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Crisi idrica

Gestione sostenibile dell’acqua: Acea e Intesa SP presentano accordo e nuovo Osservatorio sul tema

Sostenere la diffusione di una nuova cultura dell’acqua, favorendo gli investimenti necessari per l’adeguamento delle infrastrutture e per l’efficientamento della gestione del settore idrico. È questa la ragione che ha spinto il gruppo Acea e Intesa Sanpaolo a stipulare il primo accordo nazionale per la salvaguardia e la gestione sostenibile dell’acqua nei processi produttivi delle aziende anche in relazione alle misure del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che prevede lo stanziamento di circa 4,4 miliardi di euro per tutelare la risorsa idrica. Un settore, quello idrico, infatti, particolarmente importante per l’economia italiana, dato che il suo fatturato nel 2023 ammonta a 9,4 miliardi  di euro, ovvero lo 0,5% del PIL totale, e dà lavoro a circa 33.000 occupati.

Con l’accordo, la prima Banca italiana e il primo operatore idrico a livello nazionale puntano a sviluppare nuove iniziative sistemiche con soluzioni innovative che hanno l’obiettivo di favorire un uso efficiente della risorsa acqua attraverso forme di advisory tecnologica, insieme ad investimenti per il riuso delle acque depurate all’interno delle cosiddette comunità idriche, con impatti positivi per l’ambiente, i territori e le imprese stesse che potranno stabilizzare il proprio approvvigionamento di acqua. A tal fine Intesa Sanpaolo metterà a disposizione 20 miliardi di euro per supportare le iniziative delle aziende e degli operatori della filiera idrica, nell’ambito del più ampio plafond creditizio di 410 miliardi di euro annunciati dal Ceo Carlo Messina per nuovi finanziamenti a sostegno delle iniziative del PNRR.

“L’accordo cerca di rispondre alla necessità di procedere con l’industrializzazione del settore idrico, che ha bisogno di capitali – ed è qui che si inserisce l’importanza di Intesa – e di expertise – rappresentata in questo caso da Acea”, ha evidenziato Alessandro Leto, senior advisor di Acea. 

L’Osservatorio congiunto di Acea e Intesa sul tema dell’acqua

La cooperazione dei due gruppi, oltre ad aver dato vita all’accordo, ha anche creato le basi per la nascita di un Osservatorio congiunto, che ha appena pubblicato il suo primo rapporto. Al centro dello studio, il tema del riuso, uno strumento importante per far fronte alla crisi idrica che interessa tutto il mondo. Eppure, ancora poco utilizzato: in Europa solo il 2,4% delle acque reflue urbane trattate è soggetto a riuso. E in Italia, nonostante sia uno dei Paesi che ricorre al riuso, solo il 4% delle acque reflue trattate viene riutilizzato. 

L’utilizzo agricolo indiretto, ovvero quello che si avvale di preesistenti canali irrigui, risulta essere la pratica più diffusa, mentre l’attenzione delle imprese a un uso efficace ed efficiente della risorsa idrica è ancora limitata. I dati del Censimento permanente indicano che tecniche di riutilizzo della risorsa risultano diffuse solo al 5,4% delle imprese. A livello territoriale particolarmente virtuose risultano le imprese del Sud, che da più tempo si trovano in una situazione di scarsità della risorsa (in particolare in Puglia, Sicilia e Sardegna) e si sono quindi attrezzate con tecniche di riciclo.

L’implementazione del riutilizzo su larga scala può rispondere in maniera considerevole alla domanda idricariducendo il prelievo di risorse idriche naturali superficiali e sotterranee e migliorando le situazioni di stress idrico. Secondo il Joint Research Center, sottolinea Laura Campanini della Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e responsabile del rapporto dell’Osservatorio congiunto, il riutilizzo dell’acqua potrebbe contribuire per l’Italia a circa il 45% della domanda di irrigazione, a fronte di investimenti per adeguare gli impianti di depurazione e realizzare nuove opere. 

“Le opportunità del riuso sono notevoli”, ha proseguito Campanini, “In Italia, l’ARERA ha rilevato che, nel 2021, il 21% del volume complessivamente depurato avrebbe potuto essere impiegato per il riutilizzo, a parità di dotazioni impiantistiche e tecnologiche. Il potenziale potrebbe essere superiore a fronte di un ampiamento della capacità di depurazione di qualità elevata”. 

