Le aziende possono svolgere un ruolo determinante nel promuovere il benessere sociale e ambientale. Attraverso l’adozione di pratiche commerciali etiche e la riduzione delle emissioni di CO2, hanno la possibilità di contribuire in modo significativo alla risoluzione di sfide globali come il cambiamento climatico, l’aumento delle disuguaglianze e la povertà. Sebbene questo processo richieda tempo e risorse, è ormai indispensabile se si vuole rendere il tessuto industriale più resiliente agli shock esterni. Una consapevolezza che il settore privato pare stia iniziando a cogliere, oramai sempre più conscio di come l’insostenibilità possa minare le opportunità di business.
Ma nonostante alcuni passi avanti siano stati compiuti e l’impegno verso gli SDGs sia aumentato, molte imprese mostrano ancora forti resistenze a investire nella trasformazione digitale ed ecologica. “Per recuperare il terreno perduto è essenziale adottare un approccio che ponga la sostenibilità al centro di tutte le decisioni politiche e culturali” afferma Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS, in questa intervista a ESGnews, “In questo, le istituzioni pubbliche giocano un ruolo cruciale nel promuovere, attraverso normative, incentivi economici e piani di sviluppo urbano, la protezione ambientale e la coesione sociale, bilanciando lo sviluppo economico con la sostenibilità”.
L’ASviS presenterà a Roma il Rapporto 2024 L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile il prossimo 17 ottobre. È possibile seguirlo anche online qui.
Qual è lo stato dell’arte dell’Italia nel progresso verso i 17 Obiettivi dell’ONU?
Il nostro Paese non è su un percorso di sviluppo sostenibile. Al di là dei risultati deludenti testimoniati dagli indicatori dell’ASviS, all’Italia manca una prospettiva integrata delle politiche ambientali, sociali, economiche e istituzionali per la sostenibilità e quindi non possiamo stupirci di quanto osserviamo nei dati. Se guardiamo all’evoluzione degli ultimi anni, dal 2015 il nostro Paese ha fatto segnare alcuni progressi, grazie anche a decisioni positive, ma l’assenza di un impegno unanime e coordinato da parte delle istituzioni, delle imprese e delle forze politiche e sociali rende complicato il cammino verso la sostenibilità e la riduzione delle disuguaglianze. Per fare qualche esempio, tra il 2015 e il 2019, la quota di famiglie in condizione di povertà assoluta è salita dal 6,1% al 7,5%; abbiamo ancora 1,7 milioni di giovani che non studiano e non lavorano. Sul piano ambientale si registra il 42% di perdite dai sistemi idrici, mentre il degrado del suolo interessa il 17% del territorio nazionale. Per quanto riguarda la dimensione economica passi avanti sono stati compiuti per l’economia circolare ed è cresciuto il tasso di innovazione, ma molte imprese mostrano ancora forti resistenze a investire nella trasformazione digitale ed ecologica. Nell’ultimo decennio sono infine cresciuti alcuni reati contro la persona, come le violenze sessuali e le estorsioni, ed è forte anche l’aumento di tutti i reati informatici, quali truffe e frodi.
Proprio sul tema, l’ASviS presenterà il Rapporto 2024 “L’Italia e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” il prossimo 17 ottobre. L’evento, che consentirà di capire quali novità emergono in tema di sviluppo sostenibile e se il nostro Paese è riuscito nell’ultimo anno a cambiare passo, potrà essere seguito sia in presenza, presso l’Acquario Romano di Roma, e sia online.
Cosa possono fare le aziende per contribuire al loro raggiungimento?
