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Interviste

Zammarchi (UniCredit): vogliamo essere un partner per accompagnare i clienti nella transizione sostenibile

Per UniCredit la sostenibilità rappresenta uno dei pilastri della propria proposizione di business. Un percorso iniziato da tempo e che nel 2021 ha avuto una significativa accelerazione. A partire dalla definizione di una chiara governance dei temi ESG, che coinvolge direttamente il consiglio di amministrazione, per arrivare all’approvazione del Sustainability bond framework che ha portato al lancio con successo del primo Green bond lo scorso mese di luglio. L’ultimo passo è stato l’ingresso, lo scorso 20 ottobre, nella Net Zero Banking Alliance, l’iniziativa delle Nazioni Unite che impegna le banche ad aderire agli obiettivi dell’Accordo di Parigi sul clima. L’istituto di credito, che ha già raggiunto diversi risultati sul fronte ambientale come la riduzione delle emissioni Scope 1 e 2 del 60% rispetto al 2008, si appresta a rinnovare e rinvigorire il proprio impegno sul fronte della sostenibilità nel prossimo Piano Industriale che sarà presentato nel mese di dicembre. “Abbiamo archiviato il vecchio piano industriale che ci ha portato a diversi risultati e ora a breve presenteremo il nuovo che prevede nuovi obiettivi e impegni anche sul fronte della sostenibilità. E’ importante” osserva Giuseppe Zammarchi, Group Head of Sustainability & Foundation di UniCredit, “partire dalla definizione chiara di un purpose, che rappresenta un obiettivo e dà significato alle strategie del gruppo, e poi riuscire a declinarlo in principi, committment e policy che portino ad azioni concrete che riguardano i rapporti con la clientela, il disegno dei prodotti e servizi, i processi creditizi e chiaramente anche il risk management”. Per UniCredit quindi la strategia ESG è parte fondante della strategia complessiva del gruppo, come sottolinea Zammarchi intervistato da ESGnews.

Quali sono le principali sfide sul fronte della sostenibilità che dovranno affrontare le banche nei prossimi anni?

Nei prossimi anni assisteremo a un grande cambiamento sul fronte dell’incorporazione dei fattori ESG nell’attività delle banche, anche per rispondere ai requisiti normativi del nuovo corposo pacchetto di regolamenti europei. E la vera sfida è riuscire ad adeguarci non seguendo un approccio di mera compliance, ma riuscendo a trasformarci in veri partner per i nostri clienti e i nostri stakeholder in generale, per supportare la transizione verso un modello economico sostenibile. Per fare questo è importante che che i temi ambientali e sociali siano parte del DNA della banca e siano alla base delle decisioni strategiche di posizionamento sul mercato e vengano declinate nel rapporto con la clientela.

Giuseppe Zammarchi, Group Head of ESG Metrics, Policies and Disclosure di UniCredit

Quali azioni avete realizzato per incorporare la sostenibilità nel vostro modello di business?

Nel bilancio integrato che abbiamo pubblicato a marzo abbiamo indicato una lista di circa 20 iniziative prioritarie che definiscono la nostra road map sui temi ESG e sulle quali stiamo già lavorando. La strategia complessiva sarà inserita, come abbiamo detto, all’interno del piano che presenteremo nelle prossime settimane. Ma per riuscire a cambiare profondamente il nostro approccio siamo partiti dalla governance, affinché i temi legati all’ambiente e agli aspetti sociali
siano trattati al vertice della banca.

Come avete strutturato la governance ESG del gruppo a partire dal consiglio di amministrazione?

Abbiamo costituito, tra le prime banche in Europa, un Comitato endoconsiliare ESG all’interno del board con il compito di supervisionare tutti i temi ambientali, sociali e di governance, affidandogli i compiti che precedentemente erano assorbiti dal comitato Corporate governance e nomine. Il comitato ESG lavora in stretto contatto con quello relativo alla supervisione dei controlli interni e rischi. L’obiettivo è far sì che sia il board sia il management siano sempre allineati ai più alti livelli sulle strategie ESG. Poi abbiamo istituito un comitato manageriale, chiamato ESG strategy council e formato da una larga parte dei membri del comitato esecutivo di gruppo, il cosiddetto GEC, 15 manager di prima linea e di cui fanno parte i capi business rischi e strategia. In quella sede avviene la prima discussione degli obiettivi, della strategia, delle policy e degli approcci da seguire sui singoli temi. Le decisioni vengono in seguito portate all’attenzione dell’amministratore delegato e del cda per un’approvazione formale. Ma il presidio ESG si declina a livello di tutta la struttura.

Dal vertice alle aree operative come avete organizzato il presidio delle tematiche ESG all’interno gruppo per coinvolgere tutta la struttura?

