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A meno di cinque anni dal 2030, tempo limite per l’attuazione dell’Agenda ONU per lo Sviluppo Sostenibile e dei suoi diciassette SDGs, resta ancora molta strada da fare. L’SDG Progress Report 2025 delle Nazioni Unite registra una percentuale preoccupante: il 35% dei Global Goals sono in stagnazione o, addirittura, in regressione. Inoltre, per colmare il gap di avanzamento dell’Agenda servirebbero quattro trilioni in più di investimenti al livello mondiale. Il Venticinquesimo anniversario dell’UN Global Compact si inserisce, quindi, in uno scenario complesso dal punto di vista geo-politico e caratterizzato da un rischio di back lash importante sulla sostenibilità.
Nonostante queste forze resistenti o avverse, le aziende italiane aderenti al progetto onusiano stanno confermando il loro impegno per lo sviluppo sostenibile (con riguardo alle tre dimensioni della governance, ambientale e sociale), e la loro intenzione di investire in crescita inclusiva, resilienza climatica e pratiche commerciali etiche, in piena coerenza con le sensibilità e aspettative che emergono da un recente studio che ha coinvolto la cittadinanza europea. La rete italiana dell’UN Global Compact continua a offrire sostegno, affiancamento pratico e un ruolo di ispirazione e guida per le imprese protagoniste della “transizione giusta”.
A fare il punto, n questa intervista a ESGNews, è Daniela Bernacchi, Executive Director UNGCN che analizza avanzamenti e criticità del percorso verso il 2030.
Sostenibilità, a che punto siamo: com’è cambiato l’approccio delle aziende tra la spinta alla semplificazione della normativa in Europa e l’emergere di politiche anti-ESG negli Stati Uniti?
Il contesto normativo europeo è in continua evoluzione: dopo l’introduzione di direttive come la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) e la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che sottolineano l’importanza di una due diligence in materia di diritti umani e di tutela ambientale, l’Unione Europea ha approvato proprio in questi giorni il Pacchetto Omnibus I, con l’obiettivo di semplificare la legislazione vigente in tutti gli Stati membri.
Pur riconoscendo la necessità per le imprese che le procedure e gli adempimenti normativi siano accessibili e commisurate alle loro reali capacità, la trasparenza e la rendicontazione ESG, così come l’analisi e il monitoraggio delle performance e degli impatti, sono elementi strategici per migliorare la competitività e la reputazione aziendale. Le aziende che condividono in modalità trasparente gli impatti del proprio operato e il valore condiviso nei confronti dei propri stakeholder dimostrano leadership nel cammino verso la transizione sostenibile.
La consapevolezza delle imprese rispetto alle loro responsabilità, e al ruolo determinante che sono chiamate a giocare in questo contesto, ha conosciuto nell’ultimo periodo una crescita esponenziale. Un dato da solo offre il termometro di questa attenzione: tra il 2011 e il 2023, le aziende S&P 500 che avevano pubblicato un rapporto di responsabilità sociale d’impresa sono passate dall’11 al 98% stando ai dati Governance & Accountability Institute. Le aziende aderenti all’UN Global Compact sono di sicuro più mature e stanno accogliendo queste evoluzioni con pragmatismo: oggi, infatti, la sostenibilità non viene percepita come un mero adempimento normativo, ma come un impegno etico e al tempo stesso una leva strategica, un elemento di competitività per le imprese di ogni settore e dimensione.
Senza dubbio, l’emergere di politiche “anti-ESG” in alcuni Paesi ha contribuito a introdurre una dimensione di incertezza e potrebbe rappresentare una sfida rispetto ad alcuni aspetti della sostenibilità aziendale. Per le imprese che operano su entrambi i mercati potrebbe significare dover modulare il linguaggio e la rendicontazione, mantenendo ferma la centralità dell’analisi del rischio e della performance di lungo periodo, ma prestando attenzione alle sensibilità politiche. Questo ha spinto molte realtà a rendere i propri obiettivi più ancorati a evidenze concrete e misurabili, a beneficio della credibilità stessa del percorso di sostenibilità. In questo scenario, le imprese di tutto il mondo, e in particolare quelle europee, sono chiamate a proseguire sulla strada già tracciata, mantenendosi sulla frontiera dell’impegno responsabile. Il fatto che in un anno così difficile, comunque il numero delle aziende aderenti a UNGC sia cresciuto, il Italia sono 138 nuovi aderenti ci fa essere ottimisti sul futuro e sulla crescente consapevolezza delle imprese che non si possa tornare indietro sulla scelta della sostenibilità e che il business as usual non sia più un’opzione.
