Mentre la COP30 entra nel vivo a Belém, in un contesto segnato dall’assenza di Stati Uniti, Cina e Russia, i tre maggiori emettitori globali, cresce il dibattito sull’efficacia del processo multilaterale. Le tensioni geopolitiche, i ritardi nell’attuazione degli impegni e l’accelerazione degli impatti fisici hanno spinto molti osservatori a chiedersi se la Conferenza delle Parti sia ancora uno strumento utile.
Per comprendere cosa stia realmente emergendo a Belém e quali implicazioni concrete questa COP possa avere per governi, corporate e investitori, ESGnews ha intervistato Allegra Ianiri, Research Analyst di MainStreet Partners, che analizza perché, nonostante i suoi limiti, la COP resta un pilastro della governance climatica globale e come COP30 stia segnando un passaggio decisivo dall’ambizione alla concretezza.
Mentre è in atto la COP30 a Belém in assenza di Stati Uniti, Cina e Russia, i maggiori inquinatori del mondo, alcuni si chiedono se quello della Conferenza delle Parti sia ancora uno strumento utile. Qual è la posizione di MainStreet Partners?
La nostra posizione è chiara: nonostante limiti evidenti, le COP restano uno strumento indispensabile. Il motivo è strutturale. Mettere d’accordo 198 Paesi con priorità, livelli di sviluppo e responsabilità storiche profondamente diversi significa, per definizione, avanzare a piccoli passi. Ma nessun altro foro multilaterale permette a governi, imprese e società civile di confrontarsi, definire regole comuni e coordinare la transizione climatica a livello globale.
La prova è nei numeri: rispetto al 2015, le proiezioni sulle temperature globali si sono abbassate, segno che il quadro multilaterale ha avuto un impatto reale, pur insufficiente a colmare il divario rispetto agli obiettivi climatici.
In che cosa COP30 rappresenta un punto di svolta rispetto alle conferenze precedenti?
COP30 promette un cambio di fase: meno enfasi su nuovi impegni e più attenzione alla loro attuazione concreta, attraverso regolazione, investimenti e allocazione del capitale.
La conferenza ha anche un forte valore simbolico: celebra il decennale dell’Accordo di Parigi e riporta i negoziati in Brasile, culla dell’UNFCCC nel 1992. L’ambientazione amazzonica orienta inevitabilmente il dibattito verso natura, foreste, biodiversità e bioeconomia.
Con la scadenza della presentazione dei nuovi NDC (Nationally Determined Contributions, i contributi alla riduzione delle emissioni determinati a livello nazionale), Belém diventa un banco di prova per verificare se le promesse di questi anni si stiano traducendo in progressi misurabili e quali correzioni di rotta siano necessarie.
Quali saranno le principali priorità dei Paesi partecipanti a COP30?
COP30 è chiaramente costruita attorno al tema dell’implementazione, declinata su tre livelli. Un livello nazionale legato all’aggiornamento degli NDC e all’allineamento tra obiettivi climatici, politiche industriali e strumenti fiscali e regolatori. Un livello subnazionale che vede città e regioni centrali nell’attuazione del cambiamenti sotto diversi fronti come edilizia, raffrescamento, trasporti, housing, resilienza locale. Infine un livello finanziario che riguarda la costruzione di una roadmap credibile sulla finanza climatica tra Baku e Belém, chiarendo il ruolo di capitale pubblico, privato e concessional, soprattutto nei mercati emergenti.
A livello politico, invece, circolano indiscrezioni su una possibile nuova dichiarazione di alto profilo sul tema della transizione, con forte partecipazione della leadership BRICS ma è prematuro anticiparne portata e contenuti.
Quali sono i temi chiave che domineranno l’agenda del 2025?
I temi principali sono quattro: adattamento e resilienza, biodiversità, natura e uso del suolo, sicurezza idrica e resilienza sistemica e trasformazione digitale e AI.
Adattamento e resilienza è il tema dominante: il divario tra bisogni e finanziamenti cresce, mentre gli impatti fisici si intensificano. I negoziati ruotano attorno all’operatività del Global Goal on Adaptation, alla definizione di indicatori e a un nuovo target finanziario post-Glasgow.
