L’ottava edizione del Responsible Investment Brand Index (RIBI) analizza oltre 600 asset manager nel mondo con un focus sul fronte ESG. Ecco le top 10 globali ed europee.
“La chiarezza paga”. È questo il messaggio più forte dell’ottava edizione del Responsible Investment Brand Index (RIBI), la classifica che misura quanto gli asset manager riescono a tradurre gli impegni sulla sostenibilità in scelte concrete e riconoscibili. Il ranking analizza oltre 600 società di gestione nel mondo e mette a confronto non solo cosa fanno sul fronte ESG, ma anche come lo integrano nella propria identità.
Lo studio restituisce la fotografia di un settore sempre più sotto pressione tra nuove regole, performance altalenanti e un clima politico meno favorevole. I numeri lo testimoniano. Più della metà degli asset manager (53%) definisce un purpose per orientare la propria identità, ma meno della metà (48%) riesce a distinguersi davvero attraverso valori e convinzioni credibili. Il resto resta in una zona grigia, dove gli impegni dichiarati non sempre trovano riscontro nelle pratiche.
Indice
Il metodo: come si costruisce la classifica RIBI degli asset manager
La crescente standardizzazione dei prodotti finanziari, accelerata dall’innovazione tecnologica, ha reso sempre meno efficaci i tradizionali elementi di differenziazione tra gli operatori. Il Responsible Investment Brand Index (RIBI) valuta quindi gli asset manager sulla base di un presupposto preciso: l’investimento responsabile non è solo una questione di prodotti o policy, ma un elemento che deve essere integrato nell’identità stessa dell’organizzazione. In altre parole, la capacità di distinguersi passa anche dalla coerenza tra ciò che un gestore fa e ciò che comunica.
La metodologia si articola su due dimensioni principali. La prima è il Commitment e misura i fattori “hard”, cioè le azioni concrete messe in campo dagli asset manager. Rientrano in questa valutazione elementi come il livello di engagement e stewardship, la strategia sull’investimento responsabile e la sua integrazione nei processi organizzativi. L’analisi si basa su un ampio set di indicatori – fino a circa 300 parametri – derivati da informazioni pubbliche, tra cui i report di trasparenza legati ai Principles for Responsible Investment.
La seconda dimensione è il Brand, che riguarda i fattori “soft” e più difficili da quantificare, come il modo in cui l’impegno ESG viene espresso e comunicato. Qui si valutano aspetti come la chiarezza del purpose, la coerenza del sistema di valori e il collegamento tra strategia aziendale e obiettivi di impatto sulla società. L’obiettivo è capire se l’identità dichiarata riflette realmente le pratiche adottate.
Dall’incrocio tra queste due dimensioni emerge una classificazione in quattro categorie:
- Avant-Gardist: sopra la media sia per Commitment sia per Brand.
- Traditionalist: sopra la media per impegno ma sotto la media in termini di comunicazione.
- Aspirant: forte nella dimensione Brand ma con impegni operativi ancora limitati.
- Laggard: sotto la media su entrambe le dimensioni.
Tutti i dati utilizzati per costruire l’indice provengono da fonti pubbliche, per fare in modo che l’obiettivo di rendere la valutazione sia comparabile a livello globale.
RIBI 2026: la classifica globale degli investitori responsabili
La fotografia globale che emerge dal RIBI 2026 è coerente con quanto visto sulla metodologia: la coerenza tra impegni e comunicazione resta il vero discrimine. Solo il 22% degli asset manager rientra nella categoria degli Avant-Gardist, una percentuale poco superiore rispetto allo scorso anno. La quota più ampia del mercato resta invece indietro: il 41% si colloca tra i Laggard, mentre il resto si distribuisce tra i Traditionalist (26%) e gli Aspirant (11%). Rispetto all’edizione 2025, la quota di Laggard scende di cinque punti percentuali.

