Washington ha inviato una lettera all ‘Ue con una serie di di richieste per ridimensionare la CSDDD: meno obblighi per le aziende americane, multe limitate al fatturato europeo e stop alle azioni civili senza un previo accertamento dell’autorità.
Gli Stati Uniti chiedono all’Unione europea di intervenire nuovamente sulla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD) per ridurne la portata e gli oneri a carico delle imprese statunitensi. Washington riconosce alcune delle modifiche introdotte dall’Omnibus lo scorso dicembre, ma le considera insufficienti per risolvere le proprie preoccupazioni.
Secondo il governo statunitense, l’applicazione extraterritoriale della CSDDD e gli obblighi di due diligence lungo le catene di fornitura rischiano di penalizzare la competitività delle imprese Usa nel mercato europeo. A questo si aggiunge il diverso approccio sul tema della materialità, dato che la normativa europea considera anche la materialità d’impatto, ovvero come le aziende impattano su ambiente e persone, attraverso il principio della “double materiality”, mentre negli Stati Uniti prevale uno standard basato sulla sola materialità finanziaria, ovvero come i fattori esterni, tra cui anche ambiente e persone impattano sull’azienda.
Nella lettera, viene inoltre sottolineato come gli obblighi europei potrebbero coinvolgere società e fornitori statunitensi con legami soltanto indiretti e limitati con il mercato Ue, creando sovrapposizioni con la normativa americana già esistente sulla gestione e sulla due diligence delle catene di fornitura.
Il primo obiettivo: restringere il perimetro
La prima richiesta riguarda il campo di applicazione della direttiva. Gli Usa chiedono di eliminare alcune disposizioni dell’articolo 2.2 della CSDDD, restringendo sostanzialmente la portata della normativa alle imprese domiciliate nell’Ue.
In particolare, Washington propone che la due diligence riguardi soltanto attività e prodotti collegati al mercato europeo. Produttori, agricoltori e altri soggetti della filiera che non forniscono direttamente beni a un acquirente europeo non dovrebbero essere sottoposti ad audit o richieste di informazioni, soprattutto quando i loro prodotti non sono destinati al mercato Ue. L’obiettivo è quindi ridurre la portata extraterritoriale della direttiva: secondo Washington, la presenza di un legame indiretto con un’impresa europea non dovrebbe essere sufficiente per far scattare nuovi obblighi per un’azienda americana.
Presunzione di conformità per i Paesi con regole solide
Un’altra richiesta riguarda il modo in cui dovrebbe essere valutato il rischio nei diversi Paesi.
Washington propone di riconoscere una presunzione di conformità per le imprese che operano in giurisdizioni dotate di sistemi normativi e di governance considerati solidi.
Gli Stati Uniti chiedono in sostanza che la Commissione tenga conto del fatto che un’impresa opera già in un ordinamento nel quale esistono norme, controlli e meccanismi di responsabilità in materia di corporate governance e gestione della supply chain.
In questi casi, secondo la posizione americana, le aziende non dovrebbero essere sottoposte automaticamente a ulteriori verifiche europee. Washington invita inoltre l’Ue a riconoscere, quando equivalenti, i sistemi di due diligence già previsti da altri ordinamenti.
Meno controlli e responsabilità alla controllata europea
Il governo USA chiede che le verifiche siano realmente basate sul rischio e supportate da evidenze credibili. Audit, visite negli stabilimenti, richieste di documentazione e consultazioni con gli stakeholder non dovrebbero diventare passaggi automatici. Secondo Washington, dovrebbero essere utilizzati soprattutto quando esistono elementi concreti e documentati che indicano un rischio e quando quel rischio non può essere valutato con strumenti meno onerosi.
La richiesta è quindi di evitare che le imprese debbano controllare sistematicamente ogni anello della propria catena di fornitura per dimostrare la conformità alla normativa europea.
Chi deve rispondere degli obblighi: la controllata Ue o la capogruppo Usa?
Un altro punto riguarda i gruppi multinazionali. Washington chiede che, quando esiste una società del gruppo stabilita nell’Ue, sia questa entità a essere principalmente responsabile degli obblighi di due diligence e degli eventuali procedimenti di enforcement, anziché estendere automaticamente la responsabilità alla capogruppo con sede negli Stati Uniti o in un altro Paese terzo.
L’obiettivo dichiarato è evitare duplicazioni degli obblighi di compliance: una multinazionale non dovrebbe essere costretta a gestire procedure parallele a livello della controllata europea e della capogruppo americana.
Multe calcolate solo sul fatturato europeo
Gli Stati Uniti contestano anche il riferimento al fatturato mondiale per la determinazione delle sanzioni. Washington chiede che i criteri per fissare le multe prendano in considerazione esclusivamente i ricavi generati dalle attività all’interno dell’Ue.
Secondo la posizione americana, utilizzare il fatturato globale potrebbe infatti produrre sanzioni con un effetto extraterritoriale.
La richiesta generale è quindi di limitare in modo significativo sia gli obblighi di reporting e due diligence sia le azioni di enforcement nei confronti delle imprese statunitensi.
Accertamento della violazione da parte delle autorità prima di una causa civile
Sul fronte del contenzioso, gli Usa vogliono evitare la possibilità che l’articolo 29 della CSDDD sulla responsabilità civile delle imprese apra la strada a un ampio ricorso alle azioni civili nei tribunali degli Stati membri.
Washington propone che l’azione civile dovrebbe poter essere avviata soltanto dopo che l’autorità di vigilanza competente abbia verificato il rispetto degli obblighi e accertato una violazione. Inoltre, qualora la causa fosse ammessa, il ricorrente dovrebbe dimostrare un collegamento diretto con un danno verificatosi o materialmente rilevante nell’Ue.
Nessun ritorno agli obblighi sul net zero
Infine, secondo la richiesta americana, la UE dovrebbe rispettare la cancellazione della disposizione sulla lotta al cambiamento climatico (articolo 22) e non dovrebbe reintrodurre, attraverso le proprie linee guida, piani obbligatori di transizione climatica verso il net zero e i relativi requisiti.
Le linee guida volontarie dell’OCSE, riprese nella CSDDD, fanno riferimento a requisiti ambientali e agli impegni per il net zero. Nel processo di recepimento, gli Stati membri non dovrebbero richiamare né imporre il rispetto di linee guida dell’OCSE non incluse nella CSDDD.
In altre parole, secondo la posizione americana, le linee guida della Commissione dovrebbero spiegare come applicare la CSDDD, non diventare uno strumento per ampliare nuovamente gli obblighi che il legislatore europeo ha appena ridotto.
