COP30

Dal 10 al 21 novembre

Al via la COP30 a Belém, le attese degli investitori tra ambizioni globali e realismo climatico

Al via oggi, fino al 21 novembre, la COP30, la conferenza annuale che riunisce le parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), tra cui l’Unione Europea e tutti i suoi Stati membri. L’edizione di quest’anno, ospitata dal Brasile a Belém, segna un duplice anniversario: vent’anni dall’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto e dieci anni dall’adozione dell’Accordo di Parigi. In totale, la Convenzione conta 198 parti, 197 Paesi più l’UE, che si confronteranno su sei pilastri chiave indicati dalla presidenza brasiliana:

  • transizione delle fonti di energia, dell’industria e dei trasporti;
  • gestione sostenibile di foreste, oceani e biodiversità;
  • trasformazione dell’agricoltura e dei sistemi alimentari;
  • rafforzamento della resilienza di città, infrastrutture e risorse idriche;
  • promozione dello sviluppo umano e sociale;
  • attivazione di fattori abilitanti in ambito finanziario, tecnologico e di capacity building.

A dieci anni dall’Accordo di Parigi, la COP30 di Belém rappresenta un momento di riflessione più che di rivoluzione. Tra ambizioni disattese e nuove sfide geopolitiche, la conferenza sembra destinata a produrre risultati incrementali piuttosto che trasformativi. Tuttavia, l’attenzione crescente verso il finanziamento climatico nei mercati emergenti, l’adattamento e la resilienza offre segnali di un cambio di paradigma più pragmatico, in cui la transizione sostenibile si intreccia con la stabilità economica e la sicurezza energetica.

In un contesto segnato dalla politicizzazione dei temi ESG e da approcci nazionali eterogenei, il dibattito si sposta dal “quanto” al “come”: come finanziare la decarbonizzazione, come rendere credibile l’impegno net-zero e come trasformare l’urgenza climatica in opportunità di investimento e innovazione. Dai meccanismi di carbon pricing alla mobilitazione di capitali privati, fino al ruolo del settore privato e del Private Equity, la COP30 può ancora fungere da catalizzatore di un’azione concreta, purché la cooperazione internazionale riesca a superare divisioni politiche e lentezze strutturali.

Per fare il punto della situazione in apertura dei lavori riportiamo i contributi Marie Lassegnore, CFA, Head of Financial and ESG Analysis e membro del Comitato Esecutivo di Crédit Mutuel AM, Kofi Mbuk, PhD, Climate and Environmental Research Lead, Sustainability, Allspring, Henrietta Pacquement, CFA, Portfolio Manager, Fixed Income COO and head of Sustainability, Allspring e Lloyd McAllister, Head of Sustainable Investment di Carmignac che, da prospettive differenti, aiutano a comprendere le priorità, le sfide e le opportunità che caratterizzano questa nuova edizione della conferenza ONU sul clima.

COP 30: tra ambizioni climatiche e politicizzazione dei temi ESG

In vista della COP30, numerose ricerche hanno valutato i progressi compiuti dalla firma dell’Accordo di Parigi. Sebbene tali risultati siano innegabili, rimane incerto il possibile impatto di nuove ambizioni nazionali. In questo contesto, sorge quindi spontanea una domanda: cosa possiamo, o dovremmo, aspettarci da questa trentesima edizione? A rispondere a questa domanda è Marie Lassegnore, CFA, Head of Financial and ESG Analysis e membro del Comitato Esecutivo di Crédit Mutuel AM.

Strumentalizzazione politica delle tematiche climatiche

Marie Lassegnore, Crédit Mutuel AM.

Le nostre contraddizioni civiche collettive ci impediscono di accelerare le azioni necessarie per la transizione e l’adattamento. Sebbene nel 2024 l’89% della popolazione mondiale si sia espresso a sostegno di politiche climatiche più incisive, metà degli elettori globali ha scelto leader o partiti politici scettici nei confronti delle tematiche ambientali, sociali e di governance (ESG), per convinzione o per opportunismo.

