I fondi sostenibili hanno chiuso il primo semestre 2026 con un rendimento mediano del 4,9%, contro il 4% dei fondi tradizionali. L’analisi di Morgan Stanley.
I fondi sostenibili tornano a performare meglio dei fondi tradizionali. Nel primo semestre 2026 il rendimento mediano dei prodotti classificati come sostenibili da Morningstar è stato del 4,9%, contro il 4% dei fondi tradizionali. Un vantaggio di 90 punti base che arriva dopo un secondo semestre 2025 in cui il comparto sostenibile aveva invece registrato una performance leggermente inferiore.
Il dato si accompagna a un altro numero significativo: a fine giugno il patrimonio gestito (AUM) destinato agli investimenti sostenibili ha raggiunto il record di 4,24 trilioni di dollari, in crescita del 4,8% rispetto a dicembre 2025. Il paradosso, però, è che mentre gli asset aumentano, il peso dei fondi sostenibili sul mercato complessivo continua a diminuire: oggi rappresentano il 6,1% degli AUM globali, contro il picco del 7,2% registrato nel dicembre 2023.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dall’ultima edizione del Sustainable Reality del Morgan Stanley Institute for Sustainable Investing che confronta andamento, masse e flussi dei fondi sostenibili e tradizionali attraverso un universo di circa 99.000 prodotti globali. L’analisi utilizza i dati Morningstar e considera il periodo compreso tra il primo gennaio e il 30 giugno 2026.
Fondi sostenibili, la maggiore esposizione alle azioni spiega il vantaggio nel 2026
Una maggiore esposizione al mercato azionario ha contribuito alla sovraperformance. Infatti, il 56% dei fondi sostenibili investe in azioni, contro il 41% dei fondi tradizionali, con un rendimento mediano dei fondi azionari sostenibili pari al +9,0% nel primo semestre 2026. Questo risultato ha più che compensato il -1,3% registrato dai fondi obbligazionari sostenibili, che hanno invece sottoperformato rispetto ai fondi obbligazionari tradizionali (+1,3%). Secondo Morgan Stanley, l’esposizione geografica ha giocato un ruolo determinante: sia i fondi obbligazionari sostenibili che quelli tradizionali hanno registrato rendimenti mediani negativi nelle aree di investimento “Globale” ed “Europa”; tuttavia, tali regioni rappresentano l’80% dei fondi obbligazionari sostenibili, a fronte di appena il 39% dei fondi tradizionali comparabili.
Anche le altre categorie, che comprendono multi-asset, real estate, materie prime e strategie alternative, hanno visto i fondi sostenibili indietro: +2,5% contro il +3% dei tradizionali. Il vantaggio complessivo del comparto sostenibile è quindi legato soprattutto alla combinazione tra una maggiore presenza azionaria e una performance dell’equity leggermente superiore.

Il dato è particolarmente interessante perché ridimensiona una lettura semplicistica del risultato. La sovraperformance del 4,9% non può, infatti, essere attribuita esclusivamente all’etichetta “sostenibile”: la composizione del campione e l’asset allocation hanno avuto un ruolo rilevante.
Anche sul piano geografico il semestre è stato favorevole. I fondi sostenibili hanno superato quelli tradizionali in tutte e quattro le principali aree di investimento considerate da Morgan Stanley, con Americhe (rendimenti dell’8,8% rispetto al 5,5% dei fondi tradizionali) e Asia-Pacifico (rendimenti dell’11,6% rispetto al 4,8%) particolarmente forti.

AUM dei fondi sostenibili a 4,24 trilioni, ma la raccolta resta indietro
La fotografia degli asset racconta una storia diversa da quella delle performance. I 4,24 trilioni di dollari di masse rappresentano il massimo storico raggiunto dal comparto, ma la quota sul patrimonio complessivo dei fondi è scesa al 6,1%. Il motivo principale è la diversa velocità con cui stanno crescendo gli asset dei prodotti tradizionali.

