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Sostenibilità sostenibile: innovare per costruire un futuro, migliorando i risultati aziendali

Quando si parla di sostenibilità non si può prescindere dal concetto di “sostenibilità sostenibile”, ovvero la capacità di generare valore per il pianeta e per le persone senza compromettere le performance economiche dell’impresa. In altre parole, una sostenibilità che non rappresenti un costo, ma un motore di competitività e crescita. E il modo più efficace per produrre questo tipo di sostenibilità è l’innovazione.

Ma sarebbe riduttivo pensare all’innovazione solo come innovazione tecnologica. Essa è molto più ampia: riguarda i processi, l’organizzazione e, soprattutto, i modelli di business. Ed è proprio su quest’ultimo fronte che emerge la necessità di superare la logica dello sforzo individuale per abbracciare quella di ecosistema, dove la collaborazione e l’open innovation diventano la chiave per affrontare sfide complesse come la transizione ecologica.

In questo scenario, l’approccio della federated innovation, già sperimentato in contesti come MIND, rappresenta una delle espressioni più efficaci della collaborazione tra imprese, istituzioni, centri di ricerca e startup. Non si tratta solo di rafforzare il dialogo tra fornitori e clienti, ma di creare spazi di confronto trasversale, dove aziende di settori diversi o anche dello stesso settore quando le problematiche sono veramente importanti, possano condividere esperienze e soluzioni su sfide comuni.

Innovazione e sostenibilità non sono quindi percorsi separati, ma dimensioni da far viaggiare insieme per rendere concreta e competitiva la transizione verso modelli economici a ridotto impatto ambientale e sociale. Lo sottolinea in questa intervista a ESGnews Massimo Appiotti, Executive Chairman di Oxygy, società di consulenza internazionale focalizzata su percorsi di trasformazione, innovazione e cambiamento. Appiotti spiega come la sostenibilità possa diventare un vero motore di crescita, solo se integrata in processi innovativi capaci di generare valore economico, sociale e ambientale. L’executive chairman di Oxygy evidenzia l’importanza di un approccio di sistema, della collaborazione tra aziende e istituzioni e del ruolo decisivo di tecnologie come Intelligenza Artificiale e Big Data, quando guidate da una visione chiara e da una leadership consapevole.

Come può l’innovazione favorire e supportare la sostenibilità?

Tutto dipende da cosa intendiamo per sostenibilità. Se la consideriamo come l’equilibrio tra people, planet e profit, allora l’innovazione è probabilmente l’unico modo per renderla davvero praticabile.

Una sostenibilità che costa troppo e non genera benefici economici non regge, è una sostenibilità che non si sostiene da sola. Se un’azienda investe molto per essere più sostenibile, ma non riesce a mantenere la propria competitività, i competitor la superano in pochi anni. A parità di prodotto o modello di business, chi non si preoccupa della sostenibilità ma resta più economico finisce ancora per vincere sul mercato.

L’innovazione, invece, permette di trovare soluzioni win-win, in cui sostenibilità e competitività si rafforzano a vicenda. Faccio un esempio semplice. Immaginiamo una nuova tecnologia produttiva che riduce del 50% i consumi energetici: da un lato consente di abbattere le emissioni di CO₂, dall’altro riduce i costi operativi. È una doppia vittoria, ambientale ed economica.

Ecco perché credo che l’innovazione debba essere il vero motore della sostenibilità: solo rendendo la sostenibilità anche vantaggiosa dal punto di vista competitivo diventa possibile farla crescere e diffonderla su larga scala. In questo senso, la spinta verso i temi ESG può diventare un potente incentivo a innovare, e chi saprà interpretarla in questo modo sarà naturalmente un passo avanti rispetto agli altri.

Spesso le sfide che riguardano la sostenibilità necessitano di un approccio di sistema. Quanto è importante la capacità di dialogo tra fornitori, competitor, ma anche istituzioni e clienti?

Credo che la capacità di dialogo sia assolutamente fondamentale, soprattutto quando si parla di grandi sfide legate alla sostenibilità. Ci sono problemi che un’azienda può risolvere da sola, ma ce ne sono altri, penso per esempio alle emissioni nel settore del cemento o alla decarbonizzazione delle supply chain globali, che richiedono un approccio sistemico.

Per le sfide più grandi, serve collaborazione tra imprese, clienti, fornitori e istituzioni. In alcuni casi è utile persino coinvolgere i competitor, quando il tema è di interesse comune per l’intero settore. Diciamo che in linea di massima l’approccio potrebbe essere che i problemi piccoli si risolvono internamente, quelli medi con la propria supply chain, mentre le sfide che hanno impatti sistemici richiedono di unire le forze anche con i concorrenti. È l’idea alla base di iniziative come il MIND e la Federated Innovation, dove aziende e realtà tematiche diverse collaborano per affrontare in modo condiviso temi di innovazione e sostenibilità.

