Quando si parla di sostenibilità nel settore alimentare, il pensiero va spesso a prodotti biologici, filiere corte, packaging riciclabili o claim ambientali rivolti al consumatore finale. Sono tutti aspetti importanti, ma oggi raccontano solo una parte del cambiamento in corso.
Per molte aziende agroalimentari italiane, soprattutto quelle che esportano, la sostenibilità sta diventando qualcosa di molto più concreto: un requisito richiesto dai clienti, dai mercati esteri, dalla grande distribuzione, dalle multinazionali del food e da alcuni grandi buyer internazionali.
In altre parole, la sostenibilità non è più soltanto una scelta reputazionale. Sta diventando un fattore di competitività.
Questo vale in modo particolare per il settore alimentare italiano, che ha una forte vocazione all’export. Molti prodotti italiani vengono venduti in mercati europei dove le richieste ESG sono già molto avanzate: Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi e Nord Europa.
Il risultato è semplice: anche aziende che non hanno obblighi diretti di rendicontazione ESG possono trovarsi a dover rispondere a questionari ambientali, richieste sulla carbon footprint, criteri sul packaging o requisiti di tracciabilità imposti dai propri clienti.
Indice
- 1 Cos’è la sostenibilità nel settore alimentare
- 2 Perché la sostenibilità è strategica per l’agroalimentare italiano
- 3 Chi chiede dati ESG ai fornitori del settore food
- 4 Carbon footprint e Scope 3 nel settore alimentare
- 5 Packaging alimentare sostenibile: il secondo grande fronte
- 6 Materie prime, tracciabilità e nuove normative
- 7 La sostenibilità come passaporto commerciale
Cos’è la sostenibilità nel settore alimentare
La sostenibilità nel settore alimentare riguarda l’intero ciclo di vita del prodotto: dalla produzione agricola alla trasformazione industriale, dalla logistica al packaging, dalla distribuzione fino al consumo e alla gestione degli sprechi.
Nel food, infatti, gli impatti ambientali possono nascere in molte fasi diverse: produzione agricola, allevamenti, consumo di acqua, fertilizzanti, energia usata negli stabilimenti, refrigerazione, trasporti, imballaggi e sprechi alimentari.
Per questo motivo, parlare di sostenibilità alimentare non significa soltanto chiedersi se un prodotto sia “green” o meno. Significa capire quali sono i suoi impatti, dove si generano e come possono essere ridotti in modo credibile.
Questo passaggio è fondamentale soprattutto per le aziende B2B. Sempre più spesso, infatti, non è il consumatore finale a chiedere informazioni dettagliate, ma il cliente a valle della filiera: una catena di supermercati, una multinazionale alimentare, un distributore estero, un importatore o un gruppo della ristorazione.
Perché la sostenibilità è strategica per l’agroalimentare italiano
L’agroalimentare italiano è uno dei settori più riconoscibili del Made in Italy. Vino, pasta, conserve, formaggi, caffè, prodotti da forno, oli, salumi e specialità territoriali sono presenti nei mercati internazionali e rappresentano un patrimonio economico e reputazionale per il Paese.
Questa forza, però, espone le imprese italiane anche a nuove richieste.
I Paesi europei verso cui molte aziende esportano sono spesso mercati con criteri ambientali più maturi. Germania, Francia, Paesi Bassi e Paesi nordici, ad esempio, sono mercati in cui grandi buyer, retailer e operatori pubblici o semi-pubblici integrano sempre più spesso criteri ESG nelle proprie politiche di acquisto.
Anche tra i clienti Ollum del settore alimentare, queste richieste arrivano spesso da buyer, distributori, multinazionali e clienti esteri che chiedono dati su emissioni, packaging, filiera e performance ambientali.
Per una PMI alimentare italiana, questo può tradursi in domande molto pratiche: avete calcolato le vostre emissioni? Avete un piano di riduzione della CO₂? Conoscete l’impatto del vostro packaging? Avete dati sui vostri fornitori? Potete fornire informazioni sulla tracciabilità delle materie prime?
