforzare il proprio impegno nei prossimi anni.

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

Le differenze settoriali

Il panorama settoriale italiano relativo all’integrazione del capitale naturale nelle strategie ambientali rivela un quadro eterogeneo ma con un’elevata vulnerabilità complessiva: il 76% delle aziende analizzate appartiene a settori che mostrano livelli di esposizione alle dipendenze dal capitale naturale superiori alla media.

Settori come Agrifood, Chimica e Materiali di Base, e Siderurgia e Metalli emergono come i comparti più impattanti e, al contempo, più dipendenti dagli ecosistemi. È importante notare che, in generale, la maggior parte dei settori mostra dipendenze superiori agli impatti generati, indicando la necessità di concentrare l’azione sulla gestione dei rischi e delle vulnerabilità piuttosto che esclusivamente sugli impatti diretti. Nonostante questa forte dipendenza sistemica, la biodiversità rimane il tema ambientale meno presidiato a livello aggregato, considerato materiale solo dal 40% delle aziende, in netto contrasto con il cambiamento climatico, ritenuto rilevante dal 97%.

Tuttavia, l’attenzione alla biodiversità è notevolmente più alta nei settori in cui i rischi sono percepiti come immediati o sono soggetti a obblighi autorizzativi, come l’Agrifood, dove la percentuale di aziende che la considera materiale sale al 77%, seguita da Costruzioni e Real Estate (57%), Trasporti e Infrastrutture (55%), ed Energia e Utilities (54%). Sul fronte dell’integrazione pratica e della governance, solo il 31% delle aziende dispone di una politica dedicata alla biodiversità o la integra nella politica ambientale generale, con le migliori performance relative alle policy registrate in Energia & Utilities e Chimica e Materiali di Base.

Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico, Global Compact Network Italia, The European House – Ambrosetti e l’Università Ca’ Foscari Venezia, 2025

La misurazione delle dipendenze appare particolarmente arretrata: sebbene il 29% delle imprese identifichi sia impatti che rischi/opportunità, soltanto il 41% di coloro che hanno individuato i rischi dispone di strumenti per misurare sistematicamente le dipendenze dal capitale naturale, una quota molto inferiore a quella relativa alla misurazione degli impatti (spesso spinta da requisiti di permitting).

In sintesi, sebbene i settori a più alta vulnerabilità stiano compiendo i primi passi, per il tessuto imprenditoriale italiano rimane prioritario trasformare la consapevolezza dei rischi in azioni operative misurabili, specie per quanto riguarda le dipendenze dagli ecosistemi.

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