Cosa ci attende nei prossimi mesi sul fronte della sostenibilità?
La sostenibilità è l’approccio strategico per garantire uno sviluppo più equilibrato rispetto al secolo scorso e la doppia transizione, ecologica e digitale, è la strada principale per rilanciare la competitività dell’Europa e dell’Italia. In questa duplice prospettiva, il potenziale ancora da sviluppare resta elevato, ma se guardiamo alle aziende italiane che partecipano al Global Compact delle Nazioni Unite, le tendenze sono positive e l’impegno per uno sviluppo sostenibile basato sull’innovazione è sempre più diffuso e maturo.
Sul fronte della sostenibilità aziendale, ci attendono chiarimenti normativi importanti: sarà un periodo in cui le imprese dovranno lavorare soprattutto su qualità e strutturazione dei dati, elemento essenziale per qualsiasi forma di rendicontazione evoluta. Parallelamente, crescerà l’attenzione sulla supply chain: la capacità di raccogliere informazioni affidabili lungo tutta la filiera diventerà un vero differenziale competitivo.
Quali dovrebbero essere le priorità delle aziende in questa fase?
Da una parte, è necessario che i temi ESG siano pienamente integrati nella governance aziendale, con responsabilità chiare e processi decisionali capaci di considerare in modo strutturato i rischi climatici e ambientali, sociali e di filiera. Manca poco al 2030 e non possiamo ignorare l’urgenza dell’azione. I dati del Progress Report 2025 delle Nazioni Unite confermano che solo il 18% degli obiettivi è “on track”, mentre il 35% risulta fermo o in regressione. Dei 169 target totali, appena il 35% registra progressi adeguati. Per colmare il divario finanziario necessario al raggiungimento dell’Agenda 2030 servirebbero investimenti globali aggiuntivi pari a 4 trilioni di dollari l’anno. La sostenibilità diventa così non solo una questione morale o culturale, ma un asse centrale delle strategie economiche globali.
Dall’altra parte, sarà necessario investire nella qualità del dato. Senza dati solidi, interoperabili e tracciabili non può esistere una sostenibilità credibile. Ciò implica anche la capacità di aggiornare l’analisi di materialità e svolgere analisi predittive con maggior frequenza, perché i rischi e le aspettative degli stakeholder evolvono rapidamente.
Oltre l’elemento cruciale del coinvolgimento dei vertici aziendali, merita di essere menzionato anche quello dell’interconnessione con altri attori economici e sociali, che apre a sinergie, collaborazioni e partenariati fra aziende sostenibili, o fra queste e il settore non-profit. Le aziende devono essere impegnate per lo sviluppo sostenibile e agire sempre meno come attore isolato ma come elemento all’interno di una rete, mettendo in condivisione know-how, risorse finanziarie, tecnologiche e infrastrutturali per sostenere l’approccio ambizioso e innovativo verso la “giusta transizione” e verso un modo prospero, equo, inclusivo ed in armonia con la natura; arricchendosi, a loro volta, dell’esperienza sul campo, e quindi della posizione “di prossimità”, che le organizzazioni stakeholder garantiscono rispetto a diversi ambiti dello sviluppo sostenibile (sia in ambito sociale, che ambientale).
Si parla di “twin transition”: in che modo la transizione digitale facilita la transizione ecologica nelle imprese e quali sinergie notate?
La “twin transition” (o doppia transizione) è l’integrazione sinergica tra transizione digitale ed ecologica, finalizzata a modernizzare processi produttivi e organizzazioni. Si basa sull’idea che la digitalizzazione metta a disposizione strumenti capaci di sostenere gli obiettivi di sostenibilità, riducendo l’impatto ambientale, ottimizzando le risorse e migliorando l’efficienza.
La trasformazione digitale è infatti un abilitatore naturale della sostenibilità. Tecnologie come l’IoT e l’intelligenza artificiale permettono di monitorare i consumi in tempo reale, ottimizzare i processi produttivi, ridurre gli sprechi e migliorare la manutenzione degli impianti. Inoltre, la tracciabilità digitale offre nuovi strumenti per garantire trasparenza lungo le filiere, un elemento cruciale nelle attività di due diligence. Allo stesso tempo, però, è necessario riflettere su come garantire un uso sostenibile di queste tecnologie, che sappiamo avere un impatto potenzialmente negativo sull’ambiente (in termini di consumo di energia e di risorse naturali, come l’acqua) e sulle persone (in termini di disuguaglianze), e sviluppare delle linee guida operative per le aziende, corredate da schemi d’analisi e implementazione, per supportarle a sfruttarne appieno i vantaggi.
