Energie rinnovabili osservatorio O-fire costo capitale | ESG News

Osservatorio O-fire

Bicocca-Banca Generali: come varia il costo del capitale investendo nelle rinnovabili

I rischi associati agli investimenti in energia pulita e i costi fissi delle fonti rinnovabili stanno aumentando e le aziende che hanno incrementato la quantità di rinnovabili nel proprio mix energetico hanno subìto pesanti declassamenti del proprio rating creditizio. È quanto emerge dal secondo rapporto annuale, ESG Disclosure Obligations, sustainable funds and renewable energy sources in the midst of the ecological transition, di O-fire (Osservatorio sulla Finanza d’Impatto e sue Ricadute Economiche), l’osservatorio sulla finanza sostenibile lanciato due anni fa dall’Università di Milano-Bicocca insieme a Banca Generali e Aifi, Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt. Il report ha analizzato gli impatti degli investimenti in fonti rinnovabili sulla performance finanziaria delle utility nell’attuale complesso contesto economico e geopolitico internazionale. Lo studio, che ha osservato un panel di 351 imprese, ha evidenziato come il costo del capitale tende a crescere all’aumentare del peso delle fonti energetiche rinnovabili e questo può avere effetti negativi sulla transizione energetica.  

Secondo il World Economic Forum, infatti, per finanziare la transizione sono necessari investimenti dell’ordine di 3.400 miliardi di dollari l’anno e il Green Deal europeo prevede di attrarre 1.000 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati nel prossimo decennio nelle fonti energetiche rinnovabili (FER) fondamentali per la decarbonizzazione.

E se nel 2023 sono stati investiti a livello globale 1.740 miliardi di dollari in energia pulita, di cui gli investimenti in rigenerazione rinnovabile rappresentano il 38% del totale, le aziende iniziano ad esternare alcune preoccupazioni in merito ai rischi che questo tipo di investimenti comporta. Infatti, ad esso sono associati rischi intrinseci legati alla produzione aleatoria e intermittente, quindi poco programmabile, delle FER, rischi regolatori, associati al timore di possibile modifiche dei sistemi di incentivazione o alla loro eliminazione e rischi legati agli impatti del cambiamento climatico determinati dalla riduzione della piovosità e della ventosità che quindi aumenterebbe il rischio intrinseco dell’eolico e dell’idroelettrico e renderebbe necessari maggiori investimenti (di adattamento) a parità di produzione, aumentando il costo a kWh.

A minare, inoltre, la fiducia degli investitori ESG, e di conseguenza l’espansione dell’energia pulita, c’è anche l’inversione di tendenza dei costi di capitale della generazione rinnovabile. Dal rapporto di O-fire emerge che il trend decrescente dell’ultimo decennio è diminuito a partire dal 2020 a causa dell’interruzione nella catena di approvvigionamento, dalla carenza di materiali critici, dall’aumento dei tassi di interesse e da quello dei costi di trasporto e finanziari. E le previsioni della IEA (Agenzia Internazionale dell’Energia) per il 2024 non sono migliori.

Queste sfide potrebbero dunque ridefinire gli equilibri globali di domanda e offerta e influenzare gli investimenti nel settore che sono però necessari per raggiungere l’obiettivo del net zero al 2050: oggi, secondo quanto rileva la IEA la quota di rinnovabili sul mix di generazione globale è circa al 30% con l’eolico e il solare che rappresentano solo il 12%. Ma con costi fissi delle FER elevati e un recupero che deve avvenire in un mercato ormai liberalizzato le cui dinamiche possono essere volatili e imprevedibili sotto molti aspetti, la capacità di attrarre finanziamenti da parte delle aziende che vogliono espandere la quota rinnovabile può essere compromessa e infatti, come rilevano i ricercatori dell’Osservatorio: “Gli investimenti nelle fonti di energie rinnovabili”, scrivono, “pur influenzando positivamente il rating ESG, possono avere un effetto opposto sul rating del credito. Un’analisi sulla relazione tra i due tipi di rating relativa a 116 società europee ha mostrato infatti che solo per 35 società, che rappresentano il 30% del campione, il rating di credito e il rating ESG hanno la stessa qualità”.

