Solimene KPMG

Bilanci di sostenibilità

Solimene (KPMG): ecco tutto quello che c’è da sapere sulla CSRD nel 2025

L’intento principale della CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) è quello di favorire la trasparenza delle pratiche di rendicontazione delle imprese nell’ottica di contribuire al percorso di transizione verso un’economia sostenibile e resiliente dell’Unione Europea, che punta al raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. 

La nuova direttiva, che richiede la predisposizione di una Rendicontazione di sostenibilità all’interno della Relazione sulla gestione, pone non poche sfide per le imprese. In primo luogo, l’utilizzo di standard di sostenibilità comuni in tutti i Paesi dell’Unione Europea (gli ESRS, European Sustainability Reporting Standards) che rispetto ai precedenti framework di reporting, come i GRI Standards, prevedono delle richieste di disclosure maggiormente standardizzate per garantire la compatibilità dell’informativa pubblicata. In secondo luogo, l’introduzione del concetto di doppia materialità o doppia rilevanza, che prevede l’analisi sia degli impatti che l’impresa genera sull’ambiente e le persone sia dei rischi e delle opportunità che possono avere un impatto finanziario sull’impresa stessa. Non da ultimo, l’ampliamento dell’informativa relativa alla gestione degli impatti, rischi e opportunità (IRO) lungo la catena del valore, a monte e valle dell’impresa, e la disclosure di dati previsionali e di obiettivi di medio-lungo termine in ambito ESG.

La CSRD, pertanto, non si limita a essere uno strumento di comunicazione delle performance e dei traguardi raggiunti, ma richiede una visione prospettica da parte delle imprese che dovranno fornire un’informativa in merito alle modalità di gestione delle questioni di sostenibilità, in termini di presidi di governance, politiche, azioni e target. Spetta alle imprese decidere il livello di ambizione da perseguire, visto che la norma si pone l’obiettivo di aumentare la trasparenza dell’informativa e non fissa obiettivi e limiti da rispettare. “Affinché l’introduzione della CSRD avvenga con successo, le imprese non devono limitarsi a un esercizio di mera compliance, ma devono saper cogliere l’opportunità di adeguare i propri processi gestionali e di reporting attraverso un vero e proprio cambio culturale” spiega, intervistato da ESGnews, Lorenzo Solimene, partner advisory KPMG specializzato nell’area climate change & sustainability.

La CSRD è stata recepita anche in Italia. Quale sarà la portata di questo cambiamento per le imprese italiane? Avete una stima di quante aziende dovranno rispondere al primo appello in Italia? E a regime?

Ad oggi sono circa 200 le imprese italiane interessate da questa normativa per l’esercizio 2024: ossia gli enti di interesse pubblico già obbligati alla pubblicazione della DNF secondo il Decreto Legislativo n. 254/2016 di recepimento della NFRD (Non Financial Reporting Directive). Ma già dal prossimo anno, si prevede che saranno circa 5.000 le imprese obbligate a fornire una rendicontazione di sostenibilità, ossia tutte le grandi imprese, anche non quotate. A livello europeo, poi, il numero complessivo sarà di circa 50.000 imprese coinvolte. È importante sottolineare come nel corso del 2025 ci aspettiamo una rivisitazione della normativa a livello europeo a seguito di diverse indicazioni arrivate dagli stati membri. La Commissione si prepara a introdurre, dal febbraio 2025, un’iniziativa (“Omnibus”) che punta a consolidare le normative sulla sostenibilità che costituiscono il pilastro del Green Deal europeo (CSRD, CSDDD e Tassonomia) apportando una serie di semplificazioni ed affinamenti anche a seguito dei diversi feedback ricevuti. 

Dal primo gennaio 2025 le imprese di grandi dimensioni che già pubblicano la DNF dovranno passare al nuovo modello di reportistica. Quali sono le principali differenze e difficoltà che potranno incontrare?

In primo luogo, sarà di fondamentale importanza prevedere una struttura organizzativa adeguata definendo una governance chiara e opportuni controlli a presidio della completezza e accuratezza dell’informativa di sostenibilità. Peraltro, per le società quotate è previsto che il Dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili e societari – nonché un’eventuale diverso dirigente preposto all’attestazione della rendicontazione di sostenibilità appositamente nominato – attesti (secondo uno schema che sarà predisposto da CONSOB) che la Rendicontazione di sostenibilità inclusa nella Relazione sulla gestione sia stata redatta conformemente agli standard di rendicontazione europei (ESRS) e alle richieste dell’articolo 8 del Regolamento UE n. 852/2020 (Tassonomia ecosostenibile). 

