Mentre Milano accende i riflettori sulla stagione primavera estate 2027, la filiera globale della moda registra una continua crescita delle emissioni nonostante gli investimenti in rinnovabili, efficienza e materiali riciclati. Secondo Apparel Impact Institute, per tornare su una traiettoria compatibile con 1,5 °C, servirà quasi dimezzare la carbon footprint entro il 2030.
Al via oggi la Milano Fashion Week che vedrà sfilare in passerella le collezioni primavera estate 2027. Mentre la città meneghina si prepara ad accogliere i nuovi trend dei grandi marchi della moda, la filiera globale arriva all’appuntamento con un dato che mette in discussione il percorso verso il Net Zero. Tra il 2023 e il 2024 le emissioni di gas serra dell’industria dell’abbigliamento sono infatti aumentate del 6,3%, raggiungendo 1,004 miliardi di tonnellate di CO₂ equivalente. È il secondo anno consecutivo di crescita, e porta l’industria del fashion a rappresentare circa l’1,89% delle emissioni globali. A rilevarlo è l’Apparel Impact Institute (Aii) nel rapporto Taking Stock of Progress Against the Roadmap to Net Zero 2026, che analizza le emissioni dell’intera catena del valore dell’abbigliamento sulla base dei dati 2024, gli ultimi disponibili.
L’analisi evidenzia che gli interventi di decarbonizzazione delle imprese, ovvero gli investimenti in energie rinnovabili, efficienza energetica, elettrificazione e materiali riciclati stanno producendo risultati in singole aziende e stabilimenti, ma non sono sufficienti a compensare la crescita dei volumi produttivi.
Stando a quanto rileva lo studio, a spingere verso l’alto la carbon footprint è infatti soprattutto la crescita dei volumi produttivi. La produzione globale di fibre è passata da circa 124 milioni di tonnellate nel 2023 a 132 milioni nel 2024, mentre il poliestere continua a dominare il mix con una quota del 59%. L’aumento dell’utilizzo di fibre rischia così di compensare parte dei risultati ottenuti grazie a efficienza energetica, rinnovabili e materiali a minore impatto.
Per il settore, la distanza dall’obiettivo climatico resta quindi significativa. Secondo Aii, per mantenere una traiettoria compatibile con 1,5 °C, le emissioni dovrebbero essere dimezzate nei prossimi quattro anni rispetto al dato del 2024, ovvero scendere dagli 1,004 miliardi di tonnellate a 489 milioni entro il 2030.
Il nodo è nella produzione: il Tier 2 concentra oltre metà delle emissioni
La distribuzione delle emissioni lungo la filiera aiuta a capire dove intervenire. Il Tier 2, cioè la lavorazione dei materiali tessili, genera circa 512,7 milioni di tonnellate di CO₂e, pari al 51% del totale. Seguono la produzione delle materie prime, Tier 4, con 259,7 milioni di tonnellate, il 26%, il Tier 3, relativo alla trasformazione delle materie prime in filati e altri intermedi, con 146,4 milioni di tonnellate, pari al 14,5%, e infine il Tier 1, la produzione del capo finito, con 85,1 milioni di tonnellate, l’8,5%.

È quindi negli stabilimenti dei fornitori che si concentra una parte decisiva della decarbonizzazione: eliminazione del carbone, elettrificazione dei processi termici, energia rinnovabile ed efficienza energetica. I casi raccolti da Aii mostrano che alcuni interventi sono già in corso. H&M, per esempio, ha ridotto da 118 a 10 gli stabilimenti dei fornitori con caldaie a carbone tra il 2022 e la fine del 2025, puntando al phase-out completo entro la fine del 2026. Ralph Lauren ha invece identificato 80 utilizzatori di carbone nella propria supply chain: 66 sono stati eliminati, mentre 13 risultano inattivi o in fase di dismissione e soltanto uno è ancora attivo. Patagonia sta inoltre finanziando la sostituzione delle caldaie a carbone in Taiwan, con una riduzione attesa di circa 27.500 tonnellate di CO₂e l’anno.
Sul fronte delle rinnovabili, PUMA ha portato nel 2025 al 33% la quota di energia rinnovabile utilizzata nelle proprie fabbriche core, superando il target del 25% e fissando un obiettivo del 40% per il 2030. Burberry ha raggiunto circa il 44% di elettricità rinnovabile presso i fornitori Tier 1 diretti nel FY2025/26, mentre W.L. Gore ha portato la quota di elettricità rinnovabile nella manifattura al 75% nel 2024, dal 44% del 2023. Shenzhou ha superato il 60% di elettricità rinnovabile nel 2024, con dieci stabilimenti alimentati al 100% da rinnovabili e 112,4 MW di capacità solare. Far Eastern New Century ha invece installato impianti solari in 12 siti, combinando produzione propria e acquisto di energia rinnovabile per arrivare a una riduzione stimata di oltre 110.900 tonnellate di CO₂e.
