La natura compare sempre più nei bilanci aziendali, ma spesso in modo frammentario e non coerente con le linee guida TNFD, secondo lo studio EY.
Il 93% delle grandi aziende globali cita la natura nei propri bilanci e report di sostenibilità, ma soltanto il 26% lo fa in modo coerente con le raccomandazioni del Taskforce on Nature-related Financial Disclosures (TNFD). È questo il dato più emblematico che emerge dal nuovo EY Global Nature Action Barometer 2025, un’analisi condotta su 435 multinazionali di dieci settori e tre macroregioni (Americhe, EMEIA e Asia-Pacifico).
Nonostante il consenso crescente sull’urgenza della crisi naturale, dato che oltre la metà del PIL mondiale dipende direttamente o indirettamente dai servizi ecosistemici, la maggior parte delle imprese non possiede ancora una strategia completa per identificare e gestire i propri impatti sulla biodiversità.
Secondo lo studio, solo il 13% delle aziende analizzate pubblica un rapporto o indice TNFD dedicato. Nella maggior parte dei casi, le informazioni sulla natura compaiono in modo frammentario all’interno dei bilanci di sostenibilità o dei report ambientali. Il risultato è che investitori e stakeholder dispongono di pochi elementi concreti per valutare come le imprese gestiscono i rischi legati alla perdita di biodiversità o alle dipendenze dalle risorse naturali. EY avverte che questa mancanza di trasparenza può rallentare l’azione globale per proteggere gli ecosistemi, in un momento in cui la crisi naturale è strettamente intrecciata con quella climatica.
Indice
Dall’Europa la spinta della regolazione, ma l’allineamento resta basso
Guardando alle aree geografiche, il rapporto mostra un’Europa più avanzata rispetto al resto del mondo: le imprese dell’area EMEIA (Europa, Medio Oriente, India e Africa) menzionano la natura nel 94% dei casi e il 29% è allineato alle raccomandazioni TNFD, grazie soprattutto alla spinta regolatoria della Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e dallo standard ESRS E4 su biodiversità ed ecosistemi, che obbligano le imprese europee a integrare gli impatti sulla natura nei bilanci di sostenibilità. Tuttavia, come sottolinea anche l’EY CSRD Barometer 2025, molte aziende europee si limitano ancora a soddisfare i requisiti formali senza tradurre le informazioni in strategie di valore o di resilienza.
Le Americhe sono invece il fanalino di coda con il 91% delle aziende che cita la natura, e il 22% allineato al TNFD. Solo 22 aziende statunitensi e 10 canadesi si sono impegnate pubblicamente a produrre report TNFD. In America Latina, dove la perdita di biodiversità è più drammatica con la popolazione animale monitorata è crollata del 95% in cinquant’anni, le imprese si muovono ancora a rilento nonostante l’attenzione crescente dei governi, come nel caso del Brasile, che ospiterà la COP30 sul clima a Belém.
Asia-Pacifico si colloca a metà strada, con il 94% di copertura e il 25% di allineamento. In questa regione, Giappone e Taiwan guidano la corsa alla disclosure, mentre Australia si prepara a introdurre obblighi simili a quelli europei.

Settori e casi virtuosi
I settori più avanzati sono beni di consumo (33%), estrattivo-minerario (32%) e alimentare (28%), dove la dipendenza da risorse naturali e la pressione regolatoria o reputazionale sono più forti. In coda ci sono invece i servizi e l’ospitalità, con appena il 19% di allineamento, un dato che colpisce, considerando quanto turismo e hotellerie dipendano da ecosistemi sani e paesaggi intatti.
Altri dati emersi dal report
Un aspetto centrale del Barometer riguarda le quattro colonne della TNFD: governance, strategia, gestione dei rischi e metriche e obiettivi.
La governance è il pilastro più sviluppato, con l’87% delle aziende che ne parla e il 31% che raggiunge un buon grado di allineamento, segno che la supervisione dei consigli di amministrazione sulle questioni naturali sta diventando prassi.
La strategia, però, rimane il punto debole: solo il 23% delle imprese dichiara obiettivi concreti o piani d’azione, spesso per timore di esporre informazioni sensibili o per difficoltà metodologiche nel tradurre la biodiversità in variabili economiche. Anche nella gestione dei rischi e impatti, l’allineamento si ferma al 27%, segnale che la natura non è ancora integrata nei sistemi di enterprise risk management.
Ancora più fragile è il capitolo metriche e target dove appena il 22% delle aziende misura in modo strutturato il proprio impatto o definisce obiettivi quantitativi con molte che si limitano a dati su uso dell’acqua, deforestazione o aree a elevata biodiversità, senza metriche economiche o scenari prospettici.

Dal punto di vista finanziario, la lentezza nel rendicontare la natura rappresenta un rischio sistemico. Le istituzioni finanziarie, con un allineamento medio del 23%, non dispongono ancora di dati completi per valutare l’esposizione dei portafogli agli impatti ambientali. In altre parole, una parte consistente del rischio di natura resta non gestito e non visibile ai mercati. È un problema non solo etico ma economico: senza metriche condivise, il capitale non si orienta verso modelli produttivi sostenibili, e la transizione verso un’economia “nature positive” rischia di rallentare.
“Molte aziende stanno ora dimostrando una migliore comprensione dei rischi naturali, e dai colloqui con i leader aziendali emerge chiaramente che molte stanno prendendo provvedimenti. Ma per gestire rischi e opportunità e aiutare gli stakeholder esterni a prendere decisioni informate, è necessario produrre dati credibili, collaborare efficacemente lungo tutta la catena del valore e avere una governance chiara sulla natura”, ha dichiarato Velislava Ivanova, EY Global Strategy and Markets Leader, Climate Change and Sustainability Services.
