Parità di genere Global Gender Gap Report | ESG News

Global Gender Gap Report 2025

WEF: si riduce il divario tra uomini e donne, ma ci vorranno ancora 123 anni per la parità globale

La piena parità di genere è ancora un obiettivo lontano e continuando al ritmo attuale serviranno ancora 123 anni per colmare integralmente le differenze tra uomini e donne. Nel 2025 l’ampiezza del divario tra i due generi, in realtà, si è ridotta e oggi la parità è al 68,8%, il che significa che resta un terzo del cammino da compiere verso la piena uguaglianza, tuttavia la forbice si sta chiudendo a una velocità inferiore rispetto a quello pre-pandemia. È quanto rileva l’ultima edizione del Global Gender Gap Report pubblicata dal World Economic Forum che ha analizzato le differenze in quattro ambiti principali: salute e sopravvivenza, istruzione, lavoro e politica.

Stando al rapporto, sebbene le donne abbiano superato gli uomini nell’istruzione universitaria, solo il 28,8% riesce ad accedere a posizioni di leadership di alto livello. Al contempo, nonostante l’empowerment politico risulti nel 2025 l’ambito in cui si è registrato il maggior avanzamento, la politica resta ancora il principale ostacolo alla parità di genere: ad oggi, è stato colmato solo il 22,9% del divario in questo settore a livello mondiale.

La parità non è dunque omogenea, ma cambia a seconda del punto di vista in cui viene osservata. Risultati più incoraggianti sono emersi in ambito di salute e sopravvivenza che sono vicine al traguardo con un 96,2% di divario chiuso, seguite dall’istruzione al 95,1%. Più lontana la parità invece nel lavoro dove solo il 61% del gap economico è stato colmato.

Global Gender Gap Report 2025, World Economic Forum

Questi dati, sottolinea il WEF, mettono in luce una dicotomia centrale: la società ha promosso l’accesso all’istruzione e alla salute per le donne, ma esita ancora ad includerle nei centri decisionali politici ed economici.

A livello geografico l’Islanda conquista la medaglia d’oro per il 16° anno consecutivo seguita da Finlandia, Norvegia, Regno Unito e Nuova Zelanda. In generale l’Europa si posiziona al secondo posto (con un punteggio di parità di genere del 75,1%) appena dietro all’America del Nord (con un punteggio di parità di genere del 75,8%). L’Italia, dal canto suo, si colloca al 85° posto nel ranking globale, con un punteggio pari al 70,7%.

“In un periodo di forte incertezza economica globale e di basse prospettive di crescita, combinato con cambiamenti tecnologici e demografici, il progresso della parità di genere rappresenta una forza chiave per il rinnovamento economico”, ha affermato Saadia Zahidi, Direttore Generale del World Economic Forum. “I dati sono chiari. Le economie che hanno compiuto progressi decisivi verso la parità si stanno preparando per un progresso economico più forte, più innovativo e più resiliente”.

Il Global Gender Gap Report, giunto alla sua 19a edizione, è l’indice più longevo che monitora i progressi dal 2006 e fornisce un’analisi completa degli sviluppi in 148 economie che rappresentano oltre due terzi della popolazione mondiale.

Il gender gap nelle posizioni apicali aziendali e politiche

Dall’analisi emerge come l’empowerment politico e la leadership femminile restino i due principali nodi da sciogliere.

Nel campo della partecipazione politica, il gender gap registra una chiusura media pari solo al 22,9%, confermandosi il tallone d’Achille della parità globale. Sebbene dal 2006 il divario si è ridotto di 9 punti percentuali, la lentezza strutturale in questo ambito è tale che, ai ritmi attuali, serviranno 162 anni per colmare il divario.

Global Gender Gap Report 2025, World Economic Forum

Nel mondo della politica, le donne sono ancora fortemente sottorappresentate. A livello globale, occupano meno di un terzo dei ruoli di presidenza nei parlamenti. Anche se esistono 161 istituzioni legislative con mandati espliciti per promuovere la parità di genere, la guida di questi organismi è quasi sempre affidata a donne — il che evidenzia una sorta di “ghetto rosa”: le donne guidano gli uffici per la parità, ma restano escluse dai centri decisionali più influenti. La disparità è evidente anche nelle aree chiave dei governi, come economia, infrastrutture e difesa, dove la presenza femminile è ancora molto limitata.