Per quanto riguarda biodiversità, natura e uso del suolo, il contesto amazzonico rafforza l’idea che la natura non sia solo da proteggere ma un asset economico essenziale per la stabilità climatica. Le iniziative includono meccanismi di protezione forestale, programmi di ripristino dei terreni e modelli che integrano agricoltura, protezione sociale e resilienza rurale.
L’acqua emerge poi come uno dei temi più rilevanti dell’intera COP. Non è solo un’urgenza di adattamento ma un rischio sistemico per economia e supply chain. Si discute di infrastrutture idriche resilienti, governance dei bacini e integrazione del rischio idrico nelle valutazioni finanziarie e corporate.
Infine, la digitalizzazione viene presentata come abilitatore chiave per adattamento, risposta ai disastri, modellizzazione climatica e early warning. Parallelamente, cresce l’attenzione per le emissioni del settore ICT e per l’impatto ambientale dei rifiuti elettronici.
È possibile prevedere già sin d’ora alcuni risultati della conferenza?
È troppo presto per definire i risultati finali ma i segnali iniziali indicano tre direzioni: maggiore slancio politico e rafforzamento della leadership regionale. ruolo crescente di città e amministrazioni locali, accelerazione delle soluzioni digitali e data-driven per il clima.
Quali sono le implicazioni immediate per regolamentazione e strategie di portafoglio?
Già i primi giorni di COP30 hanno delineato implicazioni tangibili per regolamentazione, strategie di portafoglio e gestione del rischio. Gli impegni nazionali stanno diventando regolamentazione locale: codici edilizi, criteri di procurement, standard per raffrescamento e resilienza termica, requisiti su materiali, gestione idrica e rifiuti. Questi elementi influenzeranno direttamente le future pipeline di progetti.
Quali sono quindi per lei le opportunità e quali i rischi nei settori chiave della transizione?
Tra le opportunità citerei le infrastrutture urbane resilienti (edifici, housing, trasporti, raffrescamento), le soluzioni digitali e AI per adattamento e risk analytics, le tecnologie idriche e sanitarie resilienti, agritech e soluzioni per la resilienza dei piccoli produttori, i sistemi circular waste e riduzione del metano e tutto ciò che concerne grid, storage ed espansione delle reti elettriche.
Mentre i rischi riguardano le pressioni regolatorie crescenti sugli asset digitali ad alta intensità energetica, le aspettative più stringenti su cooling, metano e rifiuti e la maggiore attenzione a consumo idrico, uso del suolo e supply chain sensibili.
Quale nuova direzione sta emergendo dal confronto tra asset owner e corporate leader alla COP30 in termini di responsabilità fiduciaria e strategie di transizione?
Dal confronto tra asset owner e corporate leader a COP30 sta emergendo una direzione molto chiara. Si sta lavorando alla definizione di un set condiviso di soluzioni per la transizione, che includono mitigazione, adattamento e natura, e all’identificazione di geografie prioritarie, in particolare nei mercati emergenti dove il contesto regolatorio sta migliorando. Parallelamente, si sta consolidando una visione comune del dovere fiduciario nell’era del rischio climatico, che richiede di integrare in modo strutturale questi elementi nelle strategie di investimento. L’obiettivo è arrivare a un documento congiunto da presentare ai Ministri delle Finanze, contribuendo alla definizione dell’Agenda Globale per l’Azione Climatica dei prossimi cinque anni. Il segnale che emerge è netto: allineare i portafogli a una transizione credibile e giusta non è più una scelta valoriale, ma una componente sempre più centrale della responsabilità fiduciaria.
Cosa possono trarre quindi dalla COP30 decisori e investitori?
COP30 non risolverà le tensioni politiche globali né colmerà il divario verso 1,5°C da sola. Ma segna l’inizio di una nuova fase della governance climatica: meno narrativa, più implementazione; meno promessa, più delivery.
Per gli investitori, il messaggio è duplice: il rischio climatico sta rapidamente diventando rischio finanziario e le opportunità di investimento in infrastrutture, adattamento e soluzioni digitali stanno accelerando.
Belém potrebbe dunque rivelarsi non solo una conferenza di transizione ma il momento in cui la finanza internazionale inizia davvero a rispondere alla sfida dell’attuazione.