In questo scenario, l’Italia presenta ritardi significativi sul fronte della digitalizzazione. Secondo lo United Nations E-Government Survey – Accelerating Digital Transformation for Sustainable Development, redatto dal Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite, il nostro Paese si colloca al 51° posto a livello globale nello sviluppo del digitale nella pubblica amministrazione. Lo State of the Digital Decade Report 2025 della Commissione europea evidenzia che solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base, contro una media UE del 55,6%. E, sebbene la maggior parte delle PMI italiane (70,2%) abbia raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, solo l’8,2% ha adottato l’intelligenza artificiale. Accanto a queste criticità, il report segnala comunque punti di forza del sistema italiano, come la copertura in fibra FTTP (70,7%) e la leadership in settori strategici quali semiconduttori e tecnologie quantistiche.
Tra le priorità individuate è emersa la necessità di tradurre l’AI Act europeo in linee guida operative che supportino le aziende nell’adozione etica e trasparente dell’intelligenza artificiale. Il nostro Paese ha già tempestivamente recepito con la Legge n. 132/2025, entrata in vigore il 10 ottobre 2025, l’AI Act europeo (Regolamento UE 2024/1689), integrandolo e introducendo principi antropocentrici (IA al servizio dell’uomo), trasparenza, responsabilità e specificità nazionali, con deleghe al Governo per definire dettagli su settori come lavoro, sanità, sicurezza e diritto d’autore (es. tutela dei deepfake), promuovendo un uso etico e sicuro dell’intelligenza artificiale. A questo quadro si aggiungono rischi trasversali che non possono essere ignorati: il divario digitale, le fragilità generazionali e la carenza di competenze adeguate. Affrontarli richiede un impegno condiviso tra imprese e istituzioni, con investimenti mirati nella formazione interna e politiche di supporto capaci di accompagnare tutte le categorie di lavoratori in questa trasformazione.
Come Global Compact quali sono le vostre prossime iniziative?
Come rete italiana dell’UN Global Compact continueremo a supportare le aziende nel loro approccio strategico verso la sostenibilità e, per farlo, continueremo a offrire loro formazione, linee guide e ricerche scientifiche, piattaforme e occasioni di confronto e networking. La proposta programmatica 2026 è in corso di definizione, ma ci sono alcuni punti fermi: gli Accelerator, ad esempio, ovvero programmi di formazione pensati per supportare il settore privato nell’adozione di pratiche aziendali sostenibili e per contribuire in modo concreto all’avanzamento dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030. Il prossimo anno, svilupperemo il Climate Ambition Accelerator, dedicato alla lotta al cambiamento climatico, il Target Gender Equality Accelerator – dedicato alla parità di genere sul luogo di lavoro e il Business & Human Rights Accelerator – dedicato alla due diligence dei diritti umani.
Saranno disponibili programmi di sostegno per le PMI, che potranno valorizzare e potenziare le proprie competenze, rafforzare le risorse umane e gestire con maggiore efficacia la complessità normativa. Vogliamo aiutare quelle motivate e intenzionate a dare il proprio contributo all’avanzamento della “just transition”, perché rappresentano una componente fondamentale del tessuto economico italiano.
Manterremo attivo, inoltre, l’Osservatorio sulla D&I in azienda, istituito con lo scopo di facilitare lo scambio di esperienze tra le imprese italiane aderenti all’UN Global Compact sul tema della Diversity, Equity & Inclusion e continueremo l’attività del Tavolo di lavoro sul Sustainable Procurement che offre alle aziende uno spazio di approfondimento tematico sulla gestione sostenibile delle catene di fornitura.
Uno dei temi principali che presidieremo il prossimo anno sarà quello della tutela del capitale naturale, che abbiamo già affrontato nello studio dal titolo “Le aziende italiane e la tutela del capitale naturale per contrastare il cambiamento climatico”, realizzato insieme a The European House Ambrosetti e all’Università Ca’ Foscari di Venezia, e che continueremo ad approfondire con discussioni e momenti dedicati. Infine, abbiamo da poco lanciato la nostra Local Academy, ovvero una repository completamente in italiano, dove i nostri aderenti possono trovare contenuti esclusivi, di diverso tipo e su diverse tematiche, pensati per supportare la loro evoluzione in ambito ESG.