Il mondo aziendale riflette dinamiche simili: le donne sono il 41,2% della forza lavoro globale e rappresentano la maggioranza tra i laureati in molte economie sviluppate, nonostante questo meno del 30% dei senior manager è donna. Nello specifico tra il 2015 e il 2024 la quota di donne nel top management è aumentata dal 25,7% al 28,1%, ma i progressi sono in rallentamento dal 2022. Le pause di carriera sono al centro di questa dinamica, con le donne che hanno il 55,2% di probabilità in più di usufruirne rispetto agli uomini, trascorrendo in media sei mesi in più lontano dal lavoro rispetto agli uomini, principalmente per dedicarsi alle cure della famiglia.

La conseguenza è duplice: le aziende rinunciano a un bacino di talento che potrebbe aumentare la resilienza, l’innovazione e la competitività. E gli investitori ESG devono rivalutare le metriche: l’inclusione femminile nei board non è più una “nice to have”, ma un KPI strategico.

Dove il divario tra uomini e donne si sta assottigliando di più

A livello geografico si osserva che le economie europee dominano la top 10, occupando otto posizioni. Tra queste, Islanda (92,6%, 1°), Finlandia (87,9%, 2°), Norvegia (86,3%, 3°) e Svezia (81,7%, 6°), si sono costantemente classificate tra le prime 10 in ogni edizione dal 2006. Rispetto all’edizione del 2024, il Regno Unito (83,8%, 4°) e la Repubblica di Moldavia (81,3%, 7°) hanno guadagnato posizioni in classifica rispetto, entrando nella top 10. Anche Germania (80,3%, 9°) e Irlanda (80,1%, 10°) sono tra le prime 10 quest’anno, rispettivamente per la settima e la diciottesima presenza. Dal 2021, la Nuova Zelanda (82,7%, 5° posto) e la Namibia (81,1%, 8° posto) occupano gli altri due posti della top 10.

Global Gender Gap Report 2025, World Economic Forum

A livello regionale invece si può osservare che l’America del Nord conquista il primo posto con un punteggio di parità di genere del 75,8%, con risultati particolarmente positivi in ​​termini di partecipazione economica e opportunità (76,1%), dove si colloca al primo posto tra tutte le regioni. Dal 2006, la regione ha compiuto progressi significativi nell’emancipazione politica, riducendo il divario di parità politica di 19,3 punti percentuali.

L’Europa, invece, ha colmato circa tre quarti del divario di genere arrivando a ridurre di 6,3 punti percentuali il divario complessivo e di 8,6 punti percentuali il suo divario economico dal 2006. Nonostante questo le fratture interne sono notevoli con il Nord del Paese che domina la classifica mondiale mentre le altre economie mediterranee arrancano, Italia compresa che occupa gli ultimi posti della classifica UE insieme a Macedonia del Nord, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Turchia.

Andando a vedere nel dettaglio l’UE vanta risultati particolarmente positivi nell’emancipazione politica (35,4%), dove si colloca al primo posto a livello mondiale. Per quanto riguarda la partecipazione economica il Paese ha raggiunto il 68,4% mentre è molto vicina al 100% sia in ambito istruzione (99,6%) che salute (96,9%).

Global Gender Gap Report 2025, World Economic Forum

Per quanto riguarda il resto del mondo l’America Latina e i Caraibi sono il Paese con il tasso di progresso più rapido, classificandosi al terzo posto con un punteggio del 74,5% e avanzando di 8,6 punti percentuali dal 2006. L’Africa subsahariana invece ha raggiunto un punteggio del 68% anche se le variazioni interne sono notevoli, segno però che il progresso è possibile in tutti i contesti economici.

In generale, tra le economie che hanno dimostrato di avere maggiore successo nel colmare il divario di genere in ciascuna fascia di reddito sono rispettivamente Arabia Saudita, Messico ed Ecuador, Bangladesh ed Etiopia.

I rischi futuri

La 19a edizione del Global Gender Gap Report rivela dunque come ci sia uno slancio incoraggiante che persistenti barriere strutturali che le donne in tutto il mondo si trovano ad affrontare. Barriere che potrebbero solo aumentare con la trasformazione tecnologica e la frammentazione geoeconomica.

Negli ultimi anni, in particolare, le donne nelle economie a basso e medio reddito hanno trovato impiego in settori dell’export, con retribuzioni formali e migliori. Questi ruoli potrebbero essere a rischio a fronte di potenziali contrazioni commerciali. Come dimostra l’emergenza COVID-19, sebbene sia uomini che donne soffrano di shock commerciali, gli effetti per le donne tendono a durare più a lungo e sono più difficili da invertire, esacerbando le disparità preesistenti in termini di guadagni, beni e ricchezza.

Sarà quindi importante tenere in primo piano gli impatti di genere della frammentazione commerciale su lavoro e salari e i suoi effetti sulla crescita e sulla prosperità, nell’evoluzione della politica commerciale nel 2025.