Il progetto dell’Università di Pavia con Deloitte Private, Arte Generali e Banca Generali: solo il 36% delle aziende europee gestisce attivamente i CCAA (Corporate Cultural & Art Assets). L’Italia, sopra la media, guida con il 56%. Obiettivo: rendere l’arte un asset strategico misurabile e integrato nei bilanci di sostenibilità.
Solo il 36% delle grandi aziende europee valorizza in modo strutturato il proprio patrimonio artistico e culturale, e appena il 3% ne dichiara un valore economico nei bilanci. Eppure collezioni corporate, fondazioni e sponsorizzazioni culturali possono rappresentare un capitale identitario e strategico centrale nelle politiche di sostenibilità. Da Milano arriva una svolta: nasce il primo Framework europeo per misurare in modo rigoroso e comparabile i Corporate Cultural & Art Assets (CCAAs) e integrarli pienamente nelle strategie ESG. Un passaggio che punta a trasformare l’arte da elemento simbolico a leva concreta di valore competitivo e responsabile.
L’obiettivo del nuovo framework è dunque quello di supportare le organizzazioni nell’integrazione dei beni artistici e culturali all’interno dei piani di sostenibilità. Realizzato dallo European Art Assets Observatory (EAAO), un’iniziativa promossa dall’Institute for Transformative Innovation & Research (ITIR) dell’Università di Pavia in partnership con Deloitte Private, Arte Generali e Banca Generali, è stato presentato a Milano nel corso dell’evento Il valore degli asset culturali e artistici d’impresa.
Il framework è frutto di un progetto di ricerca che ha analizzato le best practice di 300 grandi aziende europee, selezionate tra le prime 50 per fatturato 2024 in Italia, Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi e Belgio. “L’arte è stata spesso considerata, per sua natura, fuori dagli schemi gestionali, confinata in una zona d’ombra ed estranea alle logiche di misurazione tradizionali” ha dichiarato Stefano Denicolai, Head of the Institute for Transformative Innovation & Research (ITIR) dell’Università di Pavia, “Con il nostro progetto di ricerca abbiamo voluto sfidare questo paradigma, applicando un metodo scientifico ispirato alle teorie di management. Applicare il rigore alla bellezza non significa limitarla, ma legittimarla come asset strategico. I risultati stanno superando le aspettative e dimostrano che il mercato è pronto per questo salto di qualità. Oggi presentiamo non solo un framework innovativo, ma un nuovo linguaggio per tradurre arte e cultura in valore competitivo, concreto e misurabile“.
La fotografia europea: asset diffusi ma poco misurati
L’indagine evidenzia come collezioni corporate, musei d’impresa, archivi storici, fondazioni e iniziative culturali ad essi connesse rappresentino un patrimonio diffuso ma ancora poco strutturato in termini di governance, misurazione e reporting. Dall’analisi, infatti, emerge che solo il 36% (108 su 300) delle aziende del campione analizzato dichiara di possedere, gestire o interagire attivamente con Corporate Cultural & Art Assets (CCAA). Spicca in positivo il caso italiano, dove la percentuale delle aziende che possiede, gestisce o interagisce attivamente con CCAA è del 56%, la più elevata tra i Paesi esaminati. Riflettendo una lunga tradizione di mecenatismo culturale e forti legami tra identità d’impresa e patrimonio artistico, seguono il nostro Paese la Francia (46%) e la Germania (40%).
Le tre forme più diffuse di CCAA sono le collezioni d’arte aziendali (29,9%), le sponsorizzazioni culturali e altre forme di mecenatismo (28,9%), le Fondazioni aziendali (23,3%). Dal punto di vista settoriale, Finanza e Assicurazioni mostrano un’elevata propensione a investire in CCAA (32,4%), soprattutto come leva per rafforzare identità, engagement degli stakeholder ed esperienza cliente. Sul fronte della governance, solo il 25% affida la gestione dei CCAAs a strutture esterne(come fondazioni o trust), mentre la maggioranza mantiene il presidio all’interno dell’organizzazione.
Come rendicontare gli asset culturali e artistici d’impresa
Il 34% menziona i CCAAs nei bilanci di sostenibilità. Tra queste aziende il 54% richiama gli standard ESRS, il 43% i GRI Standards, il 35% gli SDGs, solo 2 aziende fanno riferimento a framework UNESCO. Nonostante la rilevanza strategica, circa il 3% del campione dichiara un valore monetario specifico dei propri asset culturali nei rendiconti finanziari, e soltanto 24 aziende riportano investimenti legati ai CCAAs nei bilanci economici. I dati mostrano quindi un forte disallineamento tra presenza degli asset culturali e loro misurazione sistemica.
“Partecipando all’European Art Assets Observatory, Deloitte Private intende contribuire al dibattito sulla necessità di misurare l’impatto di investimenti aziendali in arte e cultura in modo più consapevole e strutturato. Le aziende sono oggi chiamate a fornire informazioni sempre più chiare e trasparenti sulle loro performance di sostenibilità: questo rende evidente l’urgenza di metriche solide e condivise per raccontare e migliorare gli impatti generati sui territori e sugli stakeholder”, ha osservato Ernesto Lanzillo, Senior Partner & Deloitte Private Leader.
A partire dunque dalle evidenze del campione europeo, il modello sviluppato dall’Osservatorio propone un sistema innovativo di indicatori, allineato alle principali dimensioni ESG e coerente con gli standard internazionali di riferimento (GRI, ESRS, SDGs e linee guida UNESCO). Il Framework integra KAI (Key Activity Indicators) e KPI (Key Performance Indicators), consentendo alle imprese di valutare non solo gli impatti generati, ma anche i processi e le politiche che li rendono possibili. L’obiettivo è offrire un quadro strutturato, flessibile e comparabile per misurare il valore generato dai beni artistici e culturali in termini sociali, ambientali e di governance, trasformando asset tradizionalmente percepiti come intangibili in leve strategiche governabili.
“Il progetto di ricerca è pienamente coerente con la visione di ARTE Generali, secondo cui gli asset culturali e artistici sono molto più che elementi simbolici: rappresentano risorse strategiche in grado di generare valore misurabile e sostenibile per le imprese e per la società. Sostenendo lo sviluppo di questo Framework, contribuiamo a definire un approccio più chiaro e responsabile per comprendere l’impatto della cultura all’interno delle strategie ESG. Si tratta di un passo significativo per garantire che il valore culturale venga riconosciuto, tutelato e valorizzato come leva essenziale di un’impresa responsabile e orientata al futuro”, ha spiegato Alberto Magni, Head of ARTE Generali Italy.
Cultura e sostenibilità non sono ambiti separati, ma parti integranti della stessa strategia di valore. Una visione sostenuta da Banca Generali da tempo, e che oggi ottiene uno strumento concreto per quantificarne gli impatti reali. “Offriamo alle imprese uno strumento rigoroso per misurare l’impatto dei Corporate Cultural & Art Assets, affinché ciò che era percepito come intangibile diventi patrimonio misurabile e condiviso.” ha concluso Maria Ameli, Head of Wealth Advisory Banca Generali e Consigliere Delegato di Generfid, “Sostenere questo percorso, per Banca Generali, significa rafforzare un ecosistema in cui imprese, istituzioni e comunità possono crescere insieme, trasformando arte e identità in leve concrete di sviluppo responsabile”.
