L’edizione 2024 dell’Efpa Italia Meeting è stata un vero record. Oltre 900 consulenti finanziari e professionisti del risparmio hanno preso parte alla due giorni fiorentina, incentrata sulla finanza comportamentale, uno dei pilastri della professione per i consulenti. La seconda sessione al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha visto la partecipazione dell’ex ministro Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS, che ha condiviso la sua visione sul futuro dell’economia. Un futuro più focalizzato esclusivamente sulla crescita del Pil, ma deve integrare una maggiore attenzione ai temi della sostenibilità, sia ambientale sia sociale. La sostenibilità, ha ribadito l’esperto, è un elemento chiave anche per il settore finanziario, che deve supportare le imprese in questo percorso di trasformazione.
Una visione condivisa da Emanuele Maria Carluccio, presidente di Efpa Europe e membro del Comitato Scientifico di Efpa Italia, che, in questa intervista a ESGnews ha tirato le fila dell’evento, durante il quale ha presentato l’evoluzione del sistema di certificazione Efpa, introducendo la nuova struttura dell’esame EFP, organizzato per “blocchi” di qualifiche monotematiche. Ha inoltre illustrato le nuove certificazioni specialistiche in ambiti come Intelligenza Artificiale, Previdenza, Finanza Comportamentale, Investimenti Alternativi e il livello ESG Expert. “Alla luce della sempre maggiore rilevanza che scelte virtuose in ambito ambientale, decisioni lungimiranti in tema di governance delle aziende e sensibilità sempre più spiccate sui temi sociali possono avere sulla nostra economia è impossibile non sostenere che l’integrazione dei dati dei dati finanziari con quelli relativi alla sostenibilità non solo sia opportuna, ma anche indispensabile” ha affermato Carluccio.
Cosa è emerso da questa intensa due giorni di Efpa Italia Meeting?
Il tema centrale del convegno di EFPA Italia di quest’anno è stato quello della finanza comportamentale, scelto per ricordare Daniel Kahneman, morto lo scorso 28 marzo all’età di 90 anni, dopo aver dedicato la sua vita di studioso al tentativo, ben riuscito, di integrare i risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza. Ciò che è emerso chiaramente dai vari interventi e dai vari dibattiti che ne sono seguiti è la necessità che il consulente, grazie ad una profonda conoscenza dei possibili bias comportamentali che condizionano le scelte dei risparmiatori, sappiano accompagnare questi ultimi verso decisioni razionali, le uniche in grado di massimizzare il trade off rendimento-rischio e, in quanto tali, le uniche capaci di massimizzare la probabilità di raggiungimento degli obiettivi di volta in volta perseguiti dai clienti stessi.
In questo contesto sempre più difficile da interpretare, quali sono i capisaldi che guidano una pianificazione finanziaria?
Sono svariate le verifiche empiriche che dimostrano in modo incontrovertibile che, se prendiamo in consideriamo un orizzonte temporale di medio-lungo termine (l’unico sul quale ha senso impostare scelte di pianificazione finanziaria), il driver più rilevante di creazione di valore per il cliente è l’asset allocation strategica, capace di spiegare più del 92% delle sue performance. L’asset allocation strategica consiste nella creazione, mediante l’utilizzo di modelli robusti, di portafogli in asset class che risultino ben diversificati e tra loro differenziati per offrire una soluzione ottimale ai diversi cluster di clientela definiti in base non solo al profilo di rischio (determinato in base alla tolleranza alle perdite), ma anche, e a volte soprattutto (vista la rilevanza del fenomeno della time diversification), dell’orizzonte temporale a disposizione. L’aver adottato o meno delle scelte di manutenzione tattica dei portafogli (sovrappesando periodicamente un mercato rispetto ad un altro) o l’aver scelto un prodotto/gestore rispetto ad un altro sono scelte che spesso portano ad un contributo nullo o, comunque, poco rilevante al punto tale che la clientela istituzionale, consapevole di quanto appena affermato, opta per composizioni di portafoglio sistematicamente allineate ai portafogli modello strategici e selezionando prodotti passivi a mera replica del benchmark delle asset class utilizzate per la costruzione dei portafogli strategici.
Consulenti, investitori e analisti hanno a disposizione una quantità sempre maggiore di dati. Sono troppi o sono necessari?
Dipende: se per quantità sempre maggiore di dati intendiamo informazioni rilevanti via via crescenti sui diversi mercati/settori e sui diversi strumenti/prodotti allora ben vengano. L’unico problema consisterà nel mettere a disposizione dei consulenti e, tramite loro, agli investitori delle piattaforme o dei tools di analisi che sappiano gestire questa mole rilevante di dati, aggregandoli e confrontandoli nel modo più opportuno possibile. Se, invece, per quantità sempre maggiore di dati dobbiamo intendere una mole incredibile di informazioni veicolate dai diversi media che spesso bombardano la clientela con informazioni del tutto irrilevanti (come la performance settimanale di un prodotto, la classifica del miglior fondo del mese, etc.) allora è facile giungere alla conclusione opposta, per il rischio che tutto questo alimenti ulteriormente la scarsa educazione finanziaria del nostro cliente medio.
In questo contesto i dati sulla sostenibilità come si integrano a quelli finanziari nella valutazione di un investimento?
Alla luce della sempre maggiore rilevanza che scelte virtuose in ambito ambientale, decisioni lungimiranti in tema di governance delle aziende e sensibilità sempre più spiccate sui temi sociali possono avere sulla nostra economia è impossibile non sostenere che l’integrazione dei dati finanziari con quelli relativi alla sostenibilità non solo sia opportuna, ma anche indispensabile. L’aspetto su cui, però, si deve lavorare maggiormente è quello relativo all’allargamento delle aree geografiche in cui questo approccio viene seguito, al fine di evitare che si creino opportunità di arbitraggio, e quello relativo alla uniformità di trattamento di queste informazioni da parte dei diversi info-providers per evitare che, a parità di perimetro di analisi, si giunga a giudizi spesso diversi se non del tutto discordanti tra loro.
Tra evoluzione tecnologica e necessità di conoscere e interpretare i dati non finanziari come deve fare il consulente finanziario a stare al passo con i tempi?
Di fronte ad un mercato sempre più ricco di dati/informazioni e sempre più complesso da analizzare/interpretare, il consulente finanziario deve, da un lato, pretendere dalla propria mandante e/o dall’intermediario finanziario per cui lavora dei supporti (in termini di piattaforme e di tools di analisi) via via più ricchi e articolati e, dall’altro, deve rimanere al passo con un set di competenze tecniche che si devono periodicamente ampliare e aggiornare. Su questo secondo fronte, Efpa Italia, con l’ampia offerta di certificazioni che vengono via via predisposte e presentate al mercato, è il partner ideale con cui lavorare.
