“Would yee both eat your cake, and have your cake?” recita un Vecchio proverbio inglese di cui troviamo traccia in “The proverbs of John Heywood” pubblicato per la prima volta nel 1598. Un paradosso che possiamo ritrovare in molte situazioni in cui apparentemente non si può consumare una risorsa finita e averla di nuovo disponibile.
Ma se finalmente nella produzione di energia solare fosse invece diventato possibile “mangiare e conservare la torta” allo stesso tempo? Infatti, nella corsa contro il tempo che vede i policy makers di tutto il mondo impegnati in uno sforzo comune per ridurre le emissioni di CO2, un ruolo molto importante potrebbe essere giocato dall’agrivoltaico.
L’agrivoltaico consiste nell’utilizzo di terreni destinati all’agricoltura contemporaneamente per l’attività tradizionale e per la produzione di energia pulita, in una convivenza tra natura e scienza che potrebbe avere risvolti molto interessanti. Infatti, permette di aumentare l’efficienza nell’utilizzo del suolo e consente di ampliare la capacità produttiva di energia solare pur preservando aree fertili coltivabili.
Si stima che basterebbe l’utilizzo per impianti fotovoltaici dello 0,32% dei terreni agricoli italiani, per soddisfare il 50% degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC).
Dal punto di vista costruttivo, sono possibili due tipi di configurazione: quella statica in cui l’inclinazione dei pannelli non può essere cambiata e quella dinamica che invece ne prevede un orientamento variabile. La prima richiede costi di costruzione inferiori, ma comporta un utilizzo poco efficiente dei terreni a causa delle zone d’ombra che vengono a crearsi. La seconda invece permette di ottimizzare l’ombreggiamento e massimizzare la captazione luminosa, ma è decisamente più dispendiosa.
Oltre ad essere importante per la generazione di energia elettrica, la configurazione dell’impianto influenza anche il microclima del suolo sottostante e di conseguenza la resa agricola. Infatti, le coperture fotovoltaiche modificano la resistenza al vento, limitano l’evaporazione di umidità dal suolo, riducendo lo stress termico sulle colture e la quantità di acqua necessaria per produrre il raccolto.
Negli ultimi quattro decenni sono state condotte diverse sperimentazioni da parte di istituti di ricerca universitari e di aziende private per identificare le colture in grado di produrre raccolti più abbondanti grazie alla convivenza con gli impianti fotovoltaici. La performance più impressionante di cui abbiamo notizia è quella registrata in un progetto-pilota condotto in India, in cui la resa agricola di pomodori e cotone in un impianto agrivoltaico è aumentata del 40%.
Tuttavia, l’esperimento più imponente per dimensioni è quello nato dalla collaborazione tra Huawei e Baofeng Group in Cina. Il progetto si estende su un’area di 100 chilometri quadrati sulle rive del fiume Giallo nella regione dello Ningxia e sarà in grado di produrre 1 GW per ogni ora di esposizione al sole, oltre ad una copiosa quantità di bacche di goji.
Nel nostro Paese le esperienze più significative sono state portate avanti in Pianura Padana, ma il potenziale di crescita è enorme, come previsto anche dal PNRR. Infatti, è stato istituito un gruppo di lavoro tecnico a cui partecipano componenti del Ministero della transizione ecologica, del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali e rappresentanti delle regioni per definire le aree idonee e i criteri di individuazione di tali aree da parte delle Regioni.
Nei giorni in cui i leader politici di tutto il mondo discutono a Glasgow politiche per la preservazione del nostro pianeta, sarebbe auspicabile vedere segnali di maggiore apertura anche verso questa nuova forma di convivenza tra natura e tecnologia. Le intenzioni sono buone, sarà fondamentale trasformarle efficacemente in azioni anche attraverso il contributo della finanza buona.
