Parità di genere Global Gender Gap Report | ESG News

Rendiconto di genere

INPS: in Italia una donna sue due lavora, le pensioni sono più basse del 44% rispetto agli uomini

Le donne rappresentano il 51,1% della popolazione residente, ma solo il 53,3% è occupato, contro il 71,1% degli uomini. Il gap retributivo medio supera il 25%, con punte del 31,7% nei servizi finanziari, mentre nelle pensioni di vecchiaia gli assegni femminili risultano inferiori in media del 44,2% rispetto a quelli maschili. Sono alcuni dei dati contenuti nel Rendiconto di Genere 2025 presentato a febbraio dall’INPS e approvato dal Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’INPS, che analizza mercato del lavoro, retribuzioni, carriere e prestazioni previdenziali con un focus sulle differenze di genere.

Al 1° gennaio 2025 la popolazione italiana si attesta a circa 58,9 milioni di persone. Le donne sono la maggioranza demografica, ma la loro partecipazione al mercato del lavoro resta significativamente più bassa, quasi 18 punti sotto quello maschile. Un divario che non è solo quantitativo ma anche qualitativo: i contratti a tempo indeterminato riguardano il 36,7% delle lavoratrici contro il 63,3% degli uomini, mentre il part-time involontario coinvolge il 13,7% delle donne a fronte del 4,6% degli uomini.

Il gap retributivo di genere

Il differenziale retributivo si riflette in modo evidente nei principali comparti produttivi. Nel manifatturiero il gap salariale sfiora il 20%, nel commercio supera il 23%, nei servizi di alloggio e ristorazione è oltre il 15% e nel settore finanziario arriva a circa il 31,7%. La minore presenza femminile nelle posizioni apicali incide ulteriormente sulla dinamica dei redditi, visto che le donne rappresentano il 21,8% dei dirigenti e il 33,1% dei quadri.

Nonostante livelli di istruzione mediamente elevati, con una quota di laureate superiore a quella maschile, la progressione di carriera continua infatti a essere più lenta e discontinua.

Il lavoro di cura è quasi solo femminile

Il documento evidenzia anche il peso del lavoro di cura. Nel corso dell’anno analizzato le giornate di congedo parentale fruite dalle donne hanno superato i 15 milioni, contro 2,8 milioni degli uomini. Il motivo principale è legato alla mancanza di supporto sociale e in particolare all’offerta dei nidi che è insufficiente in tutta Italia fatta eccezione per Umbria, Emilia Romagna e Valle d’Aosta che raggiungono o si avvicinano all’obiettivo dei 45 posti nido per 100 bambini 0-2 anni.

Questo squilibrio incide direttamente sulla continuità contributiva e sulla maturazione dei requisiti pensionistici. Le carriere frammentate si traducono infatti in assegni più bassi: tra le pensioni di vecchiaia la differenza media di importo raggiunge il 44,2%. Le donne pensionate sono numericamente più degli uomini, circa 7,99 milioni contro 7,37 milioni, ma percepiscono importi medi inferiori, soprattutto nelle prestazioni legate a percorsi contributivi completi e continuativi. Nel lavoro dipendente privato, le pensioni di anzianità/anticipate e di invalidità per le donne sono rispettivamente del 25,1% e del 31,5% inferiori rispetto a quelle degli uomini, mentre nel caso delle pensioni di vecchiaia il divario raggiunge il 44,2%. Inoltre le e donne prevalgono numericamente nelle prestazioni pensionistiche di vecchiaia e ai superstiti. Il numero limitato delle donne che beneficiano della pensione di anzianità/anticipata (solo il 34,2% rispetto al 65,8% degli uomini) evidenzia le difficoltà delle donne a raggiungere gli alti requisiti contributivi previsti, a causa della discontinuità che caratterizza il loro percorso lavorativo.

Il Rendiconto analizza anche aspetti legati alla salute e alla protezione sociale, inclusi i dati sulle denunce di violenza di genere e sull’accesso alle misure di sostegno, delineando un quadro in cui le fragilità lavorative si riflettono in vulnerabilità economiche di lungo periodo. Il lavoro femminile resta più esposto a interruzioni, precarietà e retribuzioni più basse, con ulteriori effetti cumulativi sul sistema previdenziale.

Il documento approvato dal CIV consolida una base statistica destinata a orientare le politiche pubbliche su occupazione, welfare e previdenza. I dati dunque, confermano che il divario di genere in Italia rimane strutturale e attraversa l’intero ciclo economico della vita lavorativa, dalla prima assunzione fino alla pensione.

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