Le barriere alla diffusione del riuso dell’acqua

Secondo la ricerca dell’Osservatorio, le ragioni per cui buona parte dei reflui non viene valorizzata sono legate alla complessità del quadro normativo e regolamentare, alla convenienza economica/tariffaria e all’attuale dotazione impiantistica

In primo luogo, dal punto di vista normativo, il quadro risulta frammentato e complesso. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei ad aver adottato una normativa specifica sul riutilizzo fin dal 2003, ma i criteri previsti risultano fra i più stringenti nel panorama europeo, limitando di fatto la diffusione del riciclo di acqua. Il Regolamento europeo 741 del 2020 ha poi definito e uniformato a livello europeo le prescrizioni minime per il riutilizzo dell’acqua in agricoltura. In attesa del DPR di attuazione del Regolamento comunitario nel quadro normativo nazionale, il decreto italiano del 2003 risulta ancora in vigore per scopi diversi dall’agricolo mentre, per gli usi irrigui, il Decreto Siccità del 2023 ha previsto la possibilità di introdurre schemi di riutilizzo applicando il Regolamento Europeo del 2000 e bypassando, in questo modo, la ben più stringente normativa nazionale. 

Fino al Regolamento del 2020, viene sottolineato nello studio, l’assenza di criteri e metodologie comuni a livello europeo ha comportato anche una insufficiente chiarezza nella gestione dei rischi sanitari e ambientali, dalla quale è scaturita una mancanza di fiducia nei confronti delle pratiche relative al riutilizzo delle acque. “Il tema del consenso rimane centrale e richiede interventi ad hoc per superare la sfiducia nella qualità dell’acqua riciclata”, ha evidenziato Campanini.

L’assenza di interventi infrastrutturali sui depuratori e di investimenti adeguati, per cui l’acccordo di Acea e Intesa si propone di individuare soluzioni, rientrano tra gli ostacoli principali che frenano lo sviluppo del riuso delle acque reflue. Un’ulteriore criticità è legata al fatto che il riutilizzo è più complicato rispetto all’uso di risorse convenzionali ed è più costoso. In generale, i ricavi attualmente riconosciuti non incentivano la scelta di investimento a favore degli interventi per il riuso. “Il metodo tariffario approvato dall’ARERA per il periodo 2024-29 e l’aggiornamento della qualità tecnica vanno nella direzione auspicata, prevendendo due nuovi criteri che introducono elementi di premialità per i gestori che riutilizzano la risorsa”, ha aggiunto Campanini.

Un altro aspetto riscontrato dalla ricerca dell’Osservatorio che va considerato fra le barriere al riutilizzo è rappresentato dalla frammentazione gestionale e dalle ridotte dimensioni, in media, degli impianti di depurazione. L’elevata frammentarietà dei sistemi fognario-depurativi, legata non solo a particolari conformazioni del territorio ma, anche e soprattutto, alla presenza di una moltitudine di gestioni di piccole dimensioni, non sempre consente, infatti, il conseguimento delle necessarie economie di scala. Infine, è opportuno valutare con attenzione il fatto che, per il riutilizzo della risorsa, è necessario incrociare domanda e offerta a livello locale: il riuso delle acque reflue può essere agevolato valutandone la localizzazione, la stagionalità degli usi e la disponibilità all’utilizzazione da parte degli utenti. 

Da questo punto di vista, secondo i ricercatori dell’Osservatorio, la specifica organizzazione produttiva italiana, basata sui distretti industriali può offrire dei vantaggi anche negli aspetti connessi alla gestione della risorsa idrica. In diverse realtà distrettuali, gli obblighi di depurazione dei reflui sono stati, infatti, affrontati in modo comune creando significative sinergie ed economie di scala e aprendo la possibilità a una maggiore possibilità di riutilizzo della risorsa. Una survey interna condotta presso la rete commerciale di Intesa Sanpaolo ha permesso di evidenziare che, all’interno dei distretti industriali, risulta esserci maggior sensibilità verso il riciclo e riutilizzo dell’acqua rispetto alle aree non distrettuali: in particolare, nei distretti dell’agro-alimentare oltre il 21% di gestori indica che le imprese clienti hanno intrapreso azioni per il riciclo/riutilizzo di acqua (mentre le percentuali sono di poco superiori al 16% per le imprese agro-alimentari non distrettuali).