La politicizzazione delle questioni climatiche non ha alcuna legittimità nei negoziati della COP, che restano l’unica piattaforma in grado di promuovere un’azione globale coordinata e coerente per la transizione e l’adattamento. Sebbene quasi un terzo dei Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi non abbia ancora presentato l’aggiornamento dei propri Piani Nazionali di Decarbonizzazione al 2030, gli sforzi già compiuti hanno ridotto le proiezioni di riscaldamento entro fine secolo da +4°C a +2,7°C. La direzione è incoraggiante, ma ora risulta essenziale sbloccare i meccanismi di finanziamento per consolidare questa traiettoria. In questo scenario, la mobilitazione annuale di 1.300 miliardi di dollari entro il 2035 a sostegno dei finanziamenti per la transizione e l’adattamento climatico rappresenterà un elemento centrale della COP30.

Le imprese agiscono in silenzio

Nonostante la politicizzazione delle tematiche climatiche ed ESG, i cambiamenti normativi e l’incertezza sui prezzi abbiano influenzato la comunicazione della sostenibilità aziendale, le imprese continuano a rispettare i propri impegni. Nel 2025, negli Stati Uniti si è registrato un aumento del 9% delle aziende che si sono prefissate obiettivi di neutralità climatica, nonostante il contesto politico interno; inoltre, l’85% delle imprese appartenenti ai settori della supply chain monitorati dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) ha intensificato o mantenuto i propri sforzi in materia di sostenibilità anche dopo l’uscita del Paese dall’Accordo di Parigi.

Secondo uno studio del 2025 del Global Compact delle Nazioni Unite e Accenture, l’88% dei responsabili d’azienda ritiene che oggi il valore economico della sostenibilità sia più solido rispetto a cinque anni fa. Tuttavia, solo la metà si dichiara a proprio agio nel comunicare pubblicamente i progressi compiuti, considerato l’attuale contesto politico.

Private Equity: l’investimento sostenibile come motore di performance

La politicizzazione delle tematiche ESG tende a far apparire gli investimenti in determinate tecnologie, essenziali per la transizione e l’adattamento, come privi di logica economica. Tuttavia, i dati indicano che gli sforzi di decarbonizzazione delle aziende detenute dai fondi di Private Equity generino performance superiori rispetto alle controparti quotate.

Un recente studio del Boston Consulting Group, basato su un campione di 9.000 aziende detenute da oltre 300 fondi di Private Equity, ha evidenziato che gli interventi su diversità e decarbonizzazione hanno prodotto una crescita media dell’EBITDA pari al 4% negli Stati Uniti e al 7% in Europa, su un periodo medio in portafoglio di quattro anni. Il tutto, riducendo le emissioni Scope 1 e 2 cinque volte più rapidamente rispetto alle società quotate.

Queste performance si spiegano con un migliore allineamento degli interessi, reso possibile dall’orizzonte temporale medio-lungo tipico del Private Equity, che impegna il capitale per periodi estesi. Gli investitori hanno così potuto supportare le aziende nell’attuazione di strategie di decarbonizzazione a breve termine, come l’adozione di energia elettrica verde, perseguendo al contempo la creazione di valore economico.

L’impatto negativo del cambiamento climatico è già osservabile e il 45% dei 2.000 responsabili d’azienda intervistati in uno studio Deloitte lo considera una delle tre sfide principali per le aziende, insieme all’adozione di nuove tecnologie e all’intelligenza artificiale.

La rotta è tracciata, le azioni sono state avviate ma, poiché l’adattamento sarà inevitabile, è fondamentale che avvenga in modo ordinato anziché caotico.

Prospettive degli investitori prima della COP30: temi chiave per Belém. 

