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Global Corporate Sustainability Report 2025

OCSE, il 91% del mercato globale rendiconta la sostenibilità

Tra il 2022 e il 2024 la pubblicazione di informative non finanziarie è passata dall’86% al 91% della capitalizzazione di mercato globale. In termini assoluti, quasi 12.900 società quotate, su un universo di oltre 44.000, hanno comunicato dati di sostenibilità, rappresentando un valore complessivo di 125 mila miliardi di dollari di capitalizzazione. È quanto emerge dal Global Corporate Sustainability Report 2025, redatto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE).

Dietro questa crescita non c’è solo la pressione regolatoria degli ultimi anni, dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), attualmente in revisione per essere semplificata, o dei nuovi standard ISSB, ma c’è soprattutto la consapevolezza che la sostenibilità è diventata un linguaggio del capitale, una competenza trasversale che condiziona valore, reputazione e accesso ai finanziamenti. Le imprese che adottano politiche di trasparenza robusta e integrata mostrano infatti una maggiore capacità di adattamento ai trend ambientali e sociali, nonché una più solida governance del rischio.

Dallo studio dell’OCSE emerge una duplice discrepanza, geografica e settoriale, che continua a caratterizzare il panorama globale della disclosure ESG. Sul piano geografico, nel 2024 i livelli più elevati di informativa per capitalizzazione di mercato si sono registrati in Europa (98%), nell’Asia-Pacifico sviluppata (94%) e negli Stati Uniti (93%), mentre il Medio Oriente, l’Africa e alcune aree emergenti mostrano ancora ritardi significativi.

In generale tra il 2022 e il 2024, l’informativa sulla sostenibilità si è ulteriormente ampliata, soprattutto tra le principali società quotate. In diverse regioni, tra cui Cina, Asia-Pacifico sviluppata (esclusi gli Stati Uniti), Asia emergente e in via di sviluppo (esclusa la Cina), Medio Oriente e Africa, la disclosure per capitalizzazione di mercato è aumentata di circa 7 punti percentuali.

Per quanto riguarda invece i settori, la quota di aziende per capitalizzazione di mercato che divulgano informazioni sulla sostenibilità nel 2024 variava dal 78% al 94% a livello globale. I comparti più virtuosi sono energia, tecnologia e finanza (oltre il 90% di disclosure per capitalizzazione), mentre il real estate resta indietro (78%), nonostante l’elevata esposizione a rischi fisici e climatici. L’OCSE suggerisce ai regolatori di intervenire con linee guida settoriali mirate e attività di capacity building nei Paesi emergenti, dove la qualità del reporting resta limitata.

Dalla trasparenza alla fiducia: interoperabilità, governance e capitale umano nella nuova architettura ESG

Nel 2024, le società che hanno dichiarato le proprie emissioni dirette e indirette (Scope 1 e 2) rappresentano l’88% del valore di mercato mondiale; mentre il 76% ha comunicato almeno una categoria di emissioni Scope 3, legate alla catena del valore e all’uso dei prodotti venduti.

La qualità dell’informazione è rafforzata dal ricorso crescente all’assurance esterna, alla quale si affida il 42% delle aziende che pubblicano dati ESG. Tuttavia, l’OCSE nota che la maggior parte delle verifiche resta di tipo “limitato” (56%), mentre solo il 17% raggiunge il livello di assurance più approfondita, equivalente dunque a quello dei bilanci finanziari. È qui che entra in gioco l’adozione del nuovo standard internazionale ISSA 5000, pubblicato nel novembre 2024, che mira a uniformare il concetto di affidabilità tra disclosure finanziaria e non finanziaria.

Altro tema chiave è l’interoperabilità: un concetto tecnico ma strategico, destinato a ridurre i costi per le imprese multinazionali e ad aumentare la comparabilità delle informazioni. L’OCSE stima che oggi più di 6.500 aziende utilizzano gli standard GRI, circa 4.800 le raccomandazioni TCFD, 3.500 gli standard SASB, e solo 582 hanno già adottato gli IFRS S1 e S2 del nuovo International Sustainability Standards Board (ISSB).
In Europa, almeno 1.800 società sono obbligate da quest’anno ad applicare gli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) introdotti dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), con ulteriori ondate di adozione fino al 2028.

La molteplicità di framework rischia quindi di generare frammentazione, ma l’OCSE vede un potenziale di convergenza intorno ai tre poli GRI, ISSB e ESRS. Una triade che potrebbe costituire la base per la futura architettura globale del reporting di sostenibilità.

L’integrazione tra sostenibilità e governance emerge anche nei dati sui consigli di amministrazione: nel 2024, due terzi delle aziende hanno un comitato del board con mandato ESG, e nel 70% dei casi il CdA supervisiona esplicitamente i temi climatici, contro il 53% del 2022.
Confermato anche il prezioso legame tra remunerazione e sostenibilità dal 67% delle imprese con bonus variabili che collega gli incentivi dei dirigenti a target ESG, contro il 60% di due anni prima.
Sono segnali di un mutamento culturale che sposta la sostenibilità dal perimetro della comunicazione a quello delle decisioni economiche.

Dal report OCSE emergono anche alcuni numeri su governance e capitale umano: il 60% delle aziende globali dichiara il tasso di turnover e il 57% comunica le ore di formazione media per dipendente, segno che le competenze vengono sempre più considerate un asset strategico. Tuttavia, la “S” dell’ESG rimane l’anello debole del sistema con solo il 26% della capitalizzazione mondiale che riporta dati sugli impatti e sulla catena di fornitura, e appena il 13% che considera i diritti umani un rischio finanziariamente materiale, nonostante le nuove direttive europee in materia di due diligence.

La doppia materialità, concetto ormai cardine, mette in luce proprio questo scollamento con molte imprese che riconoscono l’impatto ambientale o sociale delle proprie attività, ma non ne percepiscono ancora pienamente le conseguenze economiche.

In ultimo, il ruolo degli investitori istituzionali si conferma fondamentale. Essi detengono infatti circa il 35% delle partecipazioni sia nelle 100 società con le emissioni più elevate, sia nelle 100 con il maggior numero di brevetti verdi. Una simmetria che, secondo l’OCSE, rivela un mancato allineamento tra investimenti e obiettivi climatici: la transizione sostenibile richiede una partecipazione più attiva da parte degli investitori, capaci di usare il voto e il dialogo con le imprese per orientare le strategie verso obiettivi climatici concreti.