Ma in Europa gli investimenti (anche in rinnovabili) non mollano

L’Europa si sta muovendo rapidamente verso un rinnovamento del quadro normativo per la sostenibilità. La recente pubblicazione dell’atto delegato per l’ambiente e l’introduzione della direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità delle imprese (CSRD) segnano passi decisivi verso l’ampliamento dei requisiti di informativa non finanziaria. E nonostante un contesto normativo “fluido”, la strategia di decarbonizzazione va consolidandosi e gli investimenti ESG non cedono.

Tanto è vero che a fronte, l’anno scorso, di una riduzione del flusso globale dei fondi sostenibili, che per la prima volta ha registrato un deflusso netto di 2,5 miliardi di dollari, al contrario il contesto europeo ha mantenuto i flussi netti positivi, attraendo 3,3 miliardi di dollari nel quarto trimestre dello scorso anno, seppur in calo rispetto al trimestre precedente.

“In Europa siamo in un contesto differente rispetto al resto del mondo” ha commentato Desirée Scarabelli, Sales Director and ESG Specialist Pictet, intervenuta assieme ad Elena Bargossi, Senior Sales Manager Schroders, Elena Leonardi, Responsabile Sostenibilità Banca Generali, e Lucia Visconti Parisio, Coordinatrice scientifica Osservatorio “O-Fire” e Professoressa ordinaria di Scienza delle finanze Università di Milano-Bicocca, durante la presentazione del rapporto all’Auditorium “Guido Martinotti” dell’Università di Milano-Bicocca. “Si parla tanto dell’onda anti-ESG statunitense”, ha proseguito Scarabelli, ”ma gli USA non hanno un apparato regolatorio che possa aiutare gli investitori ad orientarsi ed è difficile mantenere la fiducia degli investitori sul lungo periodo senza regolamentazioni. In Europa invece l’urgenza della transizione è fortemente sentita e la normativa aumenta. Certo questa discrepanza è allarmante per il raggiungimento degli obiettivi climatici a livello globale”.

Secondo Bargossi ciò che non può oscillare è l’impegno di generare un cambiamento positivo tramite gli investimenti che devono assumersi gli asset manager. La Senior Sales Manager di Schroders ha infatti dichiarato: “Il persistente deflusso dagli ETF legati alle rinnovabili non va a compromettere l’opportunità degli investimenti nel medio -lungo periodo. Le prospettive nel 2024 per questi segmenti sono di gran lunga migliori”.

E per affrontare il trambusto, due sono le carte la cui combinazione ha significato una mossa vincente per Banca Generali, racconta infine Leonardi. Ossia lavorare bene sulla consapevolezza del cliente e sull’offerta. “Banca Generali ha iniziato a sensibilizzare e introdurre il tema della sostenibilità da anni e dal 2021 ha cominciato a domandare le preferenze di sostenibilità dei clienti. Alla fine del 2023 il 60% dei nostri clienti esprime preferenza spiccata per prodotti sostenibili. E se è vero che ci sono fondi che hanno sofferto sul fronte inflazionistico quest’anno, abbiamo messo a disposizione un catalogo molto diversificato che ha permesso di non rinunciare a ottime performance”.

La necessità di adattarsi ai cambiamenti climatici richiede un impegno finanziario considerevole e ben ponderato, la speranza dell’Osservatorio è che attraverso la consapevolezza e la comprensione sia possibile mobilitare azioni concrete per affrontare le sfide più urgenti del nostro tempo, per un impegno collettivo verso una finanza che sia veramente sostenibile, inclusiva e capace di affrontare le sfide del nostro secolo.