Le imprese possono svolgere un ruolo determinante nel promuovere il benessere sociale e ambientale. Attraverso l’adozione di pratiche commerciali etiche, la riduzione delle emissioni di carbonio e la generazione di “lavoro dignitoso”, esse hanno la possibilità di contribuire in modo significativo alla risoluzione di sfide globali come il cambiamento climatico, l’aumento delle disuguaglianze e la povertà. Per farlo, è necessario integrare la sostenibilità in ogni ambito delle strategie e operazioni aziendali, dalla scelta delle controparti nella catena di approvvigionamento fino alla comunicazione con i clienti. Sebbene questo processo richieda tempo e risorse, è ormai indispensabile per guadagnare efficienza e competitività, e rendere il tessuto industriale più resiliente agli shock esterni. Una spinta ad andare in questa direzione viene dalle nuove regole europee che si stanno estendendo anche alle piccole e medie imprese. Questo strumento, oltre a migliorare l’efficienza delle catene produttive, incoraggia le imprese a riflettere sui loro rapporti con gli stakeholder, come dipendenti, consumatori, comunità locali e ambiente, permettendo loro di presentarsi in modo più credibile sui mercati finanziari. In un contesto in cui la sostenibilità è una priorità globale, le imprese hanno l’opportunità e la responsabilità di guidare il percorso verso un futuro migliore per tutti.
Vede sforzi a sufficienza?
Il percorso che porta allo sviluppo sostenibile appare purtroppo segnato da una regressione anziché da progressi, soprattutto dopo la pandemia. Tale tendenza coinvolge sia i paesi industrializzati che quelli in via di sviluppo. Secondo l’ONU, solo il 12% dei Target dell’Agenda 2030 mostra progressi significativi, mentre oltre il 50% è moderatamente o gravemente in ritardo rispetto agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), Inoltre, dal 2015 circa il 30% non ha registrato alcun progresso o è peggiorato. Se continuiamo così, nel 2030, oltre mezzo miliardo di persone vivranno ancora in povertà estrema, con milioni di bambini senza accesso all’istruzione e almeno 660 milioni di individui privi di elettricità. Nel frattempo, le emissioni di gas serra e i danni climatici continuano a crescere, mentre la deforestazione minaccia la sopravvivenza di numerose specie. L’Agenda 2030 ha comunque stimolato un notevole impegno nella ricerca di soluzioni innovative per affrontare queste sfide: ad esempio, la ricerca sull’energia rinnovabile, sull’economia circolare e sul miglioramento dell’agricoltura sostenibile, insieme agli sforzi per ridurre l’inquinamento e migliorare la vita attraverso la digitalizzazione, dimostrano un impegno senza precedenti verso gli SDGs. Questo sforzo è stato sostenuto anche dal settore privato, che ha riconosciuto come l’insostenibilità possa minare le future opportunità di business. Grazie alla digitalizzazione, si intravedono possibilità di progresso mai viste prima. La ricerca scientifica, tecnologica, economica e sociale si sta unendo per affrontare le sfide della sostenibilità, con un crescente coinvolgimento delle nuove generazioni di ricercatori. Ma la mancanza di integrazione tra discipline e la predominanza della specializzazione continuano a limitare il potenziale di questo sforzo globale.
E qual è il ruolo del settore pubblico su questo fronte?
Le istituzioni pubbliche giocano un ruolo cruciale nell’elaborazione di politiche che promuovono lo sviluppo sostenibile sul piano economico, sociale e ambientali. Attraverso normative, incentivi economici e investimenti il settore pubblico può fare la differenza. Inoltre, educare e sensibilizzare la popolazione su questi temi è fondamentale per spingere a comportamenti più virtuosi. Sul piano internazionale, i governi sono chiamati a rispettare e implementare accordi globali come l’Accordo di Parigi sul clima e a contribuire al raggiungimento degli SDGs, ma soprattutto a costruire la pace, cosa che chiaramente non stanno facendo.
Ultimamente le tematiche ESG, che indicano l’attenzione all’ambiente, alle questioni sociali e alla governance, sono messe in discussione su più fronti. Quali ragioni fornirebbe agli scettici per fare capire che vale più che mai la pena di intraprendere un modello di crescita sostenibile?