Secondo Kofi Mbuk, PhD, Climate and Environmental Research Lead, Sustainability, Allspring ed Henrietta Pacquement, CFA, Portfolio Manager, Fixed Income COO and head of Sustainability, Allspring, la 30° Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite porterà probabilmente a risultati marginali piuttosto che a progressi trasformativi, poiché la maggior parte dei paesi è ancora in ritardo rispetto all’Accordo di Parigi e ai percorsi per l’azzeramento delle emissioni nette.

Ma cosa ci attendiamo da questa COP? I finanziamenti per il clima nei mercati emergenti restano ancora la lacuna più grande nel raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi: quindi qualsiasi progresso significativo in questo ambito potrebbe influenzare le prospettive di crescita. È probabile che la politica globale si concentri sull’adattamento e sulla resilienza, influenzando l’affidabilità creditizia dei paesi sovrani e creando nuovi settori investibili in infrastrutture e tecnologia. Infine, il capitale aggiuntivo finanzierà molto probabilmente iniziative nei settori dell’energia, dei trasporti, della decarbonizzazione industriale, dei sistemi idrici, del riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, della resilienza della rete elettrica e dei software per la gestione dei rischi climatici.

Aspettative della conferenza

Henrietta Pacquement, Allspring

È improbabile che la COP30 produca piani di transizione nazionali completi e pronti per ricevere investimenti, poiché la maggior parte dei paesi è ancora in ritardo rispetto all’Accordo di Parigi e l’obiettivo net – zero. Le diverse ambizioni, in particolare da parte dei principali responsabili delle emissioni come Stati Uniti e Cina, nonché i vincoli economici e geopolitici stanno aumentando l’incertezza politica e il rischio di transizione.

I finanziamenti climatici per i mercati emergenti (ME) continuano a rappresentare il divario più grande nel raggiungimento degli obiettivi dell’accordo di Parigi; qualsiasi passo significativo verso la risoluzione di questo ostacolo alla conferenza di Belém potrebbe influenzare le prospettive di crescita.

L’adattamento e la resilienza diventeranno probabilmente il fulcro della politica globale, influenzando l’affidabilità creditizia sovrana e creando nuovi settori investibili nelle infrastrutture e nella tecnologia.

Temi più rilevanti per i mercati dei capitali

La COP30 dovrebbe concentrarsi sul prossimo ciclo di Contributi Nazionali Determinanti (NDC) per il 2035. Questi standard sono al centro dell’Accordo di Parigi e delineano l’impegno climatico di ciascun paese. Tuttavia, la maggior parte dei paesi rimane disallineata rispetto all’Accordo di Parigi e all’obiettivo di azzeramento delle emissioni nette, facendo presupporre che il vertice di quest’anno porterà a risultati marginali piuttosto che a progressi trasformativi. Sebbene ci si aspetti che i governi aggiornino i propri obiettivi e annuncino impegni settoriali, la diversa sensibilità, in particolare da parte dei principali responsabili delle emissioni come Stati Uniti, Cina e Brasile, unita ai vincoli economici e politici interni, significa che pochi saranno in grado di presentare piani di transizione pronti per ricevere investimenti.

I recenti aggiornamenti degli NDC per il 2035 rivelano una modesta ambizione in termini di direzione piuttosto che un cambiamento strutturale. Gli Stati Uniti e il Brasile rimangono fuori strada rispetto alle traiettorie coerenti con l’obiettivo net – zero, e l’obiettivo NDC per il 2035 recentemente annunciato dalla Cina, che prevede una riduzione dal 7% al 10% rispetto al picco delle emissioni del 2023, dimostra questa ambizione limitata, poiché anche la Cina si prevede che non raggiungerà l’obiettivo entro il 2035. Al contrario, il Regno Unito è sulla buona strada per raggiungere il proprio obiettivo NDC per il 2035, riflettendo una maggiore chiarezza politica e credibilità nell’attuazione.

Obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 fissati dal NDC per il 2035 rispetto al 2030.
Fonte: Allspring Global Investments. Dati provenienti da Climate Watch, aggiornati a settembre 2025.

