Cambiamenti climatici

Candriam, come allineare gli investimenti ai parametri stabiliti nell’Accordo di Parigi?

I traguardi della “carbon neutrality” e del rispetto dell’Accordo di Parigi, sebbene temi a lungo dibattuti, destano ancora grandi incertezze sul come si possano essere effettivamente raggiungere. Il talk organizzato da Candriam dal titolo “How to align investments with the Paris Agreement?” cerca di capire, con l’aiuto di David Czupryna, Head of ESG Development di Candriam, di Jean-Marc Jancovici co-fondatore e socio della società di consulenza Carbone 4 e di Jean-Yves Wilmotte Head of Finance Unit di Carbone 4, cosa significhi per un continente come l’Europa diventare “carbon neutral” e come adattare i portafogli a tale obiettivo, anche sfatando alcune convinzioni a volte non basate su dati scientifici.

Le emissioni di anidride carbonica accumulate negli ultimi decenni nell’atmosfera, fanno già vedere le prime conseguenze sul clima. E purtroppo non è ancora chiaro alla maggior parte delle persone che non esiste un sistema per fare “pulizia” della Co2 nell’atmosfera e anche la portata dei sistemi di stoccaggio è in parte sovrastimata. Ognuno deve quindi fare il proprio sforzo per non arrivare a un punto di non ritorno. Ad iniziare dalle stesse società, che devono monitorare le proprie emissioni per arrivare al Net Zero entro il 2050. E anche il mondo della finanza è chiamato all’appello. “Comprendere questo processo richiede tempo e denaro”, osserva Jancovici, che oltre al ruolo in Carbone 4 è presidente fondatore del think-tank The Shift Project, “e un’azienda nel settore finanziario che non si dedichi a capire i processi a sviluppare le metriche e a formare le persone, investendo almeno il 5% della spesa IT in questo processo non sta affrontando seriamente la questione”.

“Per diventare carbon neutral entro il 2050 dovremmo diminuire le emissioni di un 5 % ogni anno. Questa cifra, apparentemente, potrebbe sembrare abbastanza piccola da potere essere effettivamente raggiungibile” spiega Jancovici, “ma, tale percentuale, coincide con la riduzione registrata nel 2020, anno contraddistinto dalla pandemia che ha costretto a una chiusura forzata per diversi mesi tutte le più grandi economie mondiali. Sarebbe come dire che per rispettare tale obiettivo dovremmo avere le stesse chiusure delle attività che quelle registrate durante una pandemia per ogni anno fino al 2050”.

Il punto centrale della questione è, infatti, che l’energiaè alla base di tutti i nostri processi produttivi e riuscire a centrare l’obiettivo di decarbonizzazione mantenendo inalterato il Pil è una sfida quanto meno ardua.

Il passaggio alla produzione di energia senza emissioni di carbonio nell’atmosfera non è dietro l’angolo. Per far fronte al costante peggioramento della situazione, dovremmo aumentare l’utilizzo di energia proveniente da fonti rinnovabili, quali per esempio l’eolico e il solare. Bisogna però considerare che la nostra economia per produrre energia si fonda per l’80% su fonti fossili, mentre la fonte rinnovabile con più peso nel computo totale è sorprendentemente l’energia prodotta da centrali idroelettriche con il 5%, invece, nonostante se ne parli molto, l’eolico e il solare pesano solo per il 2% e l’1%. Questi dati forniscono un’idea, per quanto essa possa sembrare generale e semplicistica, dell’entità del problema.

“Anche nel caso in cui si volessero sostituire le macchine, che funzionano con combustibili fossili, non basterebbe il capitale umano per sopperire a tutta la produzione derivante dall’utilizzo delle macchine e anche la strada delle limitazioni”, rileva Jancovici, “non sarebbe una decisione accolta a cuor leggero da tutti”.

Inoltre il divario in termini di efficienza tra rinnovabili e combustibili fossili rimane sostanziale, basti pensare che per spostare un auto di 3 metri servono 3 millilitri di benzina oppure 10 metri cubi di aria, il cui sfruttamento sarebbe però condizionato dalla natura variabile del fenomeno meteorologico. La logica conseguenza, ossia lo stoccaggio dell’energia generata per poterla così utilizzare quando se ne ha più bisogno, porterebbe però a uno sfruttamento di metallo per costruire gli accumulatori senza precedenti (1 a 100 è la scala di consumo di metallo relativa a centralizzazione o decentralizzazione della risorsa), evidenziando quindi grossi limiti.

“Per affrontare il problema dovremmo fissare dei limiti alle emissioni, cosa che però è sgradita per le conseguenze che comporta. Non si può sperare in una magica soluzione tecnica”, conclude Jancovici, “per capire come agire e come convogliare i propri investimenti, abbiamo messo a punto un indicatore che calcola “carbon footprint” della propria attività attraverso tutta la catena del valore un esercizio lungo ma che andrebbe fatto in modo sistematico prima di prendere una decisione di investimento. Non c’è una risposta predefinita su settori buoni o meno”,

Ma quando si entra nel tema tecnico di come calcolare le emissioni si incontrano altre sfide. Le emissioni rappresentano un parametro difficile da misurare e valutare soprattutto nel caso delle emissioni Scope 3. Esse rappresentano circa il 95% del totale di cui 20% emissioni upstream e 75% downstream. La vastità delle aree in cui questo tipo di emissioni rientra, le rende difficile da calcolare e questo si riflette molto spesso in una mancanza di dati riportati dalle società. Pochissime forniscono i dati sulle emissioni Scope 3 e soltanto quelle di grandi dimensioni riportano le Scope 1 e 2, le società più piccole invece sono ancora molto indietro sulle attività di monitoraggio penalizzate dal fatto che queste pratiche impongono anche costi ulteriori per l’impresa. “La Francia, da questo punto di vista”, fa notare Wilmotte specialista di Carbon 4 e membro del Technical Expert Group on Sustainable Finance of the European Commission, “è l’unica nazione al mondo a prevedere l’obbligo di reporting delle emissioni comprese le Scope 3”.

Per avere un giudizio su un’azienda occorre non solo guardare le emissioni passate, ma bisogna cercare di capire la proiezione di quelle future, analizzando le dichiarazioni, ma anche gli investimenti e le strategie per capire se il management è in grado di trasformare l’azienda. Le logiche di misurazione e calcolo delle emissioni già complesse vanno ad essere ulteriormente complicate una volta che devono essere considerate all’interno di un portafoglio. Per ovviare a questo problema solitamente si costruisce un portafoglio benchmark, tarato per raggiungere il target desiderato, che fornisce un riferimento e un metro a cui paragonare il portafoglio cosicchè si possa dare comunque un giudizio sulla aderenza dello stesso agli obiettivi futuri. “In questo modo possiamo capire se le emissioni del portafoglio sono in linea con un innalzamento della temperatura di 1,5C° come vogliono gli Accordi di Parigi oppure 2C° o superiore” conclude Wilmotte.