La transizione energetica non è più solo un tema ambientale: oggi determina l’autonomia e la resilienza delle nazioni in un mondo instabile. È quanto emerge dal contributo di Thomas Hohne-Sparborth, Head of Sustainability Research at LOIM che riportiamo di seguito
Per oltre due secoli, l’economia globale è ruotata attorno all’energia. La crescita, l’industria e il commercio si sono basati su una logica semplice: bruciare risorse per generare calore e movimento. Carbone, petrolio e gas sono diventati il motore di un sistema globale interconnesso e interdipendente.
Questa dipendenza, tuttavia, si è trasformata in vulnerabilità. Conflitti internazionali, deglobalizzazione e crescente instabilità politica hanno messo in evidenza i rischi di fondare la prosperità di una nazione sull’importazione di combustibili fossili. Oggi, la sicurezza energetica è diventata una questione di politica statale.
In Europa, le conseguenze di questa nuova realtà sono tangibili. Il continente, che un tempo importava oltre il 55% del proprio gas dalla Russia, è stato costretto a riconfigurare il proprio modello energetico. La risposta è stata chiara: investire nelle energie rinnovabili come prima linea di difesa contro l’incertezza geopolitica.
Progetti come la Princess Elisabeth Energy Island, in costruzione al largo della costa belga, illustrano questa strategia. Il progetto collegherà diversi parchi eolici offshore nel Mare del Nord, che si prevede possano generare fino al 20% del fabbisogno elettrico totale dell’Unione Europea entro il 2050.
Le grandi potenze condividono la stessa diagnosi. La Cina guida lo sforzo globale verso l’autosufficienza energetica, detenendo oltre il 40% della capacità rinnovabile mondiale e investendo oltre 600 miliardi di dollari in progetti di energia pulita nel solo 2024. India e Stati Uniti stanno seguendo strade simili, combinando energie rinnovabili e innovazione tecnologica.
Tuttavia, questa transizione ha anche messo in luce una nuova debolezza: la dipendenza dai minerali critici. La Cina controlla il 70% della capacità globale di raffinazione di materiali chiave come litio, cobalto e terre rare, tutti essenziali per la produzione di turbine, pannelli solari e batterie. Il rischio non è più la scarsità di energia, ma la concentrazione delle sue fonti.
I governi stanno reagendo. Il Critical Raw Materials Act dell’Unione Europea mira a garantire che almeno il 40% della lavorazione dei minerali avvenga all’interno dell’UE entro il 2030. Stati Uniti, Canada e Australia hanno lanciato strategie simili per assicurare catene di approvvigionamento interne.
L’innovazione tecnologica è diventata un altro pilastro di questo nuovo paradigma energetico. Stanno emergendo progetti per riciclare metalli attraverso biotecnologie — come quelli sviluppati in Germania e Nuova Zelanda — e per creare batterie di nuova generazione a base di sodio, che potrebbero ridurre la dipendenza dal litio e democratizzare l’accesso allo stoccaggio energetico.
L’energia rappresenterà inoltre un grande collo di bottiglia nella rivoluzione tecnologica e nella corsa all’intelligenza artificiale, che richiede enormi quantità di energia. I Paesi stanno già competendo per ottenere un vantaggio attraverso l’accesso a energia illimitata e pulita, con costi ambientali ed economici marginali. Questo tipo di energia sarà il vero elemento decisivo, e può essere fornito solo da sistemi elettrici rinnovabili ed elettrificati.
Tutti questi sforzi puntano a una nuova era in cui la sicurezza energetica diventa sinonimo di indipendenza e resilienza. Man mano che le grandi economie investono nell’energia pulita, non cercano solo di proteggere i propri sistemi interni, ma anche di aprire nuovi mercati — dall’esportazione di elettricità rinnovabile alla produzione di cavi ad alta tensione e batterie sostenibili.
Il XXI secolo non sarà definito dalla geopolitica del petrolio, ma dalla geostrategia dell’energia pulita. Le nazioni che sapranno coniugare sostenibilità, innovazione e autonomia saranno quelle che guideranno l’economia globale nei decenni a venire.