Al livello più alto abbiamo la direzione ESG Strategy e Impact banking guidata da Roberta Marracino, a diretto riporto del CEO Office, che ha la responsabilità di tradurre in azioni concrete le decisioni del vertice. Per far sì che le strategie da parole diventino fatti abbiamo creato diversi presidi operativi ESG a livello di Paesi e di divisioni. Per esempio la struttura italiana è l’interlocutore per i responsabili dei business per la creazione di prodotti ESG e il supporto alla
rete. Nell’area CIB,che si occupa delle grandi imprese, c’è un Advisory team per dare loro la consulenza nel definire la strategia ESG attraverso i prodotti più idonei, quali emissione di green o sustainability bond. Nel Risk management c’è un team di persone che si occupa dei rischi climatici e ambientali. I temi ESG sono riflessi in tutte le tipologie di rischi creditizi di mercato, di liquidità, reputazionali e operativi. E’ sempre più importante non considerare solo strettamente i rischi climatici, ma anche quelli sociali. Anche nel lending abbiamo un team che si occupa di come inserire i rischi climatici nell’analisi del credito, che ha iniziato a includere anche le variabili ESG nelle valutazioni.

Alla fine sono le persone che devono realizzare i cambiamenti quindi un aspetto molto importante da tenere in considerazione è la creazione di una cultura condivisa.

Si, è un aspetto che ci vede molto impegnati. E’ importante che tutti parlino un linguaggio comune. Per questo realizziamo molte iniziative di training. Vogliamo favorire la diffusione della terminologia, fornendo strumenti di comprensione che facciano capire ai colleghi i temi rilevanti per quanto riguarda gli argomenti ESG. Si parte da un percorso di base per tutti i dipendenti e poi sono previsti approfondimenti a seconda del ruolo svolto. Le persone devono essere messe in grado non solo di trasmettere le nostre soluzioni e proposte all’esterno a seconda dei bisogni del cliente, ma anche di riflettere gli effetti sulla banca di certi fenomeni.

Il concetto di doppia materialità..

La regolamentazione ci chiede di analizzare gli impatti che certi fattori hanno sui nostri asset e quelli della banca sul contesto esterno. La doppia materialità si traduce in un rapporto vivo con la clientela che permetta di capire appunto l’impatto sulla banca di alcune variabili esterne, per poi poter proporre soluzioni che permettano di mitigare il rischio sui nostri asset e l’impatto della nostra attività sull’attività del cliente.

Quali sono le vostre policy di credito relativamente ai fattori ESG.

Bisogna distinguere tra le policy attuali e quanto accadrà tra qualche anno. Per quanto riguarda il credito abbiamo iniziato una fase di monitoraggio della clientela di grandi dimensioni attraverso alcuni questionari per capire, grazie a un nostro algoritmo, qual è il grado di esposizione del nostro portafoglio al rischio climatico. Per il momento queste risposte non impattano sul merito di credito interno. In futuro, ma non prima del 2024, l’Eba deciderà se includere anche i rischi ESG nel calcolo dell’assorbimento o meno di capitale. In quel caso anche il pricing che applicheremo alla clientela dovrà tenere conto dell’elemento legato all’assorbimento di capitale. Sono convinto che quella dell’Europa sia la strada corretta da percorrere.

Ma ci sono dei settori sui quali avrete un occhio più attento prima di concedere credito…

Abbiamo per esempio una policy interna che ha definito un percorso di uscita dalle esposizioni verso il carbone entro il 2028. Già oggi stiamo molto attenti ai progetti che finanziamo tramite i nostri clienti, che devono essere allineati con il nostro obiettivo. Ci sono ONG molto attente ad esaminare l’esposizione dei portafogli delle banche verso gli idrocarburi e UniCredit è stata riconosciuta tra le banche più attente.

Una caratteristica del sistema produttivo italiano è quella di essere caratterizzata da piccole e medie imprese. Presentano maggiori difficoltà per quanto riguarda la capacità di fornire dati e avere intrapreso un percorso di transizione?

Le piccole e medie imprese non hanno di norma dei bilanci di sostenibilità e quindi per noi ottenere dati è molto più difficile. Con la nuova normativa sul Sustainability reporting proposta dalla Commissione europea ad aprile mi attendo un miglioramento, ma non avverrà nei prossimi due anni. Noi stiamo quindi avviando un percorso di education con i piccoli clienti. Per esempio in Germania abbiamo già uno strumento, la Sustinability heat map che permette al cliente di
diventare più consapevole sulle sfide che dovrà affrontare e in grado di orientare meglio la banca nel fornire gli strumenti più adatti. Inoltre per ovviare la mancanza di dati forniti dalle Pmi ci avvarremo anche di data provider esterni.

UniCredit è stata tra le prime banche attive nel settore dei green bond e dei sustainability bond e quest’anno avete lanciato la vostra prima emissione. Quali sono le prospettive?

Quest’anno abbiamo annunciato il nostro Sustainability bond framework che dettaglia l’uso dei proventi delle nostre emissioni. Il primo green bond lanciato da UniCredit a luglio è stato un grande successo. Un paio di settimane fa la nostra unità tedesca ha emesso un covered bond con obiettivi di sostenibilità mentre in Italia, ad ottobre abbiamo collocato il primo social bond destinato alla clientela privata e prevediamo che nei prossimi anni ci siano diverse nuove emissioni da legal entity del gruppo.
Già dal 2007, con la prima emissione della Bei, supportiamo i clienti che vogliono emettere obbligazioni verdi. Il mercato dei green bond continua a crescere a ritmi molto forti. C’è una continua domanda sia da parte dei clienti che vogliono emettere nuovi titoli con caratteristiche ESG, sia da parte degli investitori istituzionali che ne apprezzano il positivo rapporto rischio-rendimento.

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