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Rapporto ASviS

La sostenibilità conviene alle imprese: il 16% cresce più rapidamente

Le imprese manifatturiere con un alto profilo ESG crescono oltre il 16% in più rispetto a quelle meno impegnate su questi temi, con performance migliori nei settori alimentare, bevande e tabacco, nel tessile-abbigliamento-calzature e nella chimica-farmaceutica. Un dato che conferma come la sostenibilità rappresenti un vantaggio anche economico. È quanto emerge dal “Rapporto di Primavera 2026” dell’ASviS, presentato in occasione dell’apertura del Festival dello Sviluppo Sostenibile presso la sede di Borsa Italiana a Milano.

Nonostante questi segnali positivi, le previsioni elaborate da Prometeia e dall’ASviS indicano che solo 11 obiettivi quantitativi analizzati su 38 sono raggiungibili entro il 2030. Ciò significa che l’Italia rischia di mancare gran parte degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) in ambito economico, sociale, ambientale e istituzionale, soprattutto a causa della carenza di politiche pubbliche coerenti e orientate alla sostenibilità.

“La narrazione dominante vorrebbe la sostenibilità ‘passata di moda’, sacrificata sull’altare della competitività e della difesa”, ha commentato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS. “Invece, i dati dimostrano che è vero esattamente il contrario: le imprese italiane che investono in sostenibilità guadagnano produttività e competitività, mentre la finanza sostenibile continua a crescere, non solo in Europa. La transizione energetica è l’unica strada possibile”.

La sostenibilità conviene

Il Rapporto, che comprende anche i dati dell’Istituto Tagliacarne, evidenzia che tra il 2017 e il 2024 i ricavi sono aumentati del 65% per le imprese High-Esg contro il 55% delle Low-Esg. Anche l’occupazione dipendente mostra un divario significativo (+40% contro +28%), mentre gli investimenti, sia materiali sia immateriali, crescono rispettivamente del 29% e del 167% per le imprese più sostenibili, rispetto al 27% e al 97% delle altre.

Inoltre, in prospettiva, il 42% delle imprese High-ESG prevede un aumento del fatturato nel 2026, contro il 21% di quelle con basso profilo ESG. Il divario risulta ancora più marcato nelle imprese di piccole dimensioni rispetto a quelle medio grandi.

Identikit delle imprese High-ESG

Il Rapporto traccia anche un identikit preciso delle imprese ad alto profilo ESG, mettendo in luce caratteristiche distintive che vanno oltre la sola sostenibilità ambientale. Sul fronte della governance, emerge come il fattore discriminante non sia tanto la proprietà familiare in sé, quanto piuttosto il tipo di management. Nelle imprese familiari guidate direttamente da manager appartenenti alla famiglia si registra infatti una quota più bassa di realtà High-ESG. Al contrario, quando le stesse aziende scelgono manager esterni, la presenza di imprese ad alto livello ESG sale fino al 54%, segnalando il ruolo chiave dell’apertura gestionale.

A questa maggiore apertura manageriale si affianca una forte propensione all’internazionalizzazione. Il legame tra ESG e presenza sui mercati esteri non dipende semplicemente dalla dimensione aziendale, ma riflette una più ampia capacità strategica e organizzativa. Le imprese High-ESG tendono infatti ad adottare una visione competitiva globale, che consente loro di operare in contesti complessi e di rispettare standard elevati sotto il profilo ambientale, sociale e di governance.

Anche sul versante della finanza sostenibile i segnali restano solidi, smentendo le narrazioni di un possibile rallentamento. Gli operatori previdenziali con investimenti sostenibili sono aumentati da 79 a 95 in un solo anno, mentre il 99,7% delle imprese assicurative italiane integra criteri ESG nelle proprie strategie. A livello globale, il patrimonio dei fondi sostenibili ha superato i 3.900 miliardi di dollari, un valore cresciuto di sei volte rispetto al 2018, a conferma di un trend ormai strutturale.

Agenda 2030 a che punto siamo

Nonostante gli evidenti benefici della sostenibilità, l’Italia resta indietro sugli SDGs dell’Agenda 2030. In particolare il peggioramento viene registrato su sei goal su 17: povertà; condizione dei sistemi idrici e sociosanitari; disuguaglianze; condizione degli ecosistemi terrestri; qualità della governance; pratiche di partnership. D’altra parte, sulla base delle tendenze registrate finora e delle previsioni realizzate da Prometeia per questo Rapporto, su 38 Obiettivi quantitativi analizzati 22 non appaiono raggiungibili. Tra questi ultimi si segnalano: la quota di laureati nella popolazione tra 25 e 34 anni (pari al 31,6% nel 2024 e 34,6% nel 2030), il tasso d’occupazione (67,6% nel 2025 e 71,2% nel 2030), il rapporto occupazionale di genere (74,7% nel 2024 e 77,1% nel 2030), la quota di energia da fonti rinnovabili (19,6% nel 2023 e 29,4% nel 2030).

Anche guardando alle previsioni relative ad altri fenomeni per i quali non sono esplicitati obiettivi quantitativi (ad esempio, la speranza di vita, attualmente pari a 83,4 anni nel 2024 sarebbe pari a 83,8 anni nel 2030), l’Italia del 2030 non sarebbe molto diversa da quella attuale e da quella che era nel 2015, quando fu firmata l’Agenda 2030.

E a preoccuparsi del mancato raggiungimento di questi traguardi sono soprattutto i cittadini e le cittadine. Mentre il 90% degli studenti e delle famiglie, nonché l’85% del mondo del business, ritiene “importanti” o “molto importanti” i 17 SDGs, la politica continua a guardare altrove, schiacciata tra crisi energetiche, instabilità geopolitica e carenza di visioni a lungo termine. E la sostenibilità, invece di essere considerata non solo l’unica soluzione possibile ma anche economicamente migliore, è sotto attacco da una parte della società restia a modificare l’assetto economico e politico esistente. 

Non tutto è perduto: le previsioni al 2050

Se la situazione attuale dell’Italia sembra non promettere bene, le prospettive al 2050 aprono però uno spazio di miglioramento.

Le simulazioni del Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici (Cmcc), realizzate con l’ASviS, mostrano che politiche coordinate su decarbonizzazione, innovazione, occupazione e formazione potrebbero cambiare radicalmente lo scenario.

In caso di interventi efficaci, l’indice complessivo ASDI migliorerebbe del 15%, con un aumento del 65% nel pilastro economico, del 3,3% in quello sociale e del 4,4% in quello ambientale.

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