Unipol Natural Risk Index Forum

Adattamento

Natural Risk Index, così si misura il rischio delle catastrofi naturali in Italia

Quanto è esposto il patrimonio italiano alle catastrofi naturali? E, soprattutto, quale potrebbe essere il loro impatto economico? A queste domande cerca di rispondere il Natural Risk Index (NRI), l’indicatore sviluppato dal Natural Risk Forum, il think tank promosso dal Gruppo Unipol per  creare una piattaforma stabile di confronto tra istituzioni, comunità scientifica e settore privato sulla prevenzione dei rischi catastrofali.

L’obiettivo è costruire una misura sintetica e comparabile del rischio catastrofale sul territorio italiano, superando una lettura basata esclusivamente sulla pericolosità degli eventi. Il NRI considera infatti insieme le tre componenti che determinano il rischio: pericolosità, esposizione e vulnerabilità.

L’indice prende in esame tre principali rischi naturali: terremoti, alluvioni e tempeste convettive, valutandone l’impatto sul patrimonio immobiliare italiano. Il risultato è una stima del costo medio annuo atteso dei danni, che viene quantificato in circa 7 miliardi di euro.

Per arrivare a questa stima, lo studio considera un patrimonio di circa 41 milioni di immobili, tra edifici residenziali, commerciali, industriali e pubblici, con un valore complessivo di ricostruzione pari a circa 14.400 miliardi di euro. Una cifra che dà la misura della dimensione economica dell’esposizione del Paese.

Pericolosità, esposizione e vulnerabilità: le tre dimensioni del rischio

Il valore del NRI sta nell’integrare dimensioni che spesso vengono analizzate separatamente. La pericolosità indica la probabilità che un determinato evento si verifichi in una certa area e con una determinata intensità. Non dice però quanto potrebbe essere elevato il danno.

Per arrivare a questo risultato occorre considerare anche l’esposizione, cioè la quantità e il valore dei beni presenti nelle aree interessate dal fenomeno, e la vulnerabilità, ovvero la loro propensione a subire danni.

Un edificio in un’area caratterizzata da elevata pericolosità sismica, per esempio, non rappresenta necessariamente lo stesso livello di rischio di un edificio situato nella medesima area ma costruito con caratteristiche differenti. A parità di evento, infatti, possono cambiare significativamente i danni attesi.

Il NRI combina quindi queste variabili e traduce il rischio naturale in una stima economica del danno potenziale. È un passaggio rilevante perché consente di collegare la valutazione del rischio alle decisioni su prevenzione, adattamento e protezione finanziaria.

Lo studio evidenzia anche come il profilo economico delle catastrofi stia cambiando. Nel periodo 2014-2018 le perdite annuali sono rimaste generalmente inferiori ai 5 miliardi di euro, fatta eccezione per il 2016, segnato dai terremoti del Centro Italia. Negli anni più recenti il livello delle perdite è invece aumentato: il 2023 ha raggiunto 28,8 miliardi di euro, mentre nel 2024 i danni sono stati stimati in 8,1 miliardi e nel 2025 in 5,6 miliardi.

Dal rischio al protection gap: quanto è coperto il Paese

La seconda dimensione introdotta dal Natural Risk Forum riguarda la capacità del sistema di assorbire economicamente le conseguenze di un evento. Per questo il NRI viene affiancato al protection gap, cioè alla quota di esposizione o di costi che, in caso di catastrofe, non è coperta da assicurazione e rimane quindi a carico di famiglie, imprese e finanza pubblica.

L’incrocio tra rischio e copertura assicurativa permette di evidenziare le aree nelle quali potrebbe essere maggiore la necessità di interventi per ridurre la vulnerabilità del patrimonio e rafforzare i meccanismi di protezione.

Secondo il quaderno, oggi le imprese assicurative assorbono circa il 20% del costo medio dei danni provocati dalle catastrofi naturali. Con l’introduzione del sistema nazionale di protezione contro i rischi catastrofali per le imprese, questa quota potrebbe arrivare al 30%. La copertura riguarda però le imprese e non il patrimonio residenziale, che continua a presentare un significativo deficit di protezione.

Il dato mette in evidenza un elemento importante: assicurare il rischio non significa eliminarlo, ma trasferirne una parte delle conseguenze economiche. La riduzione del rischio richiede quindi anche interventi sulla vulnerabilità degli edifici e del territorio.

Un indice per orientare prevenzione e investimenti

Il Natural Risk Index non si limita dunque a fotografare la situazione attuale, ma punta a fornire uno strumento utile per orientare le decisioni. La distribuzione geografica e settoriale delle esposizioni permette infatti di individuare le aree nelle quali gli interventi di prevenzione e mitigazione possono assumere maggiore rilevanza economica.

La dimensione del problema emerge anche dalla stima secondo cui un singolo evento capace di provocare perdite superiori all’1% del PIL, pari a circa 20 miliardi di euro, è atteso mediamente ogni 25 anni, corrispondente a una probabilità annua del 4%. Per confronto, il terremoto che colpì l’Emilia-Romagna nel 2012 provocò danni stimati tra 10 e 15 miliardi di euro.

Il messaggio che emerge dallo studio è quindi quello di una gestione del rischio che non si fermi alla fase dell’emergenza. Misurare la pericolosità, conoscere l’esposizione, ridurre la vulnerabilità e colmare il protection gap diventano elementi di una stessa strategia.

In questa prospettiva, il NRI può rappresentare uno strumento per trasformare la valutazione del rischio naturale in una variabile economica leggibile e confrontabile, mettendo in relazione il danno potenziale con il valore degli asset esposti e con la capacità del sistema di assorbirne le conseguenze. La sfida diventa così quella di utilizzare i dati per decidere dove intervenire prima che l’evento si verifichi, spostando progressivamente il baricentro dalla gestione del danno alla prevenzione e all’adattamento.

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