Amundi Lovisolo | ESGnews

Intervista a Sara Lovisolo, Head of ESG Development di Amundi SGR

Approccio ESG integrato, engagement e coesione sociale cuore della strategia ESG di Amundi

Con 2.307 miliardi di euro di patrimonio gestito (+7% su base annua) e 100 milioni di clienti, Amundi continua ad affermarsi come primo asset manager europeo per masse gestite e tra i primi 10 al mondo. Ma a rendere la prima società di gestione dell’UE leader nel suo settore è anche l’impegno sul fronte degli investimenti ESG (Environmental, Social, Governance). Ne sono la prova gli 885,6 miliardi di euro di masse gestite legate ai criteri ESG e i circa 80 dipendenti specializzati su questi temi (dati a fine dicembre 2023). 

A rafforzare, però, la leadership di Amundi nell’ambito della sostenibilità è senza dubbio l’ambizioso piano ESG Ambitions 2025 annunciato a fine 2021. Con questa strategia, il gestore ha fissato 10 obiettivi concretiper accelerare la propria transizione sostenibile e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Gli obiettivi individuati vengono perseguiti attraverso tre azioni chiave: impegnarsi affinché le sue soluzioni di risparmio progrediscano ulteriormente nell’investimento responsabile, chiedere a un numero maggiore di imprese di definire strategie credibili di allineamento all’obiettivo Net Zero 2050 e assicurare il supporto alle nuove ambizioni da parte dei propri dipendenti e degli azionisti.

Sul tracciato del suo piano ESG, nel 2023 Amundi ha ottenuto diversi successi importanti sul fronte della sostenibilità, in particolare con i suoi fondi Green Bond, nei quali è leader di mercato. A fine anno, inoltre, la gamma di fondi allineati al net zero vantava 40 prodotti in cinque classi di attività, con il fine di raggiungere la gamma completa nel 2025, sia in gestione attiva che passiva. La quota di ETF ESG di Amundi, invece, ha ormai raggiunto il 33% della gamma, avvicinandosi all’obiettivo del 40% entro il 2025. 

Ma l’impegno dell’asset manager non si esaurisce qui. Nel 2023, infatti, la società francese ha spinto anche sulla politica di engagement e di voto, promuovendo un dialogo continuo sul clima, con 966 nuove società con cui interloquisce, raggiungendo quasi l’obiettivo delle 1.000 nuove aziende fissato per il 2025. Lato clienti, invece, Amundi, sempre in linea con il piano, ha lanciato “ALTO* Sustainability”, un supporto tecnologico nel processo decisionale per gli investitori in questioni ambientali e sociali.

L’impegno per la sostenibilità di Amundi è ben visibile anche nei riconoscimenti ESG ottenuti dall’azienda. Tra questi, il conseguimento in Italia, da parte di Amundi SGR, della certificazione per la parità di genere a dicembre 2023. Recentemente l’asset manager ha anche ottenuto un livello di rating da Morningstar nel documento ESG Commitment Level pari a “Advanced”. Nel 2023, Amundi ha vinto nella categoria “Investor of the Year” agli Environmental Finance Bond Awards per il terzo anno consecutivo e nella categoria “ESG Investor of the Year” agli European Securitization Awards 2023 per il secondo anno consecutivo.

La società mostra la sua ambizione ESG anche nell’adesione ad importanti iniziative internazionali come la Net Zero Asset Managers Initiative (NZAM), che punta a sostenere l’obiettivo globale della neutralità carbonica entro il 2050 o prima, e la fondazione Finance for Biodiversity e la coalizione Nature Action 100, che sono invece centrate sulla biodiversità.

In vista del lancio della nuova guida di ESGnews sugli asset manager leader sul fronte ESG, abbiamo intervistato Sara Lovisolo, Head of ESG Development di Amundi SGR, che ha approfondito l’approccio alla sostenibilità della società di gestione, le sue priorità ESG, le sue modalità di dialogo con le aziende. 

In un momento in cui gli investimenti ESG sono sotto attacco in alcune parti del mondo, Amundi riafferma, nel piano 2025, la propria volontà “indicare la via nel mondo degli investimenti sostenibili”. Come intendete raggiungere questo obiettivo e che significato ha per la vostra strategia gli investimenti sostenibili?

Ci sono due strade attraverso cui Amundi persegue la propria strategia ESG. Da un lato, utilizza una metodologia proprietaria per integrare la sostenibilità in tutti gli asset under management gestiti attivamente, ovvero ciò che viene definito “Minimum Standard” degli investimenti sostenibili. Questo primo livello di integrazione ESG, che si basa anche sulle esclusioni e su un approccio best-in-class, è utile ai fini dell’engagement perché permette di alimentare il dialogo con le società. Pertanto, Minimum Standard, engagement e uno strumento proprietario costituiscono la parte generale dell’attività ESG di Amundi.