Questo approccio vale anche per le filiere più complesse, come quella del fashion e del tessile, dove spesso i fornitori si trovano in paesi come Bangladesh, Cina o Indonesia. Non basta imporre standard o obblighi, bisogna creare le condizioni perché anche loro possano investire in sostenibilità. Alcune aziende hanno lavorato proprio su questo, sviluppando nuovi modelli di collaborazione e performance con i fornitori, finanziandoli o supportandoli in percorsi di innovazione.

Perché la verità è che l’obbligo, senza innovazione, non funziona. Se imponi a un fornitore di cambiare ma non gli dai gli strumenti per farlo, alla lunga lo perdi. L’unica strada è creare meccanismi che aiutino l’intero ecosistema a evolvere.

In che modo l’Open Innovation può accelerare i processi di innovazione sostenibile e quale deve essere il primo passo per abbracciarla con successo?

È difficile, se non impossibile, che tutte le soluzioni possano nascere dentro i confini di un’unica azienda. Ecco perché l’Open Innovation diventa un acceleratore fondamentale. Significa aprirsi al mondo, cercare idee, tecnologie e partner che possano contribuire a risolvere le sfide della sostenibilità in modo nuovo. Spesso basta formulare bene il problema e poi guardarsi intorno, da qualche parte nel mondo qualcuno ci sta già lavorando o magari l’ha già risolto.

Come diceva William Gibson, “il futuro è già qui, solo che non è equamente distribuito”. L’Open Innovation serve proprio a questo, a riequilibrare l’accesso al futuro, a mettere in connessione chi ha un problema con chi ha già trovato un modo per affrontarlo. In questo modo le aziende possono confrontare approcci diversi, scegliere quello più adatto al proprio contesto e accelerare enormemente i processi di innovazione legati alla sostenibilità. 

Il primo passo, però, è culturale. Un’azienda abituata a un modello chiuso di ricerca e sviluppo deve superare il dogma del “not invented here”, quella convinzione che tutto ciò che non nasce internamente non possa funzionare. Per riuscirci serve una leadership forte e consapevole, capace di sostenere il cambiamento non solo nei processi, ma soprattutto nella mentalità.

L’Open Innovation non si limita a trovare una startup o un partner esterno che risolva un problema tecnico, il vero valore arriva quando si permette a questi attori di entrare “in casa”, di contribuire a cambiare il modo in cui l’azienda lavora. È qui che l’apertura diventa reale e porta risultati duraturi, trasformando la sostenibilità in un’occasione concreta di crescita e competitività.

Quali sono oggi le principali sfide di sostenibilità che richiedono collaborazione tra le aziende e quale ruolo potranno avere le nuove tecnologie, come l’Intelligenza Artificiale e i Big Data, nel superarle?

Le sfide in ambito di sostenibilità sono davvero moltissime, ma alcune sono così grandi da poter essere affrontate solo unendo le forze. Penso, per esempio, all’industria del cemento: produrre una tonnellata di cemento grigio significa generare circa 600 chilogrammi di CO₂. È evidente che un singolo attore non può risolvere un problema di questa portata. In casi come questi, le aziende si stanno unendo, creando alleanze e coinvolgendo partner esterni per individuare nuove tecnologie e modelli produttivi capaci di ridurre l’impatto ambientale in modo concreto.

Allo stesso tempo, la sostenibilità si costruisce anche attraverso tante piccole azioni quotidiane che, nel lungo periodo, cambiano la cultura aziendale. L’obiettivo è far diventare l’innovazione parte del DNA dell’organizzazione, un elemento naturale e non episodico.

In questo percorso, tecnologie come l’Intelligenza Artificiale e i Big Data avranno un ruolo determinante. I nuovi modelli di AI sono già in grado di affrontare problemi complessi e di offrire soluzioni che fino a pochi anni fa sembravano irraggiungibili. Potranno aiutare le imprese a migliorare l’efficienza dei processi, ottimizzare l’uso delle risorse, ridurre gli sprechi e prendere decisioni più consapevoli dal punto di vista ambientale.

È un campo che si evolve rapidamente e che, per il suo potenziale trasformativo, sarà decisivo nei prossimi anni. Ma per coglierne davvero le opportunità servono visione e competenze: la tecnologia da sola non basta, perché anche questa è, in fondo, una sfida culturale.

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