West Virginia e Kentucky guidano la coalizione che chiede ai giudici di esaminare lo standard introdotto dall’amministrazione Biden nel 2024. La soglia annuale è stata abbassata da 12 a 9 microgrammi per metro cubo. Al centro della disputa non ci sono solo salute e ambiente, ma anche i poteri dell’Epa e le conseguenze sulle autorizzazioni per nuovi impianti e infrastrutture.
La battaglia americana sul PM2.5 arriva alla Corte Suprema. Ventiquattro Stati si schierano con West Virginia e Kentucky contro il limite del particolato fissato dall’Epa nel 2024. Il 28 agosto la coalizione ha chiesto alla Corte Suprema di esaminare il caso e di ribaltare la decisione del tribunale federale d’appello che ha confermato lo standard. Al centro della disputa c’è la soglia annuale di 9 microgrammi per metro cubo, ma anche una questione più ampia: fin dove può spingersi l’Epa nella definizione degli standard sulla qualità dell’aria?
La richiesta presentata dagli Attorney General J.B. McCuskey, del West Virginia, e Russell Coleman, del Kentucky, è una petition for certiorari: la Corte Suprema non ha quindi ancora deciso di esaminare il caso e, tantomeno, di cancellare la norma. I giudici dovranno prima stabilire se accogliere la richiesta.
La coalizione comprende, tra gli altri, Texas, Florida, Ohio, Georgia, Alabama, Louisiana, Oklahoma, Tennessee e Wyoming. Anche la U.S. Chamber of Commerce e altre associazioni industriali hanno contestato lo standard con una richiesta parallela.
Il limite contestato
Nel febbraio 2024 l’Epa dell’amministrazione Biden ha abbassato da 12 a 9 microgrammi per metro cubo il limite annuale dei National Ambient Air Quality Standards (NAAQS) per il PM2.5, una riduzione del 25%. Il limite giornaliero è rimasto invece a 35 µg/m³.
Il PM2.5 è costituito da particelle di diametro pari o inferiore a 2,5 micrometri, abbastanza piccole da penetrare in profondità nei polmoni. L’esposizione è associata a malattie cardiovascolari e respiratorie e a morti premature.
Per l’Epa, l’inasprimento era necessario alla luce delle evidenze scientifiche disponibili. Secondo le stime dell’agenzia, entro il 2032 il nuovo standard potrebbe evitare fino a 4.500 morti premature, 800.000 casi di sintomi dell’asma e 290.000 giornate lavorative perse, con benefici sanitari netti fino a 46 miliardi di dollari.
Gli Stati contestano invece le conseguenze economiche e regolatorie della soglia più severa. “Gli standard eccessivamente stringenti non miglioreranno la salute pubblica, ma aumenteranno i costi e potrebbero di fatto bloccare nuove attività economiche e la creazione di posti di lavoro in vaste aree del Paese”, sostiene McCuskey. Il procuratore generale del West Virginia afferma inoltre che la norma potrebbe ostacolare le autorizzazioni per nuovi impianti industriali e aumentare i costi per produttori, utility e agricoltori.
Nelle cosiddette aree “non-attainment”, infatti, i nuovi progetti sono sottoposti a requisiti più stringenti per garantire il rispetto degli standard. Secondo i ricorrenti, questo potrebbe aumentare costi e tempi per industrie, utility, agricoltori e altri operatori economici.
Il nodo giuridico
La contestazione non riguarda però soltanto la severità del limite. Gli Stati sostengono che l’Epa abbia oltrepassato i propri poteri e non abbia seguito correttamente il procedimento previsto dal Clean Air Act per la revisione degli standard.
Il 26 giugno 2026 il D.C. Circuit ha respinto i ricorsi degli Stati e delle associazioni industriali, confermando la norma. La corte ha stabilito che l’Epa può rivedere i NAAQS anche al di fuori della revisione periodica quinquennale prevista dal Clean Air Act.
Il caso presenta inoltre un precedente rilevante. Nel 2001, con Whitman v. American Trucking Associations, la Corte Suprema stabilì che l’Epa non può considerare i costi economici quando fissa gli standard nazionali sulla qualità dell’aria sulla base dei criteri sanitari previsti dal Clean Air Act.
La domanda che i ricorrenti portano ora davanti alla Supreme Court è quindi più ampia del semplice livello di PM2.5: riguarda il margine di discrezionalità dell’Epa nella revisione degli standard e i limiti procedurali che l’agenzia deve rispettare.
Il cambio di posizione dell’Epa
A rendere il caso ancora più singolare è il cambio di posizione dell’agenzia federale.
Con l’amministrazione Trump, l’Epa ha chiesto allo stesso D.C. Circuit di annullare lo standard del 2024, sostenendo che l’amministrazione Biden non avesse svolto una revisione sufficientemente approfondita e avesse commesso errori nel procedimento di adozione.
Il tribunale ha respinto anche questa richiesta, lasciando in vigore il limite di 9 µg/m³. Ora gli Stati cercano di portare la questione davanti alla Corte Suprema.
Usa ed Europa: il confronto sul PM2.5
Ma quali sono i limiti sul particolato al di fuori degli Stati Uniti? Il limite annuale sul PM2,5 fissato dall’Epa nel 2024 a 9 microgrammi per metro cubo è più stringente di quello italiano, pari a 25 µg/m³. Tuttavia anche l’Europa ha stabilito che il livello massimo di polveri sottili nell’aria dovrà scendere. La nuova direttiva europea sulla qualità dell’aria prevede infatti un limite di 10 µg/m³ dal 1° gennaio 2030, più che dimezzando la quantità consentita attuale.
L’Epa ha abbassato il precedente limite statunitense da 12 a 9 µg/m³ sulla base delle evidenze scientifiche sugli effetti del particolato fine sulla salute, Bruxelles ha scelto una soglia leggermente più alta, ma nella stessa direzione. Si tratta di cali considerevoli ma che portano il livello di particolato nell’aria comunque al di sopra del parametro dell’Organizzazione mondiale della sanità, che nelle linee guida del 2021 indica per il PM2,5 una concentrazione media annua di appena 5 µg/m³.
| PM2.5 – media annuale | Limite |
|---|
| 🇮🇹 Italia, standard attuale | 25 µg/m³ |
| 🇺🇸 USA, standard Epa 2024 | 9 µg/m³ |
| 🇪🇺 UE, nuovo standard dal 2030 | 10 µg/m³ |
| 🌍 OMS, linea guida 2021 | 5 µg/m³ |
Il confronto è significativo: il limite americano contestato dai 25 Stati è quasi identico a quello che l’Unione europea ha deciso di adottare entro il 2030. L’Italia dovrà quindi ridurre del 60% il proprio attuale valore limite annuale.
Sia lo standard statunitense sia quello europeo rimangono comunque al di sopra della linea guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, che nel 2021 ha indicato per il PM2.5 una concentrazione media annua di 5 µg/m³.
Per ora il limite americano resta in vigore. La Corte Suprema dovrà prima decidere se esaminare il ricorso. Se lo farà, la sentenza potrebbe incidere non solo sulla regolazione del PM2.5, ma più in generale sui poteri dell’Epa nella definizione degli standard ambientali federali.