Nel primo semestre 2026 i fondi sostenibili hanno raccolto 37,7 miliardi di dollari, equivalenti allo 0,9% degli AUM di fine 2025. Il dato rappresenta un recupero importante rispetto al secondo semestre 2025, quando il comparto aveva registrato deflussi per 37,5 miliardi di dollari. Ma il ritmo si è progressivamente indebolito: nel primo trimestre sono entrati 33,5 miliardi, mentre nel secondo trimestre gli afflussi si sono ridotti a soli 4,2 miliardi.
La distanza rispetto ai fondi tradizionali rimane significativa. Questi ultimi hanno infatti registrato nel semestre afflussi pari al 2,5% degli AUM di fine 2025, quasi tre volte il ritmo relativo dei fondi sostenibili. È proprio questa dinamica a spiegare perché il peso dei prodotti sostenibili sul totale sia diminuito nonostante la crescita delle masse in termini assoluti.

Anche la distribuzione geografica mostra differenze marcate. I fondi domiciliati in Europa, che rappresentano circa l’87% degli AUM sostenibili, hanno registrato afflussi per 43,9 miliardi di dollari, pari all’1,2% degli asset di fine 2025. Quasi tutta la raccolta è arrivata nel primo trimestre, mentre il secondo ha mostrato un netto rallentamento. In Nord America il quadro è invece cambiato nel corso del semestre. Nel secondo trimestre i fondi sostenibili hanno registrato 3,1 miliardi di dollari di afflussi, interrompendo una sequenza di oltre tre anni di deflussi. Sul semestre il saldo resta tuttavia modesto, pari allo 0,4% degli AUM di fine 2025. In Asia, al contrario, i fondi sostenibili hanno registrato deflussi per 7,5 miliardi di dollari, equivalenti al -5,5% degli asset di fine 2025.

Un segnale particolare arriva inoltre dai fondi Article 9 della normativa europea SFDR. Dopo dieci trimestri consecutivi di deflussi, nel secondo trimestre 2026 questa categoria ha registrato un piccolo afflusso di 800 milioni di dollari. Considerando anche il deflusso del primo trimestre, il saldo del primo semestre è sostanzialmente vicino allo zero. Gli Article 8 hanno invece raccolto 242,2 miliardi di dollari, ma solo 45,8 miliardi riguardano i fondi che Morningstar classifica come sostenibili.
Il confronto sui rendimenti nel lungo periodo
Il confronto di lungo periodo permette di leggere il risultato del primo semestre 2026 in una prospettiva diversa. Per farlo Morgan Stanley prende come punto di partenza dicembre 2018 e ipotizza di investire 100 dollari, applicando poi a ogni semestre il rendimento mediano dei fondi sostenibili e, separatamente, quello dei fondi tradizionali. A giugno 2026, il capitale teorico arriva a 171 dollari nel primo caso e a 159 dollari nel secondo. L’analisi non rappresenta quindi il rendimento di un fondo specifico e nemmeno quello che avrebbe ottenuto un investitore reale. Serve piuttosto a mostrare come si sarebbe evoluto nel tempo un capitale se, semestre dopo semestre, fosse stata applicata la performance mediana dei due universi. La distanza finale di 12 dollari indica che, nella simulazione costruita da Morgan Stanley, la sequenza dei rendimenti mediani dei fondi sostenibili ha prodotto una crescita cumulata superiore a quella dei fondi tradizionali. Morgan Stanley utilizza la mediana perché i rendimenti dei singoli fondi sono distribuiti in modo molto ampio e possono essere influenzati da valori estremi. Nel primo semestre 2026, il 72% dei fondi sostenibili ha registrato un rendimento positivo, contro il 67% dei fondi tradizionali.

Un’altra indicazione arriva dalla downside deviation dei fondi azionari. Nel primo semestre 2026 la misura mediana è stata pari al -9,5% per i fondi azionari sostenibili e al -10,3% per quelli tradizionali, utilizzando l’S&P 500 come benchmark. Il dato descrive la deviazione dei rendimenti negativi osservata nel periodo e suggerisce che, nel campione analizzato, la componente sostenibile ha registrato una minore deviazione negativa. Non è però una misura complessiva del rischio e non può essere utilizzata come indicatore delle perdite future.
Il punto centrale del report, alla fine, non è dunque soltanto che i fondi sostenibili abbiano fatto meglio nel primo semestre. La fotografia di Morgan Stanley mette insieme tre elementi distinti: una performance mediana superiore nel periodo, un vantaggio cumulato nella simulazione dal 2018 e una raccolta che, nonostante il recupero del 2026, rimane inferiore a quella dei fondi tradizionali.