Ai vertici della classifica si trovano operatori che, negli anni, hanno costruito un posizionamento chiaro e coerente. Per il terzo anno consecutivo, a guidare il ranking globale è la belga DPAM (Degroof Petercam AM). A chiudere il podio sono l’elvetica Pictet Asset Management e Candriam, filiale belga di New York Life che figurava nella top 5 anche lo scorso anno. Proprio DPAM e Candriam hanno conquistato la top 10 mondiale in tutte e sette le edizioni del RIBI.
A seguire, Nordea Asset Management e Amundi, il più grande asset manager europeo. Sono realtà molto diverse per dimensioni, geografie e modelli di business, ma accomunate da una forte integrazione dei criteri ESG nelle strategie di investimento e da una comunicazione allineata a queste pratiche. Accanto ai nomi più consolidati emergono nuovi ingressi nella top ten, come Danske Bank Asset Management, Manulife Investment Management, RBC Global Asset Management e Suma Capital, segno di una competizione che si intensifica e si allarga anche a operatori meno tradizionali.

Un elemento che attraversa tutta la classifica è proprio l’eterogeneità degli attori. Non esiste un modello unico: tra i migliori si trovano sia grandi gruppi internazionali sia boutique specializzate. Questo suggerisce che la leadership nell’investimento responsabile non dipende dalla scala, ma dalla capacità del management di tradurre convinzioni e valori in scelte operative coerenti nel tempo. Allo stesso modo, il fatto che alcune società escano dalla top ten senza un peggioramento delle proprie performance indica che il livello medio si sta alzando e che le differenze si giocano sempre più su elementi qualitativi.
L’Europa domina la geografia degli investimenti responsabili
Il dato più evidente che emerge dalla classifica è il primato europeo. I primi posti sono occupati quasi esclusivamente da asset manager con base in Europa – tra Belgio, Svizzera, Francia e Paesi nordici – con poche eccezioni nordamericane. Non è un dato casuale. Negli ultimi anni l’Unione europea ha introdotto regole sempre più stringenti sulla finanza sostenibile: dalla tassonomia agli obblighi di trasparenza, fino alla rendicontazione. Le norme di per sé non obbligano a integrare i criteri ESG nelle strategie di investimento, ma impongono coerenza tra dichiarazioni e politiche.

Negli Stati Uniti il quadro è molto diverso. Il tema della sostenibilità è sempre più politicizzato, con interventi contrastanti tra livello federale e singoli Stati e una crescente opposizione verso le politiche ESG. Per molti operatori questo si traduce in maggiore cautela, sia nelle scelte sia nella comunicazione, e in alcuni casi in un disallineamento tra impegni dichiarati e pratiche effettive. Il confronto tra le due sponde dell’Atlantico mostra quindi che la leadership europea dipende anche dalle regole: dove queste sono più chiare e stabili, è più facile per i gestori costruire strategie solide.
La top10 degli investitori responsabili nell’Unione europea secondo RIBI
Non a caso, la classifica dell’Europa (escludendo il Regno Unito) ricalca in modo abbastanza fedele quella globale, con DPAM al primo posto seguita da Pictet Asset Management, Candriam, Nordea Asset Management, Amundi, Mirova, Danske Bank Asset Management, Suma Capital, BNP Paribas e Patrizia. In questa area geografica gli asset manager Avant-Gardist sono il 35% del totale, una percentuale ben superiore rispetto a quella sul totale del campione (22%).
Secondo il RIBI, il ruolo di leader globale spetta alla Francia dove gli Avant-Gardist sono addirittura più della metà; viceversa, fanalino di coda in Europa è la Germania. Restando nel Continente, l’area dell’Europa meridionale – che comprende Italia, Portogallo e Spagna – registra un netto miglioramento rispetto allo scorso anno. Con l’uscita delle italiane Anima Sgr, Etica Sgr e Generali Asset Management, la top 10 del 2026 è dominata dalla Spagna.