Oltre al settore industriale, per incentivare il riuso a vasta scala è necessario prestare attenzione anche agli usi agricolo e civile, come nei progetti del gruppo Acea di Fregene e Cobis, a Roma e provincia. Il primo è allo stato progettuale e prevede la realizzazione di un’infrastruttura di collegamento tra un depuratore e un canale irriguo, per destinare l’acqua depurata alla coltivazione. Il secondo è già attivo e, mediante il collegamento alla principale infrastruttura acquedottistica a servizio della rete idrica non potabile della città di Roma, consente di fornire acqua per innaffiamento di giardini pubblici e per servizi ad altre utenze (e.g. fontane monumentali, lavaggio mezzi) di proprietà della Città Metropolitana.

Incentivare la nuova cultura dell’acqua

Oltre che sulle barriere e sulle relative proposte strutturali per la diffusione del riuso, è necessario lavorare anche su una nuova cultura dell’acqua, avviando processi di stakeholder engagement e promuovendo campagne di comunicazione e formazione su rischi (pochi o nulli) e benefici (molti) derivanti dal riutilizzo. 

“La collaborazione con ACEA, oltre alla nostra disponibilità di credito da 20 miliardi per gli investimenti, stimola una nuova cultura della responsabilità – industriale, economica e personale di ciascuno – per un uso sostenibile ma soprattutto per il riuso delle risorse idriche, superando la logica della gestione emergenziale verso una prospettiva di riduzione degli sprechi e circolare”, ha sottolineato Stefano Barrese, responsabile Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo, “È nostro comune obiettivo attivare tutti gli investimenti e le leve possibili per efficientare presto le infrastrutture idriche del Paese, incentivare processi produttivi in logica circolare e sostenibile, favorire le comunità idriche”.

Da sx a dx: Stefano barese, Fabrizio Palermo e Mauro Micillo

“L’accordo sottoscritto oggi segna un ulteriore passo verso la crescita e lo sviluppo sostenibile di un settore fondamentale per il nostro tessuto industriale e la collettività. Settore che entro il 2030 avrà bisogno di 6,7 trilioni di dollari di investimenti a livello globale”, ha aggiunto Mauro Micillo, responsabile Divisione IMI Corporate & Investment Banking Intesa Sanpaolo, “Chi investe in infrastrutture dedicate al settore idrico ha dimostrato un interesse crescente, anche nel nostro Paese. Gli investimenti, infatti, sono aumentati del 15% nel 2021, con un incremento previsto del 10% annuo fino al 2025, soprattutto grazie a progetti di modernizzazione delle infrastrutture e dall’adozione di tecnologie digitali e sostenibili. La nostra Divisione è in grado di garantire un elevato grado di specializzazione e di personalizzazione alle aziende e alle utilities del settore che intendono promuovere investimenti green, circular e digitali per una gestione efficiente e sostenibile dell’intera filiera, così da attrarre anche fondi internazionali. Ciò si è realizzato anche grazie alla collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, che ha visto Intesa Sanpaolo partecipare a operazioni di finanziamento strutturati in risposta alle specifiche criticità riscontrate sul territorio. Per le PMI italiane, infine, l’impegno della Divisione IMI CIB, in questo caso a supporto della attività della Divisione Banca dei Territori, si è concretizzato sia con progetti dedicati alle filiere, sia tramite un’apposita unità dedicata al sostegno delle nostre mid cap per ideare soluzioni di Investment Banking, Finanza Strutturata e Capital Markets, in funzione delle specifiche necessità del cliente”.

“L’accordo siglato oggi”, ha concluso Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Acea, “tra il primo operatore idrico e la prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, darà una forte spinta strategica a tutto il nostro sistema produttivo con ricadute positive sulla crescita economica del Paese, considerato che le risorse idriche abilitano il 40% del Pil nazionale. Crediamo che questo accordo possa rappresentare una modalità particolarmente efficace per sostenere le imprese sia da un punto di vista finanziario che industriale.  Acea, infatti, metterà a disposizione le sue professionalità e le sue competenze per una gestione dell’acqua più efficiente e più sostenibile all’interno delle filiere produttive, alla luce della consolidata esperienza e del primato acquisito nell’intero ciclo idrico: dalla captazione all’adduzione fino alla depurazione”.

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