Cambierà anche la struttura del documento, che, oltre a collocarsi all’interno della Relazione sulla gestione, dovrà essere organizzato secondo uno schema già predefinito dagli standard ESRS e in modo da descrivere, per ogni questione di sostenibilità rilevante, le relative politiche di gestione, azioni, target e metriche. Assicurare la facilità nell’identificare le diverse richieste di disclosure diverrà ancora più importante dal prossimo ciclo di rendicontazione, quando dovrebbe diventare obbligatorio anche taggare elettronicamente (con l’uso di “marcatori” XBRL – eXtensible Business Reporting Language) le informazioni riportate nella Rendicontazione di sostenibilità in modo che possano rendere i dati più facilmente leggibili e analizzabili da parte di software. L’obiettivo finale è che tutte le informazioni siano archiviate nel Punto unico di accesso europeo (ESAP). L’ESAP è un portale, il cui lancio è previsto per il 2027, che fornirà un punto unico di accesso alle informazioni finanziarie e di sostenibilità sulle aziende e sui prodotti di investimento dell’UE.  

Infine, tra i vari aggiornamenti introdotti dagli ESRS in tema di contenuti, si può citare l’ampliamento del perimetro di rendicontazione: le imprese, infatti, saranno chiamate a considerare e descrivere i propri impatti, rischi e opportunità non solo per le proprie attività dirette ma anche lungo l’intera catena del valore, sia a monte che a valle. A tal proposito, in virtù della complessità nel reperire informazioni dagli attori della catena del valore, il legislatore ha previsto un periodo di transizione (phase-in) di tre anni per la rendicontazione di KPI relativi alla catena del valore; tuttavia, le imprese sono esortate a compiere ogni sforzo ragionevole per garantire sin dal primo esercizio almeno la disclosure delle informazioni pubbliche o disponibili internamente. 

Le aziende sono pronte dal punto di vista della capacità di reperire i dati?

Sicuramente le imprese già soggette all’obbligo di pubblicare la DNF, disponendo di un sistema di reporting già rodato, partono da una buona base.

Tuttavia, l’ampliamento del perimetro di rendicontazione, le nuove richieste introdotte dagli ESRS, una maggiore enfasi sullo sviluppo di sistemi di controlli interni sull’informativa di sostenibilità richiedono un maggiore sforzo anche alle aziende quotate. Oltre ad adeguare i processi interni, a partire dalla generazione dei dati fino ad arrivare alla loro rendicontazione, molte delle imprese impattate dalla CSRD hanno avviato anche un percorso di digitalizzazione dell’informativa di sostenibilità che possa facilitare e rendere ancor più robusto l’intero flusso di reporting e controllo.

A tal fine, l’impegno delle imprese non può prescindere da un vero e proprio cambio culturale, che si declini anche in attività di formazione e sensibilizzazione di tutte le strutture aziendali coinvolte, a partire dagli organi di amministrazione, direzione e controllo. 

Per le società più piccole, con sistemi di reportistica meno avanzati, il processo risulta sicuramente più complesso. Tuttavia, il maggior tempo a disposizione per adeguarsi a questi obblighi normativi consentirà loro di osservare le best practice adottate da altre aziende, strutturando in modo più efficace i sistemi necessari per conformarsi.

Bisogna aggiungere però che alcuni dati sono intrinsecamente più complessi da reperire rispetto ad altri, come, per esempio, quelli relativi alle emissioni di Scope 3, ovvero le emissioni di gas a effetto serra indirette, generate ad esempio lungo l’intera catena di fornitura o derivanti dall’utilizzo e dallo smaltimento di un prodotto, che non rientrano sotto il controllo diretto dell’azienda. Oppure il gender pay gap, corrispondente alle differenze in termini di remunerazione tra uomini e donne per le medesime attività svolte o, ancora, sul termine medio di pagamento dei fornitori, che è un dato che non era mai stato richiesto in precedenza.

In generale il primo anno, in cui si dovranno costituire i sistemi di reportistica, è sempre il più complesso, nel quale si concentra la maggior parte dei costi. Poi, come spesso accade, la curva di esperienza prevale e le attività diventano meno onerose, sia dal punto di vista economico sia da quello operativo. È innanzitutto una questione di tempo a disposizione, lo sottolineo ancora una volta, e di cambiamento culturale.

Una delle novità introdotte è quella della doppia materialità. Che cosa cambia dal punto di vista delle aziende e come devono fare per abbracciare tale prospettiva?