I mercati emergenti domineranno probabilmente il dibattito finanziario a Belém. Secondo una relazione dell’AIE del 2023 entro l’inizio degli anni ’30 i mercati emergenti avranno bisogno di 2,2-2,8 trilioni di dollari all’anno solo per l’energia pulita; attualmente i flussi effettivi ammontano a circa 770 miliardi di dollari all’anno. L’iniziativa finanziaria di Belém, nota anche come Roadmap da Baku a Belém, mira a mobilitare almeno 1,3 trilioni di dollari all’anno entro il 2035 per sostenere l’azione per il clima nei paesi in via di sviluppo. In passato, l’aumento dei capitali nei mercati emergenti si è rivelato una sfida persistente. Diverse iniziative di alto profilo, come il South Africa Just Energy Transition Partnership (JETP), del valore di circa 8,5 miliardi di dollari, un tempo acclamato come modello, ha dovuto fare i conti con erogazioni lente e una partecipazione privata limitata a causa del bilancio debole, dell’elevata esposizione al debito e dei vincoli di rete di Eskom, la società elettrica sudafricana. Altre iniziative JETP fallite guidate dalla COP per mobilitare capitali per i mercati emergenti includono il JETP indonesiano del valore di 20 miliardi di dollari e il JETP vietnamita del valore di 15 miliardi di dollari. Il successo della Roadmap da Baku a Belém dipende dalla capacità di fornire garanzie credibili di prima perdita, sostenute da istituzioni multilaterali come la Banca mondiale, la Banca asiatica di sviluppo o la Banca africana di sviluppo, per proteggere gli investitori dal rischio di insolvenza o di mancato pagamento dei mutuatari, trasferendo di fatto parte del rischio di credito a un’istituzione con un rating più elevato.

Alla COP30, l’adattamento e la resilienza dovrebbero passare da questione secondaria a pilastro centrale dei negoziati. La temperatura globale è già di circa 1,55 °C superiore ai livelli preindustriali (al 2024), mentre la frequenza e la gravità dei disastri legati al clima stanno aumentando. Questi disastri hanno causato perdite economiche cumulate pari a 2.000 miliardi di dollari dal 2010 e, se la tendenza persiste, si prevede che i costi raggiungeranno 1.400 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. I delegati alla COP30 si concentreranno sul potenziamento sia dei finanziamenti sia della governance per la resilienza, in particolare nelle economie vulnerabili in cui gli impatti climatici minacciano la stabilità fiscale. Per i mercati finanziari, l’adattamento non è più un concetto astratto, ma un fattore sempre più concreto che influenza il valore degli asset. Il finanziamento dei progetti di adattamento dovrebbe quindi emergere come punto centrale di discussione alla COP30, sempre più riconosciuto come una classe di attività distinta. Le opportunità di investimento sia per il debito che per il capitale proprio sono destinate ad espandersi in infrastrutture resilienti, sistemi idrici, tecnologia agricola e strumenti legati alle assicurazioni, tutti elementi fondamentali per proteggere la performance degli asset a lungo termine.

Considerazioni per gli investitori

Di seguito alcune considerazioni per gli investitori:

  • Focus settoriale e sovrano: il capitale si concentrerà probabilmente nei settori dell’energia, dei trasporti, della decarbonizzazione industriale, dei sistemi idrici, del riscaldamento, ventilazione e condizionamento dell’aria, della resilienza della rete elettrica e del rischio climatico e software basati sull’intelligenza artificiale. I soggetti sovrani e sub-sovrani che promuovono NDC credibili per il 2035, in particolare il Regno Unito e alcuni paesi dell’Unione Europea, sono nella posizione migliore per attrarre finanziamenti pubblici combinati con capitali privati attraverso garanzie e strutture di condivisione del rischio.
  • Crescita dei finanziamenti per il clima nei mercati emergenti: la Roadmap da Baku a Belém mira a mobilitare almeno 1,3 miliardi di dollari all’anno entro il 2035 attraverso finanziamenti misti. Si prevede l’emissione di obbligazioni verdi, di transizione e di resilienza, in particolare da parte di banche multilaterali di sviluppo, istituzioni finanziarie di sviluppo e tesorerie nazionali che stanno creando canali di finanziamento legati all’adattamento.
  • Opportunità di transizione: Allspring ricerca opportunità di capitale e di credito legate alla transizione verso un’economia net – zero, puntando su aziende con piani di transizione solidi e modelli di business resilienti per cogliere opportunità di crescita a lungo termine. Integriamo le metriche e i rischi climatici nell’analisi degli emittenti e il nostro impegno aperto con le società partecipate (attraverso la stewardship) mira a rafforzare l’allineamento climatico e la resilienza.
  • Collaborazione con i leader climatici: i negoziati internazionali sul clima, come la COP30, influenzano indirettamente l’approccio di Allspring al rischio climatico attraverso gli NDC sovrani e i cambiamenti politici che influenzano il rischio di transizione delle aziende.

A dieci anni da Parigi: la COP30 potrà segnare un altro momento decisivo?

Dieci anni fa, a Parigi accadde qualcosa di epocale. Alla COP21, 195 paesi hanno concordato di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto ai livelli preindustriali. Un cambiamento epocale nella lotta contro il cambiamento climatico, o almeno così si pensava. “È vero, sono stati fatti dei progressi, ma le emissioni continuano comunque ad aumentare” afferma Lloyd McAllister, Head of Sustainable Investment di Carmignac, autrice di questa ultima riflessione, “Con il clima che scivola ai margini delle priorità politiche, aziendali e finanziarie, la COP di quest’anno in Brasile rappresenta un’opportunità per rilanciare il dibattito e dimostrare che la conferenza è più di un semplice rito”.

McAllister sostiene che, oltre ad abbandonare il consueto gergo tecnico delle normative e delle linee guida e a inquadrare i risultati in termini quotidiani, sono quattro gli argomenti chiave che dovrebbero essere affrontati. 

1. L’assenza di mercati e prezzi del carbonio

Riteniamo che la tariffazione del carbonio sia lo strumento più efficace per affrontare il cambiamento climatico. La sua mancata adozione su scala internazionale è probabilmente una delle principali cause per cui le precedenti COP non sono riuscite a ridurre le emissioni in modo significativo. 

Un prezzo globale del carbonio risolverebbe l’incapacità del mercato di incorporare le conseguenze negative dell’inquinamento da gas serra. Internalizzare i costi del cambiamento climatico, si livella il campo di gioco per le fonti energetiche alternative, consentendo così la transizione. 

Sebbene attualmente esistano oltre 80 strumenti di carbon pricing in tutto il mondo, il prezzo medio rimane di soli 19 dollari per tonnellata, ben al di sotto della fascia di 90-300 dollari che riflette adeguatamente i danni causati dai cambiamenti climatici e che farebbe pendere la bilancia a favore delle tecnologie pulite. Inoltre, l’impatto inflazionistico di questi programmi è stato finora limitato, a causa di prezzi ancora troppo bassi e dell’utilizzo di quote gratuite.

Un accordo globale sul prezzo del carbonio metterebbe in evidenza la reale portata dei cambiamenti climatici, favorendo un’azione concreta ed evitando la creazione di un mercato autonomo e di un mosaico di schemi disomogenei e altamente destabilizzanti.

Purtroppo, lo sviluppo di un mercato internazionale del carbon pricing è ancora assente dall’agenda della COP, mentre gli organizzatori continuano a sostenere che si tratti di una competenza esclusivamente nazionale.

2. Opportunità di investimento nell’adattamento 

Con le emissioni in continuo aumento, l’attenzione si sta spostando dalla mitigazione all’adattamento agli impatti dei cambiamenti climatici.  È un quadro che, non senza una certa angoscia, apre a un mercato degli investimenti enorme e in espansione, che secondo le previsioni dovrebbe crescere di dieci volte nei prossimi cinque anni.  