Dall’altro lato, la società sviluppa approcci molto puntuali su determinati temi verticali che consentono di alzare il livello di engagement e di intensità ESG di alcuni specifici prodotti. Ne sono un esempio le metodologie sofisticate che Amundi utilizza per la costruzione di portafogli net zero, in linea con gli impegni presi in qualità di membro della NZAM (Net Zero Asset Manager Initiative). Queste strategie integrano le considerazioni ESG utilizzando approcci diversi ma con una filosofia comune: valutare la credibilità e la fattibilità Net Zero, passando dagli impegni all’azione e selezionando quelle aziende meglio preparate per sostenere una transizione verso l’obiettivo Net Zero entro il 2050, in particolare per quanto riguarda il loro percorso di riduzione delle emissioni di carbonio.

Quale ritenete sia il ruolo del settore dell’asset management nel favorire la trasformazione sostenibile dell’economia?

Sostenere la transizione verso un’economia sostenibile è responsabilità di tutti e richiede l’impegno congiunto di imprese, finanza, governi e anche consumatori. Sebbene la trasformazione concreta del modello economico verso un sistema più sostenibile e l’applicazione nell’economia reale spetti alle imprese, il settore finanziario svolge un ruolo fondamentale. L’asset management può contribuire a questa sfida raccogliendo capitali e indirizzandoli verso le società più virtuose. Ne consegue che, se le società rispondono in modo positivo alle richieste di cambiamento e all’attività di engagement, il loro rating aumenta e ciò gli consente di avere maggiore accesso ai capitali per finanziare propri progetti.  

Con oltre 100 milioni di clienti siete uno dei leader mondiali dell’asset management. Cosa cercano i risparmiatori e cosa si aspettano dagli investimenti responsabili?

Dal paper che Amundi ha pubblicato recentemente, Responsible Investment Views 2024, emerge che il cliente ha bisogno di chiarezza in merito all’intenzionalità del prodotto. I fondi con una chiara connotazione ESG, infatti, ricevono più flussi di quelli che hanno una generica integrazione ESG. È quindi molto importante garantire ai clienti una narrativa efficace e trasparente sui prodotti affinché il cliente possa individuare l’intenzione dell’asset manager quando stabilisce di offrire un determinato prodotto. In effetti, in Amundi è diffusa l’idea che sia più importante questo aspetto rispetto alle indicazioni numeriche previste dal regolamento SFDR, che rischiano di non dare un chiaro messaggio al consumatore finale sugli obiettivi dei prodotti.

Il livello di interesse dei risparmiatori per i prodotti ESG è ancora alto?

Nonostante il 2023 sia stato un anno difficile per i fondi comuni d’investimento, in Europa è stata registrata una certa resilienza degli investimenti responsabili (RI) rispetto ai fondi non RI. 

Qual è la vostra caratteristica vincente nell’incorporare i fattori ESG negli investimenti?

Ciò che contraddistingue Amundi è il fatto di avere una metodologia ESG proprietaria. Questo è possibile grazie alla presenza di analisti specializzati che sono in grado di assegnare un rating ESG alle società, basandosi sui dati che ricevono sia dalle aziende sia dagli info provider. Questi analisti sono ancora più preziosi perché incentivano il processo di engagement, in quanto più competenti in materia di sostenibilità e quindi maggiormente in grado di decifrare le proposte che arrivano dagli azionisti su questi temi, per definire poi una posizione di Amundi molto puntuale e coerente con la voting policy. È questo che fa la differenza, non dipendere da un solo data provider. 

C’è un team di analisti ESG e uno per i settori o è un’unica squadra? 

Si tratta di esperti distinti, che però lavorano a strettissimo contatto. I contributi della componente finanziaria e di quella ESG confluiscono in una sola valutazione delle società. La Business Line Responsible Investment è composta da circa 80 persone a livello globale, un numero molto ampio, aspetto che rende la strategia di sostenibilità di Amundi ancora più forte.

Articolo 8 e 9 sono concetti diventati oramai familiari o siete a favore di una revisione della SFDR con l’introduzione di label più chiari?

Siamo favorevoli all’introduzione di categorie di prodotto chiare che comunichino al cliente finale le ambizioni del prodotto e la teoria del cambiamento legata al fondo. Per esempio, una categoria utile potrebbe essere quella della transizione perché darebbe una chiara indicazione all’investitore di essere in presenza di portafogli che puntano, per definizione, al lungo periodo. Un approccio completamente diverso ma complementare rispetto a quello dell’impact investing, dove invece l’obiettivo è indirizzare il capitale direttamente nel breve periodo verso determinati progetti, come nel caso dei green bond o di attività legate alla tassonomia. 