Il punto è che la sostenibilità, per molte imprese alimentari, arriverà prima come richiesta commerciale che come obbligo normativo.
Un’azienda può non essere direttamente obbligata a pubblicare un bilancio di sostenibilità o a fissare target climatici, ma può comunque ricevere queste richieste da un cliente più grande che deve rendicontare le proprie emissioni, ridurre gli impatti della filiera o rispettare una policy internazionale di approvvigionamento sostenibile.
Chi chiede dati ESG ai fornitori del settore food
Quando si parla di sostenibilità nel food, spesso si pensa subito alla grande distribuzione organizzata. La GDO è certamente un attore centrale, ma non è l’unico.
Le richieste ambientali ai fornitori possono arrivare anche da multinazionali alimentari, catene fast food, distributori esteri, importatori, operatori del food service e buyer pubblici o semi-pubblici.
Le grandi aziende del food hanno strategie ESG strutturate e obiettivi climatici che coinvolgono anche la catena di fornitura. Questo perché, nel settore alimentare, una parte rilevante degli impatti non si trova necessariamente negli stabilimenti dell’azienda capofila, ma a monte: materie prime agricole, allevamenti, ingredienti, packaging e logistica.
Un aspetto spesso sottovalutato riguarda anche il mondo del fast food e della ristorazione organizzata. Anche operatori che nell’immaginario comune non vengono associati alla sostenibilità stanno introducendo obiettivi climatici e criteri ESG nelle proprie filiere. Questo significa che produttori di carne, pane, salse, latticini, vegetali, packaging, ingredienti e servizi logistici possono essere chiamati a fornire dati ambientali.
Un altro caso interessante riguarda i Paesi nordici, dove alcuni prodotti alcolici vengono venduti attraverso monopoli pubblici. Per il vino italiano, questo è un tema particolarmente rilevante: in questi mercati, il packaging, il trasporto e l’impronta climatica del prodotto possono entrare nei criteri di selezione e posizionamento commerciale.
Carbon footprint e Scope 3 nel settore alimentare
Uno dei temi più importanti per la sostenibilità agroalimentare è la misurazione delle emissioni.
Le grandi aziende, soprattutto quelle soggette a rendicontazione ESG o impegnate in obiettivi climatici, devono monitorare non solo le emissioni dirette, ma anche quelle indirette della catena del valore. È qui che entra in gioco lo Scope 3.
Nel settore alimentare, le emissioni Scope 3 possono includere produzione delle materie prime agricole, allevamenti, fertilizzanti, ingredienti acquistati, packaging, trasporti a monte e a valle, distribuzione, uso e fine vita dei prodotti.
Questo rende il tema particolarmente delicato. Un’azienda alimentare può avere consumi energetici interni relativamente contenuti, ma impatti significativi nella filiera agricola, nel packaging o nella logistica.
Per questo motivo, molti clienti iniziano a chiedere ai fornitori dati più precisi sulle emissioni. Non sempre si tratta subito di target climatici complessi o validazioni formali. Spesso il primo passo è molto più concreto: raccogliere dati, capire dove si generano gli impatti principali e costruire una base affidabile per rispondere ai clienti.
Per molte aziende del settore alimentare, quindi, il primo passo può essere il calcolo della carbon footprint aziendale, utile per misurare le emissioni dirette e indirette, individuare le aree più critiche e prepararsi alle richieste climatiche di clienti, buyer e mercati esteri.
Questo passaggio è importante perché permette di distinguere tra sostenibilità dichiarata e sostenibilità dimostrabile. In un contesto B2B, infatti, non basta affermare di essere attenti all’ambiente: bisogna saperlo documentare con dati, confini di calcolo chiari e metodologie riconosciute.
Packaging alimentare sostenibile: il secondo grande fronte
Il packaging alimentare sostenibile è uno dei temi più caldi per il settore food.