Lloyd McAllister, Carmignac

Gli eventi meteorologici estremi costano già all’economia globale circa 100 miliardi di dollari all’anno, solo in termini di interruzioni dei servizi pubblici. Le stime indicano che entro il 2040 sarà necessario costruire o rinnovare oltre 80 milioni di chilometri di linee elettriche. La siccità, che causa circa 28 miliardi di dollari di perdite all’anno, sta aumentando la domanda di irrigazione a goccia, colture resistenti alla siccità e desalinizzazione. Solo per le infrastrutture idriche saranno necessari investimenti pari a 6,7 trilioni di dollari entro il 2030.

La COP svolge un ruolo importante nel facilitare questa espansione del mercato, formalizzando i progetti richiesti nell’ambito dei Piani nazionali di adattamento (PNACC) a livello nazionale. Ciò fornisce al mercato indicazioni chiare sulle aree in cui sono necessari gli investimenti. Nei prossimi mesi, i paesi pubblicheranno i propri PNACC in linea con la COP, con maggiore trasparenza, dettagli e metriche a livello di progetto. 

Ciò sarà accolto con favore dagli investitori e dai settori interessati, che avranno una maggiore visibilità sulla pipeline dei progetti. 

3. Verso un mercato degli offset più maturo e trasparente

In teoria, gli offset consentono alle aziende di neutralizzare le proprie emissioni investendo in progetti che riducono le emissioni altrove, come una tassa sullo zucchero che compensa scelte non salutari. Ma la reputazione del mercato è stata compromessa da errori di misurazione, prezzi bassi e frodi.

La COP30 può svolgere un ruolo fondamentale nel ripristinare la fiducia, definendo uno standard globale per compensazioni di alta qualità. Con controlli rigorosi, gli offset potrebbero diventare a tutti gli effetti uno strumento legittimo nelle strategie climatiche aziendali.

Ciò è particolarmente rilevante per le grandi aziende tecnologiche, che da tempo sostengono il mercato per conciliare l’ambizioso target del net zero con l’aumento delle emissioni causato dalla crescente adozione dell’IA. 

4. Affrontare il problema delle emissioni di metano

Il metano è il cugino più “fastidioso” del carbonio: resta in atmosfera per meno tempo, ma è molto più potente. 

Il settore energetico ha compiuto progressi nella riduzione delle perdite e del flaring, stimolato dal Global Methane Pledge (Impegno globale sul metano) che mira a ridurre le emissioni del 30% entro il 2030. Eppure, il 40% delle emissioni di metano proviene dall’agricoltura, soprattutto dalla produzione di carne bovina. Si tratta di una questione delicata per il Brasile, Paese ospitante della COP e maggiore esportatore mondiale di carne bovina. 

La Danimarca ha creato un precedente introducendo la prima tassa sul carbonio per il bestiame e la calce agricola, con un’aliquota iniziale di 40 dollari per tonnellata nel 2030 che salirà a oltre 100 dollari entro il 2035. È importante notare che la misura include indennità per proteggere gli agricoltori – una lezione appresa dalle proteste dei gilet gialli in Francia. 

La disponibilità del Brasile a fare concessioni rappresenterà da banco di prova per capire se questa COP riuscirà a passare dalle parole ai fatti.

È vero, la possibilità di raggiungere un accordo simile a quello di Parigi sembra limitata, considerando che il secondo maggior produttore di emissioni al mondo non parteciperà alla discussione. Restiamo però cautamente ottimisti: l’UE e l’Asia continueranno probabilmente a spingere verso la transizione, spinte dal desiderio di passare a un’energia pulita più economica e ridurre la propria dipendenza da altre regioni.

È improbabile che si registri una reazione immediata dei mercati, ma l’auspicio è che la COP30 getti le basi per un cambiamento significativo. 

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