Come anticipato, secondo noi è più utile un regime di trasparenza che dia chiarezza sulle finalità dei prodotti invece che uno basato su indicatori meramente quantitativi. Ciò non sottintende che la trasparenza sui dati non debba esserci, ma piuttosto che sia inquadrata all’interno di tipologie di prodotti chiaramente identificabili da parte dell’investitore finale. Nella definizione di label è utile anche specificare il livello di intensità che può variare a seconda dell’ambizione dei prodotti, per rispecchiare le esigenze e credenze di tutti i risparmiatori.

Quali sono gli effetti concreti che avete potuto constatare dell’impatto del vostro approccio ESG agli investimenti sull’ambiente e sulle persone?

La misurazione puntuale dell’impatto su ambiente e persone avviene solo per i prodotti definiti “a impatto”, i quali, per essere considerati tali, devono includere tre componenti chiave: intenzionalità, l’investitore si propone di realizzare un impatto positivo; addizionalità, l’investimento mira a migliorare in termini quantitativi e/o qualitativi i risultati ambientali e social; misurabilità, i vantaggi sono misurabili e trasparenti. In questi casi, Amundi mette a disposizione dei propri clienti dei report specifici con i risultati concreti delle singole strategie. Per quanto riguarda la gamma di soluzioni d’investimento non a impatto, il focus non è sulla misurazione dell’impatto su ambiente e persone, ma sulle performance delle società in cui ha investito e con cui fa engagement, come può emergere dalle variazioni nei loro rating ESG. 

L’introduzione della CSDD semplificherà il vostro lavoro o non vedete un nesso diretto con la vostra attività?

Le attività di engagement di Amundi sono coerenti con il dettato della CSDD, sia nella componente dei diritti umani sia in quella climatica. Il fatto che le società abbiano anche un quadro di riferimento in cui svolgere l’attività di due diligence potrebbe essere utile per le aziende che si trovano di fronte a richieste degli investitori che non sanno bene come gestire. La direttiva potrebbe arricchire ulteriormente l’approccio di Amundi, che già fa attività di engagement su temi considerati materiali per una certa industria. 

Quali sono i vostri impegni per il clima e per l’ambiente e su quali obiettivi è concentrata la vostra azione?

Amundi ha un impegno formale per quanto riguarda l’integrazione di strategie net zero all’interno dei suoi asset in quanto firmatario della NZAM, che prevede nel lungo termine la gestione integrale di tutti gli asset under manager secondo strategie net zero. L’asset manager ha però anche un impegno a breve termine, al 2025, affinché il 18% degli asset sia gestito in modalità net zero. Si tratta quindi di lavorare con i clienti, sia istituzionali che retail, affinché affidino ad Amundi l’incarico di gestire i loro risparmi con una precisa metodologia net zero che prevede una graduale decarbonizzazione dei portafogli. Questo è un impegno molto ambizioso che sta coinvolgendo sia il ramo sales, marketing e prodotti che l’area investimenti affinché gli obiettivi di Amundi coincidano con quelli dei clienti. 

E per quanto riguarda le tematiche sociali?

Per Amundi le tematiche sociali rientrano sotto il grande cappello della coesione sociale, una delle priorità di engagement non solo per il 2024, ma già da molti anni. In pratica, l’attività si focalizza sui diritti umani sia presso le singole società che lungo le catene di approvvigionamento. Altri due aspetti importanti sono il coinvolgimento dei dipendenti e l’equità salariale tra top management e dipendenti. 

Quali saranno i temi di investimento più promettenti per il 2024, legati alla sostenibilità?

La biodiversità è un tema molto sensibile, ma ancora embrionale dal punto di vista degli asset under management. Secondo uno studio dell’OCSE, c’è un forte squilibrio tra gli asset dedicati alla mitigazione del cambiamento climatico e gli investimenti che hanno come focus la biodiversità (che sono ancora solo il 7% del totale per il sistema). Il motivo delle scarse risorse indirizzate alla biodiversità è che non ci sono ancora dati chiari e affidabili. Amundi si è comunque dotata di un framework per la biodiversità per agire ugualmente su questo fronte anche se in presenza di quadri di riferimento ancora in costruzione, come quello della TNFD (Taskforce on Nature-related Financial Disclosures). 

Un’altra tematica rilevante nel futuro prossimo è la finanza per la transizione dei Paesi in via di sviluppo, emergenti compresi. Una transizione guidata solo dalle economie sviluppate, infatti, non può raggiungere i propri obiettivi. Per questo motivo Amundi ha avviato numerose partnership con controparti sovrannazionali, come la Multilateral development banks, per sviluppare soluzioni di blended finance (l’uso strategico della finanza per lo sviluppo e dei fondi filantropici per mobilitare i flussi di capitale privato verso i mercati emergenti e di frontiera, ndr) per accelerare la transizione anche in queste economie.