Energy&Strategy Group e School of Management Politecnico di Milano hanno presentato il primo Circular Economy Report 2021. E&S Group ha condotto un’analisi dettagliata per misurare la sensibilità del nostro sistema economico verso il passaggio all’economia circolare. Il 62% delle aziende intervistate ha implementato almeno una pratica di Economia circolare o ha giocato un ruolo di supporto ad altre imprese nelle loro iniziative circolari (10%). Nel restante 38%, il 14% ha già chiara la volontà di adottare almeno una pratica di economia circolare nel prossimo triennio, mentre solo il 24% del totale si è dimostrato indifferente al tema.
Il report coinvolge oltre 150 imprese in 4 macro-settori industriali, “Costruzioni”, opere di ingegneria civile o lavori di costruzione specializzati, “Automotive”, progettazione, costruzione e vendita di veicoli o componenti, “Impiantistica Industriale”, realizzazione di apparecchiature elettriche o macchinari destinati all’industria, e “Resource & Energy Recovery”, recupero e smaltimento di rifiuti biologici, gestione di impianti per la produzione di energia elettrica attraverso biomasse. Per ciascuna impresa, in ciascun settore, si sono investigate le “pratiche” di economia circolare adottate, le barriere incontrate e i driver che invece ne hanno favorito la diffusione.
Il settore “Resource & Energy Recovery” è quello che attualmente si colloca in posizione migliore rispetto agli altri, mentre le aziende dell’“Automotive” appaiono e si percepiscono come maggiormente legate a logiche di tipo lineare all’interno dei propri processi.

Le performance settoriali potrebbero destare un cauto ottimismo. In realtà, proprio le imprese più attive sono le prime a riconoscere che la strada da fare è ancora lunga. A dimostrazione di questa considerazione, il report fotografa l’elenco delle barriere con cui si affaccia le aziende. Le due barriere principali sono l’incertezza governativa e i costi di investimento e le tempestiche di realizzazione dato che si tratta di due fattori esogeni dove la capacità dell’azienda di agire è molto limitata.

I finanziamenti che la transizione verso l’economia circolare porta in dote a livello europeo sono sostanziosi con 454 miliardi di euro di fondi strutturali e di investimento per oltre 500 programmi in tutto il continente, più 183 miliardi, 637 in totale, di cofinanziamenti nazionali da parte degli Stati membri, cui si aggiungono i 26 a carico del bilancio dell’Unione Europea e i 7,5 dell’EIB-European Investment Bank dedicati al fondo europeo per gli investimenti strategici. Inoltre si aggiungono anche i 900 miliardi stanziati dalla Commissione Europea con il cosiddetto Recovery Plan per la transizione ecologica nel prossimo decennio, di cui l’economia circolare è uno dei cardini.
Nello specifico l’Italia, oltre ai 4,24 miliardi di euro per investimenti pubblici stanziati con la Legge di Bilancio 2020 a favore del Green New Deal, in cui rientrano anche interventi di economia circolare, a giugno il MISE ha avviato il finanziamento alle imprese per la riconversione delle attività produttive verso un modello circolare con 157 milioni di euro in finanziamenti agevolati e 62,8 in contributi alla spesa.
Utilizzare al meglio tutto questo denaro è certamente una priorità per il sistema economico. Davide Chiaroni, vicedirettore dell’E&S Group e curatore dell’indagine, commenta: “Con il Circular Economy Report inauguriamo un nuovo filone di ricerca in cui è stato decisivo il contributo delle nostre aziende partner. Capire di cosa realmente si stia parlando è determinante e chiarisce immediatamente che in Italia la vera economia circolare è ancora di là da venire e richiede un tempo e un ammontare di investimenti ben più significativi di quanto oggi sia in campo. La Circular Economy non è la panacea di tutti i mali, la miglior soluzione possibile per ogni settore, ambito di consumo o attore in gioco. E’un percorso lungo e complesso che però occorre intraprendere”.
“Non è quindi una ricetta di austerity, bensì di espansione della domanda, e qui sta la principale differenza con gli altri paradigmi sostenibili. In Italia non c’è ancora un ‘ecosistema’ circolare di player che lavorino insieme e spingano intere filiere tecnologico-produttive verso il nuovo approccio industriale. A mancare sono soprattutto le ‘piattaforme’, ossia gli attori deputati a costituire un bilanciamento tra la domanda e l’offerta di prodotti, materiali o risorse, creando ‘mercati’ che facilitino la circolazione delle risorse all’interno del sistema. La totale assenza di questi attori, salvo sporadici casi ed ancora embrionali, rappresenta una limitazione fortissima”, conclude Chiaroni