Agli scettici direi che la sostenibilità conviene, nonostante quello che alcuni dicono. Nel Rapporto “Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050. Le scelte da compiere ora per uno sviluppo sostenibile” abbiamo pubblicato un’analisi condotta insieme a Oxford Economics. In particolare, vengono valutati quattro scenari per il futuro del Paese, da quello più auspicabile della “Net Zero Transformation”, a quelli insoddisfacenti del “business as usual” e della transizione tardiva, fino a quello catastrofico derivante dall’inazione. L’analisi indica con chiarezza che l’Italia deve cogliere la transizione energetica come occasione per fare innovazione a tutto campo. In questo modo il Pil italiano aumenterebbe del 2,2% rispetto a quello base e il tasso di disoccupazione si ridurrebbe, mentre il debito pubblico calerebbe con maggiore velocità. Di contro, se l’Italia non dovesse procedere in questa direzione, o anche solo rinviasse la scelta della transizione energetica, il Pil si ridurrebbe, così come l’occupazione. Chi dice, dunque, di voler rinviare la transizione in nome dei costi da subire nei prossimi anni per realizzarla, in realtà punta a scaricare sui più deboli e sulle generazioni future i danni dell’inazione, magari lucrando vantaggi dal mantenimento dello status quo.
Il piano di sviluppo europeo lanciato da Draghi si basa su un’unione delle forze da parte dei vari Paesi e sembra avvicinarsi di più a un modello americano basato sugli investimenti, rispetto a quello europeo più normativo. Quale può essere a suo avviso la strada migliore per favorire la crescita sostenibile?
Che l’Europa debba fare un salto di qualità da tutti i punti di vista è chiaro a tutti, ma le gelosie nazionalistiche spingono stupidamente in direzione opposta. L’ASviS ha pubblicato a maggio, in vista delle elezioni del Parlamento europeo, un Manifesto con le proprie proposte, molte delle quali si ritrovano nel Rapporto Draghi e negli orientamenti politici di Ursula von der Leyen per il quinquennio 2024-2029. Spero veramente che l’Unione europea possa fare il prima possibile un salto nella direzione di una maggiore integrazione, come auspica anche il Presidente Mattarella.
Come ASviS quali sono le vostre priorità per contribuire al raggiungimento dei 17 SDGs?
L’ASviS in questi anni ha avanzato diverse proposte per rendere l’Agenda 2030 il perno delle politiche e mettere il Paese su un sentiero di sviluppo sostenibile. Per recuperare il terreno perduto è essenziale adottare un approccio che ponga la sostenibilità al centro di tutte le decisioni politiche e culturali. Una visione che si ritrova nella Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile approvata dal Governo Meloni un anno fa, ma mai attuata. Riteniamo che un passo importante nella giusta direzione sarebbe una Legge per il Clima che fissi l’obiettivo della neutralità climatica entro il 2050, definisca budget settoriali di carbonio e istituisca un Consiglio Scientifico per il Clima, incaricato di suggerire al Governo come procedere e monitorare i progressi italiani in ambito climatico.
L’ASviS avanzerà nel prossimo Rapporto numerose proposte di azione nei vari campi, come quelle che riguardano la lotta alla povertà, la redistribuzione del carico fiscale, l’integrazione dei migranti, l’innovazione tecnologica, la produzione di energia rinnovabile, il miglioramento delle condizioni di lavoro per donne, giovani e immigrati. Inoltre, bisogna investire in infrastrutture sostenibili, promuovere l’Industria 5.0, migliorare i servizi sanitari e sociali, potenziare l’istruzione inclusiva e sviluppare un’etica dell’Intelligenza Artificiale, sempre puntando a una maggiore sostenibilità ambientale e sociale. Infine, segnalo che, per sensibilizzare il pubblico su queste tematiche, proponiamo di istituire la Giornata Nazionale dello Sviluppo Sostenibile il 22 febbraio, per ricordare la data della “storica” modifica della Costituzione, che ha inserito tra i principi della Repubblica la tutela ambientale e delle future generazioni, una modifica fortemente voluta nel corso degli anni dall’ASviS.