Anche l’elettrificazione del calore sta iniziando a produrre risultati. Epic Group prevede, attraverso pompe di calore ad alta temperatura, di evitare circa 12.500 tonnellate di CO₂ nell’arco della vita degli impianti, mentre una pompa di calore per la generazione di vapore installata da Zhejiang Bangjie in Vietnam dovrebbe evitare circa 6.089 tonnellate di CO₂e all’anno.
Scope 3: i risultati di H&M, Gap, HUGO BOSS e Ralph Lauren e altri brand
Accanto agli interventi negli stabilimenti, il report evidenzia una serie di aziende che stanno ottenendo riduzioni concrete delle emissioni lungo la supply chain. Fast Retailing ha ridotto del 18,6% le emissioni legate ai beni e servizi acquistati tra FY2019 e FY2024 e ha innalzato al 30% il proprio obiettivo per il 2030. Gap ha registrato una riduzione del 20% delle emissioni da beni e servizi acquistati nel FY2025 rispetto al 2017, con un ulteriore calo del 7,4% su base annua. HUGO BOSS ha ridotto del 15% nel 2025 le emissioni associate a beni e servizi acquistati, trasporto e distribuzione upstream rispetto al nuovo anno di riferimento 2024.
Il percorso di Ralph Lauren mostra una riduzione ancora più ampia nel medio periodo: le emissioni Scope 3 sono diminuite del 30,7% tra FY2020 e FY2025, mentre quelle legate ai beni e servizi acquistati sono scese del 9,6% nell’ultimo anno. H&M ha registrato una riduzione del 34,6% delle emissioni Scope 3 tra il 2019 e il 2025, con un calo del 13,6% nell’ultimo anno. Inditex ha invece ridotto del 16% le emissioni legate ai beni e servizi acquistati tra il 2018 e il FY2025, con un calo dell’8% su base annua.
Il report segnala progressi anche tra i produttori. Elevate Textiles ha ridotto del 33,3% le emissioni Scope 1 e 2 tra il 2019 e il 2024, Far Eastern New Century del 34% tra il 2020 e il 2024, MAS Holdings del 24% tra il 2019 e il 2024 e Shenzhou del 16,8% tra il 2020 e il 2024. Sono esempi che dimostrano come la collaborazione tra brand e manifattura possa tradursi in riduzioni misurabili, soprattutto quando gli investimenti vengono accompagnati da obiettivi di lungo periodo.
Materiali riciclati, nuove tecnologie e riciclo tessile: dove la moda può ridurre l’impatto
Progressi si registrano anche nella sostituzione delle fibre vergini. Nel 2025 i materiali riciclati hanno rappresentato il 32% dei materiali utilizzati da H&M Group, rispetto al 5,8% del 2020, arrivando a utilizzare poliestere riciclato per il 100% del proprio poliestere e cotone riciclato per il 12% del cotone. Per Inditex la quota è arrivata al 47%, con il 98% del poliestere e il 21% del cotone riciclati, mentre Lululemon ha portato l’utilizzo di poliestere riciclato al 77% nel 2024, dal 61% dell’anno precedente.
La riduzione dell’impatto passa anche dall’ottimizzazione dei processi. La tecnologia di pattern making basata sull’intelligenza artificiale sviluppata da Synflux, per esempio, può ridurre fino al 15% il consumo di tessuto, mentre la tecnologia di tintura denim di COLOURizd può tagliare del 50% l’energia utilizzata, del 98% l’acqua e del 73% la carbon footprint del processo. Nel riciclo textile-to-textile stanno inoltre emergendo iniziative industriali come Circ, Samsara Eco e Syre, che ha siglato accordi di offtake con diversi grandi operatori, tra cui H&M, Nike, Gap, Target e Houdini.
La sfida per raggiungere il Net Zero
Nonostante questi esempi, la traiettoria complessiva resta lontana dagli obiettivi climatici. Secondo Aii, in uno scenario di crescita “business as usual” le emissioni del settore potrebbero arrivare a 1,277 miliardi di tonnellate nel 2030. Per rispettare una traiettoria compatibile con l’obiettivo di 1,5 °C, invece, il settore dovrebbe scendere dagli 1,004 miliardi di tonnellate del 2024 a 489 milioni di tonnellate entro il 2030: una riduzione del 45% rispetto al 2019.

È questa distanza a rappresentare, secondo l’Apparel Impact Institute, la questione centrale per i prossimi anni. Gli strumenti per intervenire esistono già, ma restano spesso confinati a singoli stabilimenti, aziende o mercati. Aii individua quindi quattro priorità: trasformare gli impegni climatici in progetti concreti a livello di fabbrica, soprattutto nel Tier 2; finanziare e mettere i fornitori nelle condizioni di agire; misurare i risultati per replicare e scalare gli interventi che funzionano; e ottenere riduzioni assolute delle emissioni affrontando contemporaneamente la crescita della produzione.