Quello della doppia rilevanza rappresenta un concetto chiave per il modello di rendicontazione elaborato dall’EFRAG (European Financial Reporting Advisory Group). Finora, l’attenzione si è concentrata principalmente sugli impatti, ossia sugli effetti delle attività aziendali sul mondo circostante. Con l’introduzione del principio della doppia materialità, dovranno essere presi in considerazione anche gli impatti che le questioni di sostenibilità possono avere sull’impresa stessa, in termini di rischi o opportunità che possono influenzare lo sviluppo dell’impresa, la sua situazione patrimoniale-finanziaria, il risultato economico o l’accesso ai finanziamenti. Facciamo un esempio relativo al cambiamento climatico: le imprese che emettono significative quantità di gas serra a causa dei propri processi produttivi o di quelli dei propri fornitori, ad esempio, hanno un impatto negativo sull’ambiente, in quanto contribuiscono al riscaldamento della temperatura globale. Al contempo, l’aumento della frequenza e della forza di eventi meteorologici estremi, che può dare luogo, ad esempio, ad alluvioni o esondazioni, possono danneggiare le strutture dell’impresa nonché interrompere le attività operative, con impatti anche sul conto economico in termini di aumento dei costi e diminuzione dei ricavi. E poi c’è un altro aspetto importante.

Quale?

Un’importante innovazione introdotta dalla CSRD è l’ambizione di incentivare le imprese a sviluppare una pianificazione strategica che consideri i fattori di sostenibilità identificati come rilevanti. I data point forniti dall’EFRAG richiedono informazioni dettagliate su obiettivi prospettici, come ad esempio quelli legati alla decarbonizzazione per il 2030-2050, al piano di transizione e alla disclosure, che le aziende dovranno effettuare su ciascuna questione rilevante, descrivendo politiche, azioni e obiettivi. Si tratta di una vera rivoluzione. La speranza è che questo percorso sia il punto di partenza per la definizione di una chiara strategia ESG rispetto alla quale avviare un programma trasformativo volto a implementare un modello operativo sostenibile: dove i diversi fattori ESG siano considerati “quotidianamente” e in maniera “integrata” all’interno delle decisioni aziendali.

Si creeranno nuove responsabilità per manager e board inserendo in bilancio anche dati predittivi?

Sarà una bella sfida, perché non siamo abituati a dati di natura previsionale in bilancio. La cosa importante, con lo sviluppo di questa tipologia di reporting, sarà sempre di più illustrare – quindi spiegare – come l’impresa intenda raggiungere gli obiettivi indicati e con quali risorse. Non a caso tra i data point previsti dall’EFRAG ci sono i CapEx (investimenti) e gli OpEx (spese operative) spesi e previsti a budget per raggiungere i target. Ogni anno dovranno essere illustrati i passi intrapresi e i traguardi raggiunti. Il ruolo del consiglio di amministrazione sarà quello di confrontarsi con il management sugli obiettivi dichiarati e su come saranno raggiunti (in termini di mezzi e risorse). Inoltre, la direttiva introduce un nuovo elemento legato al processo di controllo interno, al quale si affiancherà il ruolo del revisore esterno per garantire ulteriori livelli di verifica.

Il revisore esterno dovrà essere una società di revisione?

Il Decreto Legislativo n. 125/ 2024 prevede che l’attività di attestazione esterna della Rendicontazione di sostenibilità possa essere svolta dallo stesso revisore legale incaricato della revisione legale del bilancio d’esercizio o da un diverso revisore legale. Per l’ottenimento della qualifica di revisore della sostenibilità, il professionista, oltre ad essere un revisore iscritto al Registro dei revisori legali dei conti dovrà conseguire una serie di requisiti previsti dall’articolo 9 del D. Lgs. 125/2024 (es. formazione).

Avete una stima di quali possano essere gli investimenti complessivi, tra software e know how, necessari per mettere a punto un valido sistema di reportistica?

È difficile fare una stima poiché le situazioni possono essere molto diverse tra le aziende, a seconda che abbiano già un sistema di reportistica digitalizzato e strutturato oppure che debbano avviare l’intero processo da zero. Ci sono sicuramente dei costi da considerare in termini di software necessari, know how da acquisire, persone da inserire e formare che rendono il range di investimenti necessari molto variabile a seconda della dimensione dell’impresa e della complessità organizzativa.

Il governo italiano ha abbassato la soglia di applicazione della nuova reportistica anche alle aziende minori (quotate) rispetto a quanto previsto a livello europeo. Quali saranno le sfide per le aziende più piccole?

Per le piccole e medie imprese italiane soggette alla CSRD, la sfida è impegnativa soprattutto in tema di competenze interne per fare fronte a questa nuova reportistica e di costi associati alla strutturazione dei processi di raccolta dati. Questo, tuttavia, vale anche per molte grandi imprese non quotate che spesso sono aziende a conduzione familiare con ancora poche competenze tecniche sulle tematiche ESG. Occorre un approccio di sistema, uno sforzo consortile che non può prescindere dal contributo delle Istituzioni e delle associazioni di categoria. Ciononostante, per le imprese non è solo un tema di compliance, ma di un’opportunità per rafforzare la competitività aziendale ed essere più attrattivi agli occhi dei consumatori, investitori e banche, nonché per garantire una crescita sostenibile del sistema economico italiano.

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