Nel settore alimentare, però, il packaging va trattato con attenzione. Non è soltanto un rifiuto da ridurre: è anche uno strumento fondamentale per proteggere il prodotto, garantire la sicurezza alimentare, allungare la shelf life, ridurre gli sprechi e rendere possibile il trasporto.
La sfida, quindi, non è semplicemente “eliminare gli imballaggi”, ma progettarli meglio.
Un packaging alimentare sostenibile deve tenere insieme riduzione del materiale utilizzato, riciclabilità, contenuto riciclato dove possibile, sicurezza alimentare, protezione del prodotto, compatibilità con le filiere di raccolta e riciclo e riduzione dell’impronta climatica.
Questo tema diventerà ancora più importante con il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, il PPWR. Per il settore alimentare, le implicazioni sono significative: confezioni, vaschette, film plastici, bottiglie, cartoni, etichette, packaging secondario e imballaggi per il trasporto saranno sempre più valutati non solo per la loro funzionalità, ma anche per le loro prestazioni ambientali.
Un caso particolarmente interessante è quello del vino. La bottiglia in vetro è parte dell’identità del prodotto, ma può rappresentare anche una quota rilevante dell’impatto climatico, soprattutto quando è molto pesante e destinata all’export. Nei mercati nordici, ad esempio, il tema del packaging a minore impronta climatica è già molto concreto per le bevande alcoliche.
Per le aziende alimentari e vinicole italiane, questo significa che il packaging dovrà essere affrontato sempre di più come una scelta strategica, non solo estetica o commerciale.
Materie prime, tracciabilità e nuove normative
Un altro fronte importante riguarda le materie prime.
Nel settore alimentare, molti impatti ambientali sono legati all’origine degli ingredienti: uso del suolo, deforestazione, biodiversità, consumo idrico, pratiche agricole, trasporto e trasformazione.
Alcune filiere sono già particolarmente esposte. È il caso, ad esempio, di caffè, cacao, soia, olio di palma, carne bovina e derivati, materie prime interessate dal Regolamento europeo contro la deforestazione, EUDR.
Per il food italiano, il tema può riguardare torrefazioni, produttori di cioccolato, aziende dolciarie, produttori di creme e snack, imprese che usano derivati della soia o aziende che importano ingredienti extra-UE.
Anche in questo caso, il punto non è solo normativo. La direzione è più ampia: le aziende dovranno conoscere sempre meglio l’origine delle materie prime e saper documentare le proprie filiere.
In modo diverso, anche il CBAM può avere un impatto indiretto su alcune filiere, ad esempio quando entrano in gioco fertilizzanti importati o altri input agricoli ad alta intensità emissiva. Per molte aziende alimentari non sarà la prima priorità ESG, ma segnala una tendenza chiara: la sostenibilità del prodotto finale dipenderà sempre di più anche da ciò che avviene a monte.
La sostenibilità come passaporto commerciale
La sostenibilità nel settore alimentare non è più un tema accessorio. Per molte aziende italiane sta diventando una condizione per restare competitive, soprattutto nei mercati esteri.
GDO, multinazionali, catene fast food, buyer pubblici, monopoli nordici e distributori internazionali stanno trasferendo lungo la filiera richieste sempre più precise su emissioni, packaging, materie prime e tracciabilità.
Per il food italiano, questo rappresenta una sfida, ma anche un’opportunità.
Le imprese che sapranno misurare i propri impatti, documentare le proprie performance e costruire percorsi credibili di miglioramento potranno rafforzare il proprio posizionamento nei mercati più evoluti.
Chi invece continuerà a trattare la sostenibilità solo come una leva di comunicazione rischierà di trovarsi impreparato davanti alle richieste dei clienti.
Nel settore alimentare, la sostenibilità non è più soltanto un valore da raccontare. È sempre più un requisito da dimostrare.

Questo editoriale è a cura di Saverio Lapini, CEO e Co-Founder di Ollum.

